Negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso circa un milione di lavoratori indipendenti, ma nel breve periodo si assiste a una ripresa di questo segmento dell’occupazione. All’interno di questo segmento ci sono i dependent contractor, quei lavoratori indipendenti che pur avendo una partita Iva o un contratto di collaborazione, non hanno alcuna autonomia reale su orari, compensi o strumenti di lavoro. In Italia sono 494mila e rappresentano il 9,8% del totale dei lavoratori indipendenti. A questa categoria l’Inapp ha dedicato un approfondimento nell’ultimo policy brief “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo” realizzato attraverso i dati dell’indagine Plus (basata su un campione di 45 mila individui).
Si tratta soprattutto di giovani under 30, impiegati nel terziario (call center, consegne, pulizie, servizi alle imprese), che spesso guadagnano meno dei colleghi assunti e che condividono con i lavoratori a termine una maggiore discontinuità lavorativa. Se per l’80% dei dependent contractor si osserva corrispondenza tra ore lavorate e orario desiderato, il 44% è confinato nelle fasce di reddito più basse. Tra questi vi è anche una parte degli occupati con le piattaforme digitali, un segmento a cui l’Istituto dedica da anni attenzione, da ultimo attraverso il report “Platform work e crisi del lavoro salariato”.
Sei dependent contractor su dieci dichiarano di aver aperto la posizione autonoma solo perché richiesto dal cliente o perché non c’erano altre possibilità di impiego. Un abisso rispetto ai datori di lavoro o ai liberi professionisti “puri”, mossi invece dal desiderio di auto-realizzazione. Appena il 58,6% di questi collaboratori si sente sicuro della propria posizione lavorativa, un dato significativamente inferiore rispetto al resto dei lavoratori autonomi.
Un vero e proprio “limbo contrattuale” per i cui appartenenti l’Inapp, in linea con le direttive dell’ILO e dell’Unione Europea, sottolinea l’urgenza di estendere le prestazioni sociali e le protezioni contro i rischi professionali, continuando nella “definizione di un quadro normativo capace di riconoscere nuove forme di status lavorativo, che vadano oltre la distinzione rigida tra lavoro subordinato e autonomo, realizzando tutele e garanzie per tutti i soggetti al di là delle tipologie contrattuali e indipendentemente dalla qualificazione giuridica dell’attività lavorativa”.
“Il lavoro autonomo è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni – ha detto il presidente dell’Inapp, Natale Forlani – è un aggregato complesso e differenziato, cui dedicare attenzione perché la sua dinamica rivela luci ed ombre del nostro mercato del lavoro. Adesso è necessario comprendere gli elementi che dovranno essere specificati per il recepimento della direttiva Ue 2024/2831, da un lato per contenere i disagi retributivi e delle condizioni di lavoro del segmento più svantaggiato, in particolare dei lavoratori che non hanno alcuna autonomia reale su orari, compensi e strumenti di lavoro, ma anche per valorizzare le possibili opportunità di crescita professionale e l’emersione dal lavoro sommerso”.
Per Forlani, “il futuro del lavoro autonomo deve essere ripensato anche alla luce dell’impatto delle tecnologie digitali sulle professioni e sulle filiere produttive, che rende ancora più labili i confini tra le prestazioni subordinate e quelle gestite in autonomia, anche per effetto della mediazione delle piattaforme digitali. Un fenomeno – conclude – che merita di essere attenzionato anche perché gli autonomi, con le loro competenze, sono una risorsa importante per lo sviluppo economico del nostro Paese, in un quadro in cui si dovranno ripensare le tutele in chiave più universale”.

























