L’Italia delle filiere vale 2.600 miliardi di euro, quasi 500 miliardi di export e oltre 17 milioni di occupati. Ma il nuovo Rapporto dell’Osservatorio 4.Manager, “Le filiere produttive nell’era della conoscenza aumentata”, mostra che la competitività non si misura più solo in produzione: oggi si misura nella capacità di generare, trasferire e proteggere conoscenza lungo le catene del valore.
Il 7° Rapporto di 4.Manager è stato presentato oggi a Roma e segnala le aree chiave su cui accelerare: innalzare l’AI nei processi produttivi, ora all’8,2%, e aumentare le competenze digitali al 45,8%. Per crescere servono cultura d’impresa, leadership, politiche di filiera, piattaforme dati condivise, la forza trainante delle imprese capofila e una nuova generazione di manager “orchestratori” della conoscenza.
Per Stefano Cuzzilla, presidente di 4.Manager, serve una nuova cultura industriale, capace di uscire dal perimetro della propria singola azienda e guardare fuori, per riuscire a resistere ai cambiamenti che le aziende e il Paese sta attraversando: “L’urgenza del momento è evidente – ha sottolineato Cuzzilla all’apertura dell’evento – negli ultimi anni abbiamo vissuto e continuiamo ad affrontare dinamiche che hanno riscritto la geografia dell’economia globale: crisi finanziarie, pandemia, guerre, tensioni commerciali, accelerazioni tecnologiche. Non stiamo più vivendo mutamenti in sequenza, ma trasformazioni simultanee. È la fine dell’idea di un modello lineare di globalizzazione, innovazione e impresa. Di fronte a questo scenario non basta più parlare di crescita come eravamo abituati a fare. Non possiamo rispondere al cambiamento né con la paura né con la nostalgia di modelli passati. E nemmeno immaginare che la sola tecnologia sia la risposta. Il futuro si abita prima di tutto con una nuova cultura industriale: una cultura capace di interpretare ciò che accade e trasformarlo in valore. E in questo contesto abbiamo compreso una cosa decisiva: l’Italia non è un’economia fatta di comparti isolati. L’unità competitiva non può più essere l’azienda da sola. Noi siamo un Paese di filiere. Lungo le filiere viaggiano le fragilità ma anche le opportunità. Una crisi scoppiata lontano da noi si trasmette lungo la catena del valore in poche ore. Ma allo stesso modo si propaga l’innovazione, la conoscenza, la crescita.”
In particolare, il Rapporto sottolinea come la cultura di filiera non sia un lascito del passato, è la strategia d’adattamento al futuro in cui le imprese capofila sono gli hub strategici del sistema: definiscono la direzione, diffondono standard, accelerano l’innovazione e innalzano la qualità dell’intera catena del valore. Questi sistemi produttivi non sono più catene lineari, ma ecosistemi cognitivi.
A questa lettura qualitativa si affianca un’analisi economica che ne misura la portata reale. Le filiere ad elevata rilevanza sistemica individuate da ISTAT – dall’Agroalimentare all’Energia, dalla Farmaceutica all’Abbigliamento, dalla Meccanica all’ICT – generano oltre il 56% del valore aggiunto nazionale e il 67% dell’export, mostrando come la forza dell’Italia risieda nella capacità di integrare produzione, mercati internazionali e conoscenza. Nei comparti a maggiore intensità cognitiva la produttività per addetto varia dai 269.000€ della Chimica, ai 137.000€ della Metallurgica. Questi ambiti, spiega il Rapporto, rappresentano oggi una componente essenziale dell’economia nazionale, contribuendo in modo determinante alla capacità di crescita del sistema produttivo.
Per sostenere questo modello di sviluppo, il Rapporto individua i fronti strategici su cui l’Italia è chiamata a progredire, mostrano margini di miglioramento rilevanti come nel digitale: Il processo di trasformazione in questo ambito è in corso, ma presenta livelli di adozione ancora contenuti. L’8,2% delle imprese utilizza l’AI integrata nei propri processi produttivi (UE 13,5%) e il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base (UE 55,6%). I servizi pubblici digitali per le imprese si collocano su valori prossimi alla media europea (80,9% contro 86,2%). Oppure, secondo il Rapporto, resta cruciale anche il tema della governance dell’AI, strettamente legato alla cybersicurezza come componente essenziale dei sistemi produttivi avanzati. Quasi un’impresa su quattro segnala che gli aspetti etici rappresentano un ostacolo all’adozione dell’AI, in particolare per la necessità di definire standard su protezione dei dati, trasparenza algoritmica e responsabilità nelle decisioni automatizzate. A questo si aggiunge la crescente attenzione alla sicurezza informatica: filiere più digitalizzate richiedono infrastrutture resilienti e capacità di prevenire attacchi che possono compromettere flussi informativi strategici.
Inoltre, il tema delle competenze e del capitale manageriale rappresenta, per 4.Manager, uno snodo decisivo per la competitività dei sistemi produttivi. Il disallineamento tra domanda e offerta di profili qualificati è evidente soprattutto nelle posizioni ad alta complessità: nel 2024 quasi il 10% delle nuove assunzioni dirigenziali riguarda i Supply Chain Manager – profili che combinano competenze manageriali e specializzazioni in ICT, dati e sostenibilità – ma oltre il 50% delle imprese segnala difficoltà nel reperirli. A questo si aggiungono squilibri strutturali: oltre il 40% dei dirigenti ha più di 55 anni e solo il 22% è donna, fattori che limitano l’ingresso di nuove professionalità nei ruoli apicali.
Infine, la fotografia del rapporto sul tasso di managerialità – che misura la presenza e l’intensità dell’azione dei dirigenti nelle filiere – conferma quanto il capitale manageriale sia un moltiplicatore competitivo. Le filiere ad alta intensità cognitiva, come Chimica (274), ICT (238) e Farmaceutica (231), registrano i valori più elevati, mentre Turismo (24), Logistica e Costruzioni (57) evidenziano una capacità più limitata di attivare innovazione e crescita.
“In un’economia globale sempre più complessa e interdipendente – ha sottolineato Bernardo Mattarella, Ad Invitalia presente all’evento – rafforzare le filiere significa rafforzare l’Italia, aumentare la creazione di valore aggiunto, sostenere l’export, creare nuove competenze, accelerare la transizione tecnologica e ambientale. Filiera oggi non significa più soltanto un insieme di imprese che operano nello stesso settore ma è espressione di ecosistemi vivi, reti di competenze, relazioni e innovazione.”
“Nell’ultimo anno – precisa – abbiamo sostenuto come Gruppo più di 63.000 progetti d’impresa, attivando 17,4 miliardi di investimenti e concedendo quasi 6 miliardi di agevolazioni. Ma al di là dei numeri, ciò che conta è la portata più ampia che questi interventi sviluppano non solo a vantaggio del singolo beneficiario ma a favore dell’intero sistema Paese.”
Emanuele Ghiani



























