Non è tempo di partecipazione. Le parti sociali, o molti di loro, non ne vogliono sentir parlare. Basta loro quello che già c’è, che non è poco. Ma nuovi passi in avanti per quella strada non interessano. Questo assunto è emerso con grande chiarezza ieri nel corso dell’affollata riunione al ministero del Lavoro dove è stato firmato l’avviso comune che nei fatti ha rinviato tutto di un anno, limitandosi a dar vita a un osservatorio che monitorerà la situazione. Intanto, governo e Parlamento sono invitati a non muoversi, sospendendo quanto già avviato.
La formula dell’avviso comune è stata suggerita da Maurizio Sacconi, quindi è da credere che il ministro sia soddisfatto di questa conclusione. In effetti, egli non ha potuto non prendere atto della espressa volontà delle parti sociali, soprattutto degli imprenditori e della Cgil, di non procedere in quella direzione. E così ha accettato un avviso comune che quanto meno indica alcuni principi base della partecipazione e pone un obiettivo, anche se poi pone uno stop brusco per almeno un anno a qualsiasi pratica innovativa.
La partenza in estate era stata ben diversa. Giulio Tremonti a Rimini alla festa di Cl aveva lodato la via della partecipazione. Maurizio Sacconi lo aveva seguito immediatamente chiedendo a gran voce un avviso comune alle parti sociali e affermando, forse un po’ avventatamente, che, comunque avessero alla fine deciso imprenditori e sindacati, il governo sarebbe andato avanti lo stesso.
Il governo aveva manifestato così una grande decisione, spinto anche dal fatto che il Parlamento si era mosso con grande decisione su questa materia. Non solo perché erano stati presentati ben quattro disegni di legge, soprattutto perché i due più importanti, quelli presentati da Maurizio Castro per il Pdl e da Tiziano Treu per il Pd, erano stati unificati in un solo testo da Pietro Ichino, molto apprezzato dalla gran parte dei membri della Commissione Lavoro del Senato, dove il tema era stato discusso. E solo in virtù dell’iniziativa del governo questo dibattito era stato frenato negli ultimi mesi.
L’avviso comune firmato ieri cambia le carte in tavola. Il governo non può fare più nulla, impegnato dalla richiesta delle parti sociali sollecitata e guidata dal ministro del Welfare. Resta da capire cosa farà il Parlamento, che resta sempre sovrano, è vero, ma certo avrà delle difficoltà a portare avanti un provvedimento di legge senza il sostegno, anzi con l’atteggiamento contrario del governo. Il quale certamente non metterà un soldo in questa impresa, mentre ogni possibilità di riuscita dipendeva proprio dagli incentivi che sarebbero stati messi in campo.
Del resto, insistere sarebbe anche sbagliato. Perché affermare in una legge i principi della partecipazione sarebbe certamente una cosa positiva, ma sono le imprese e i sindacati che poi dovrebbero applicare quelle disposizioni. E se loro per primi non ci credono, una legge rischierebbe di essere un esercizio sterile, forse anche dannoso per quanto già si è fatto nel campo della partecipazione. Meglio allora sperare che accada quello che in fin dei conti l’avviso comune dice, che per un anno si monitorerà quanto accaduto e che tra dodici mesi si possa riprendere il cammino.
Massimo Mascini
10 dicembre 2009
























