Il nuovo anno si preannuncia denso di sfide per il sistema delle Relazioni Industriali italiane, tuttavia il rischio reale è che esse rimangano ancora una volta questioni insolute.
Il tema dei bassi salari, il tema della rappresentanza delle parti sociali, quello della struttura contrattuale sono solo alcune questioni aperte venute prepotentemente alla ribalta, ma che rischiano di essere affrontate con un approccio più ideologico che concreto.
Il problema principale è quello di continuare ad esaminare questo groviglio di tematiche senza un “metodo” di analisi che non sia limitato alla singola questione.
Provo a riassumere lo stato del dibattito. Ovviamente mi scuso per l’inevitabile schematizzazione delle diverse posizioni; schematizzazione che però potrebbe aiutare a individuare un approccio più organico all’analisi dei diversi problemi.
Per esempio, da più parti si attribuisce la questione dei bassi salari a molti fattori, in primis all’assenza di una legge sul salario minimo, oppure alla presenza dei c.d. “contratti pirata” che operano in funzione di dumping salariale, infine alla ormai inevitabile “crisi” dell’accordo del 1993, con esso della struttura contrattuale articolata su due livelli nazionale e aziendale e, in particolare, a dimostrazione della insufficiente tutela dei salari reali, l’esclusivo riferimento all’indice IPCA ( inflazione programmata al netto degli shock determinati da eventi straordinari).
Anche per questo si invoca una legge sulla rappresentanza che riesca a mettere un po’ di ordine in una giungla di contratti nazionali (ormai oltre gli 800 CCNL censiti dal CNEL).
Tutte questi rilievi hanno sicuramente il pregio di cogliere, ciascuno, un aspetto reale di questa complicata matassa, ma il rischio è che questo approccio non consente una adeguata visione d’insieme.
Provo a fare alcuni esempi.
Il collegamento tra salario minimo e salari bassi ovviamente non ha alcuna giustificazione. Si po’ benissimo avere una legge sul salario minimo ma questo non implica di per sé una tutela adeguata dei salari contrattuali. Le due questioni sono distinte e porle in relazione tra loro non aiuta né il primo termine della questione né il secondo. Analogamente per quanto riguarda i c.d. “contratti pirata”, addebitare agli stessi la scarsa tenuta dei salari reali è quanto meno fuorviante, non tanto perché questi non siano un problema, anzi, quanto perché in questo modo non si colgono le vere cause del fenomeno della scarsa tutela dei salari reali in Italia. Un esempio per tutti: il Pubblico Impiego, settore nel quale, per inciso, non esiste la concorrenza dei “contratti pirata” e per, sovrapprezzo, esiste da tempo un accordo, poi trasformato in legge, sulla rappresentanza sindacale, non ha certo brillato per la tutela dei salari reali dei lavoratori, visto il ritardo dei rinnovi contrattuali.
La ricerca poi di una legge sulla rappresentanza, anche per sconfiggere la piaga dei “contratti pirata” rischia invece di essere una specie di ricerca del “Santo Gral” a cui affidare potere taumaturgici per risolvere questioni ben più complesse a partire da quella centrale di come definire “il perimetro” dei settori entro i quali misurare la rappresentanza dei soggetti sindacali e datoriali.
Per ultimo la struttura della contrattazione, quella definita dall’accordo del 1993 avrà pure la necessità di una robusta manutenzione, ma limitarsi ad una critica confusa sui livelli contrattuali senza assegnare materie e competenze specifiche a quello nazionale e a quello di prossimità (sia esso aziendale o territoriale) rischia di risolversi in una diversa struttura contrattuale senza ordine, né gerarchia, e per questo del tutto inesigibile.
Insomma occorre a mio parere, con prudenza affrontare tutti, ripeto tutti questi nodi con una visione di sistema e con l’obiettivo di trovare non il “minimo comun denominatore” tra le diverse posizioni in campo ma un “nuovo ordine “più avanzato delle Relazioni industriali italiane. Compito arduo, mi rendo conto, ma per il quale vale la pena di spendersi.
P.S: una proposta al Direttore “sarebbe utile impegnare il “Diario del Lavoro” in un dibattito più strutturato e continuativo su questi temi? Nessuna pretesa di “voler dettare la linea” ma semplicemente essere una sede per un confronto serrato su questi temi mi pare un lavoro utile e persino doveroso.

























