I sindacati hanno criticato la bozza del decreto messo a punto dal governo per l’attuazione della direttiva comunitaria sulla trasparenza retributiva. Giustamente, perché è il loro mestiere alzare l’asticella quando in un contraddittorio si valutano i comportamenti dell’esecutivo. Per comprenderne il reale contenuto sarà opportuno però aspettare di valutare il testo che alla fine arriverà in Parlamento. E comunque sarà bene non attendersi da questo provvedimento la soluzione di tutte le problematiche legate al salario. Perché sono tantissime e tutte annose e non è credibile che con un tratto di penna possano essere cancellate.
Ma il valore di questa direttiva europea, e quello del decreto che la attuerà nel nostro ordinamento, sono indubbi, perché l’intera materia della retribuzione è tuttora avvolta in una realtà quanto meno opaca, pochissimo intelligibile. Ha fatto bene Roberto Benaglia, il presidente della Fondazione Carniti, a ricordare nel commento che ha scritto per Il diario del lavoro che uno dei segreti più stretti è quanto una persona guadagni, un’informazione che nessuno è disposto a condividere, nemmeno con i propri familiari. E invece il quantum è un’indicazione fondamentale, perché solo da una valutazione comparativa è possibile comprendere se il proprio lavoro è giustamente considerato e quindi retribuito.
Con la nuova normativa, che arriverà nel giro di pochi mesi, si farà finalmente un po’ di chiarezza. Un lavoratore non potrà chiedere all’azienda quanto guadagna un altro lavoratore che a suo avviso svolge lo stesso lavoro, ma potrà sapere il valore mediano di coloro che svolgono quel lavoro e quindi potrà considerare se il suo apporto è ben valutato e regolarsi di conseguenza. E al riguardo è molto positivo che la bozza di decreto abbia risolto il nodo relativo al metodo da utilizzare per sapere quali lavori siano comparabili. È infatti stato stabilito che saranno i contratti collettivi nazionali a stabilire l’equivalenza tra i diversi lavori. Tutti i contratti nazionali prevedono infatti una precisa classificazione delle mansioni ed è importante che la bozza non si sia riferita ai contratti in generale, ma abbia specificato che si deve fare riferimento ai contratti nazionali firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. A questo riguardo il governo aveva ultimamente fatto sorgere dei timori, ora questa chiara indicazione fa giustizia perché non saranno i contratti pirata a farla da padroni, ma i contratti più qualificati.
Certo, restano molti problemi da risolvere. Come quello dei superminimi individuali, che sembrano restare al di fuori di questi computi, mentre sono molto rilevanti, spesso anche quantitativamente. E potrebbe essere solo sfiorato dalla nuova normativa il nodo del gender gap. Le donne, anche in Italia, guadagnano sensibilmente meno degli uomini ed è una discriminazione intollerabile, non è legata ad alcuna reale motivazione che non sia quella della cultura patriarcale da cui non ci si riesce a liberare. E poi non sono solo le donne a essere discriminate nella loro retribuzione, ma anche tanti giovani, tanti immigrati, tanti lavoratori del Sud. Tutti nodi che dovranno essere affrontati e risolti per tenere il passo con le società più evolute.
Per questo è importante che con il decreto in via di approvazione si faccia finalmente un po’ di luce in una stanza rimasta per troppo tempo al buio. Le aziende ne avranno solo da guadagnare perché miglioreranno le politiche di gestione del personale. I problemi più rilevanti che le imprese hanno in questo campo sono infatti sostanzialmente due, la bassa produttività e le difficoltà della retention, un neologismo che si riferisce alla propensione dei lavoratori, di più se giovani, a cambiare spesso lavoro in cerca di maggior salario o migliori condizioni di impiego.
Una maggiore chiarezza sulle retribuzioni porta inevitabilmente a un più elevato livello di soddisfazione del lavoratore, che si traduce in una maggiore e migliore capacità nel lavoro e quindi in una maggiore produttività. Sono i lavoratori soddisfatti a essere più produttivi e sapere di essere giustamente considerati e retribuiti aumenta la fiducia in sé e la soddisfazione del proprio lavoro. E le aziende avranno automaticamente meno problemi a trattenere le competenze necessarie alla produzione.
E soprattutto sarà fatto un importante passo avanti nella politica di valorizzazione della persona. Da anni le politiche delle relazioni industriali non considerano più il lavoratore come un numero. L’operaio massa non esiste più. Si punta al contrario a valorizzare il singolo lavoratore, si cerca di comprenderne le esigenze e se possibile prevenirle. È un modo nuovo di gestire le persone, che dà frutti importanti.
Massimo Mascini
























