Si conferma il rallentamento del settore manifatturiero nell’area euro, con l’indice dei responsabili degli approvvigionamenti sceso a 56,6 punti a marzo dai 58,6 del mese precedente. Il dato, riportato dalla società di ricerche Ihs Markit, resta comunque su livelli espansivi, in quanto superiore alla soglia dei 50 punti, ma che è anche il livello meno vigoroso da 8 mesi a questa parte.
Markit segnala un generale rallentamento di crescita in tutte le nazioni e sotto settori manifatturieri, con pressioni sulla catena di fornitura che frenano la crescita della produzione e fanno incrementare i prezzi di acquisto.
Sulle imprese del settore in Italia il relativo Purchasing managers’ index (Pmi) è calato a 55,1 punti, dai 56,8 di febbraio, anche in questo caso minimo da 8 mesi. Sia la produzione che i nuovi ordini sono aumentati a tassi più deboli, rileva Markit, mentre si attenua al livello più basso dalla scorsa estate l’ottimismo delle aziende.
Nonostante ciò, a causa dell’incremento del carico di lavoro, i livelli occupazionali sono aumentati nuovamente, mentre sul fronte dei prezzi, diminuiscono i tassi di inflazione dei costi di acquisto e di vendita.
“Con l’approssimarsi della fine del primo trimestre, il settore manifatturiero in Italia ha continuato a perdere vigore, malgrado, in linea con le positive condizioni di mercato, abbia registrato l’ennesima e forte espansione”, ha rilevato Paul Smith, economista di Markit che compila il report sulla Penisola.
“Se non altro, il rallentamento della crescita pare rifletta principalmente i problemi presenti sulla catena di fornitura, con le imprese che lamentano difficoltà nel recuperare materiali dai fornitori. Inoltre con i livelli delle giacenze già bassi, questi sviluppi hanno avuto un effetto di rallentamento della crescita”.
“Conseguentemente – conclude Smith – nonostante in rallentamento rispetto al mese precedente, rimangono elevate a marzo le pressioni sui prezzi. Ciò è dovuto al fatto che i fornitori hanno tratto vantaggio dalle forti condizioni di domanda e i manifatturieri hanno cercato di proteggere i loro margini aumentando i prezzi”.
Tornando all’insieme dell’area euro, il rallentamento dell’indice Pmi riflette principalmente l’espansione più lenta della produzione manifatturiera e dei nuovi ordini ricevuti, riporta Markit, entrambi in aumento al livello più basso da novembre 2016. Anche le esportazioni (incluse quelle intra eurozona), che però non compongono il Pmi, sono diminuite al valore più basso in 15 mesi.
La portata dell’incremento della produzione, nuovi ordini e esportazioni è stata altrettanto ampia che i loro rallentamenti.
Tutte le nazioni coperte dall`indagine infatti hanno registrato crescite sostenibili in ognuno di questi indici sebbene a tassi più lenti rispetto ai mesi precedenti. In alcune regioni del nord, ciò è stato prettamente attribuito alle avverse condizioni metereologiche.
Il capo economista di Markit, Chris Williamson, rileva come la dinamica di marzo abbia segnato il maggiore calo dell’indice da giugno 2011 e il terzo rallentamento consecutivo del tasso di espansione. “La contrazione del Pmi non dovrebbe destarci troppa preoccupazione. Era, infatti, inevitabile osservare una sorta di moderazione nel tasso di crescita dopo l’incremento osservato ad inizio anno, anche per via di problemi a breve termine sulla capacità che limitano l’economia nel crescere così velocemente per lunghi periodi”.
“Il fatto che l’ottimismo circa l’attività del prossimo anno sia diminuito al valore più basso in 15 mesi suggerisce come i nuovi ordini siano compromessi da altri fattori. La crescita delle esportazioni si è più che dimezzata dalla fine dello scorso anno.
In alcuni casi ciò è attribuibile all’apprezzamento dell’euro – prosegue Williamson – in altri ai prezzi più alti che hanno ostacolato la domanda”. Ad ogni modo il manifatturiero dovrebbe fornire un ulteriore contributo alla crescita del Pil del primo trimestre.

























