L'ultima trovata di Giorgio Cremaschi ha il sapore dell'antico. Parla di scala mobile. Chi non la ricorda? E' quella che aveva schiacciato i salari, per cui un operaio appena assunto prendeva poco meno di un capo squadra. Era nata come il giusto rimedio a un'inflazione che dopo la guerra, quella di sessant'anni fa, correva mangiandosi tutti i redditi fissi. Si misero d'accordo per costruire questo strumento Giacomo Costa e Giuseppe Di Vittorio, il presidente di Confindustria e il capo della Cgil. Funzionò bene, fino a quando non ci misero le mani sopra. Deleterio fu l'accordo del 1975, che è passato come l'accordo Lama – Agnelli, anche se il vero animatore di quella stagione era Pierre Carniti, il leader della Cisl, che peraltro all'epoca non era ancora segretario generale. Quell'accordo rovinò il giocattolo perché unificò il punto di scala mobile: a ogni scatto del costo vita tutti i salari crescevano della stessa misura, un aumento però non più in percentuale, ma in cifra fissa. Con un'inflazione che era a due cifre e tendeva più al 20 che al 10%, appiattì i salari come mai. Appunto, operaio massa e capo squadra con retribuzioni quasi identiche.
Tanto andava male che fu cassata. Nel 1993 cadde definitivamente, dopo dieci anni di aggiustamenti che non erano mai sufficienti. Fu sostituita dall'attuale sistema di contrattazione, con contratti nazionali validi quattro anni, ma con una contrattazione dopo due anni per la sola parte economica. Un sistema che sulla carta funzionava, ma che mostrò la corda perché rinnovare un contratto non è mai facile e i diversi momenti contrattuali si accavallavano. Adesso tutti chiedono un nuovo sistema contrattuale che magari abbia più spazio al livello aziendale e che veda tornare i contratti triennali.
Cremaschi accetta la triennalità, ma, dice, se i salari non crescono più ogni due anni, che torni la scala mobile. Sì, proprio così, la scala mobile.
Cremaschi è un uomo intelligente, pensa forse che con queste trovate ravviva il dibattito sindacale, forse che lui riesce a tornare al centro del dibattito dopo la brutta figura fatta con il referendum sul protocollo del welfare. Ma veramente nel sindacato non c'è bisogno di trovate, servono idee, vere e coraggio nel portarle avanti. Dopo la conclusione dell'avventura del referendum nel sindacato e nella Cgil c'è un gran parlare, sempre sottovoce, di purghe contro i vertici della Fiom. Nessuno che abbia a cuore il sindacato pensa che queste purghe possano servire a qualcosa, ma sarebbe bene che Cremaschi la smettesse con le provocazioni e facesse il leader, se ne ha la capacità e, appunto, il coraggio.
Massimo Mascini
























