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Home - Approfondimenti - Interviste - Caprioli, parliamo di flessibilità, ma non in questo negoziato

Caprioli, parliamo di flessibilità, ma non in questo negoziato

21 Dicembre 2005
in Interviste

Già domani potrebbe ripartire la trattativa per il rinnovo del biennio economico del contratto dei metalmeccanici, dopo la rottura di venerdì. Giorgio Caprioli, segretario generale della Fim, cosa succede?

La vicenda di questo rinnovo si colloca in un quadro più ampio e dimostra che il contratto nazionale è in crisi come strumento. C’è un aspetto più evidente, ovvero che la cadenza biennale è troppo ravvicinata e la distinzione tra biennio economico ed economico-normativo non regge, ormai i negoziati sono naturalmente complicati e quindi è necessario avere insieme la parte economica e normativa. Si torna alla necessità di riformare i cicli negoziali, tornando ai 3 anni o 4. Ma c’è anche una crisi più profonda che è particolarmente evidente nel settore metalmeccanico, proprio per le forti differenze tra i vari comparti produttivi e per il vasto numero dei lavoratori che coinvolge, circa un milione e mezzo di persone. Mentre il contratto nazionale dovrebbe essere lo strumento che mette in primo piano i lavoratori che non hanno altri strumenti di tutela, e quindi dovrebbe dedicarsi in particolare a quelle rivendicazioni che servono ai lavoratori più deboli, in realtà noi negoziamo avendo in mente i lavoratori tradizionalmente più vicini al sindacato, che hanno rappresentanti sindacali e una sviluppata contrattazione aziendale e, quindi, livelli di tutela molto più elevati rispetto ai lavoratori, ormai la maggioranza, che non hanno tutela diretta. Questa abitudine ci spinge a ragionare sui diversi temi prendendo a riferimento il lavoratore un po’ più tutelato e quindi a produrre accordi che in realtà sono attenti più a questi lavoratori che a quelli più deboli.


 


E’ in corso una profonda trasformazione del mondo del lavoro e del ruolo del sindacato.


Sta avvenendo una trasformazione simile a quella che caratterizzò negli anni ’60 il passaggio dall’operaio professionalizzato, che era il protagonista del sindacato negli anni ’50, all’operaio-massa, ben decritto da Vittorio Foa. Allora il sindacato si rese conto che aveva a riferimento il classico operaio professionalizzato che poteva contare sul suo potere contrattuale. Riuscì a spostare l’asse della sua rappresentanza a favore del lavoratore meno qualificato che aveva, se organizzato, un grande potere contrattuale: se si fermavano loro, si fermava la produzione. Oggi siamo rimasti legati a quel tipo di modello. I lavoratori sindacalizzati stanno diventando una minoranza che difende le proprie conquiste, ma non riescono a capire l’importanza di una politica sindacale che dia risposte a giovani precari e agli operai delle piccole imprese senza tutele aggiunte. Un meccanismo rafforzato anche dai nostri strumenti democratici perché, quando consultiamo i lavoratori, in realtà, consultiamo gli operai delle fabbriche dove siamo presenti e dove abbiamo una certa esperienza di contrattazione aziendale. Quando li facciamo votare, votano loro. Anche se, probabilmente, la maggioranza dei lavoratori metalmeccanici non è così, i nostri sistemi di verifica democratica non consentono ai più deboli di esprimere il loro punto di vista. Quindi, paradossalmente, tali sistemi contribuiscono a farci rimanere arroccati sulla rappresentanza tradizionale. E diventano, indirettamente, un elemento di conservazione, mentre il sindacato dovrebbe essere profondamente innovativo, dando più importanza alle rivendicazioni che tutelano i più deboli. Avremmo bisogno di forme organizzative adeguate a coinvolgerli nella vita sindacale.


 


Quale priorità indicherebbe?


La prima grande sfida sarebbe quella di trasformare i contratti nazionali in strumenti che allargano il numero dei lavoratori che tuteliamo. In questo rinnovo contrattuale, la Fim sta cercando di insistere molto su due temi che riguardano appunto i più deboli, ovvero i 25 euro per i lavoratori senza contrattazione aziendale e il tentativo di migliorare per via contrattuale le forme di lavoro previste dalla legge 30. Ma, nelle dinamiche di un negoziato difficile, che portano a dover selezionare le priorità per raggiungere accordi, queste istanze rischiano di venire sacrificate a favore di altre rivendicazioni molto più interessanti per la nostra rappresentanza tradizionale.


 


Insomma, cosa pensa la Fim della flessibilità?


Se esaminiamo la realtà, nelle piccole aziende non sindacalizzate gli orari flessibili sono largamente diffusi e quasi normali, e i lavoratori coinvolti non hanno nessuno strumento per opporsi a questo fenomeno che a sua volta è legato alla trasformazione del mercato e delle imprese. Invece, il lavoratore della grande fabbrica sindacalizzata, di fronte alle richieste delle aziende di maggiore flessibilità è in grado di negoziare se farle, come farle e quanto farsele pagare. In cambio della disponibilità a fare orari flessibili si ottengono benefici salariali o sul versante del tempo. Quindi, il famoso scambio che tanto ha fatto discutere tra flessibilità e salario, se fatto a livello nazionale stabilirebbe delle norme vincolanti probabilmente peggiorative di quanto i lavoratori della fabbrica sindacalizzata potrebbero ottenere. Ma si tutelerebbero di più i dipendenti della piccola fabbrica che già fanno orari flessibili senza che glieli paghino. Abbiamo già fatto un tentativo in questa direzione nel contratto del ’99 che probabilmente va aggiornato.


 


In altri Paesi europei i sindacati stanno accettando maggiori orari di lavoro.


E’ in corso una “terza rivoluzione” sugli orari, intendendo per rivoluzione quei meccanismi strutturali e non reversibili che sono la conseguenza delle trasformazioni dell’economia. La prima è stata alla fine degli anni ’60 in cui si ottenne una forte riduzione dell’orario, passando da 48 ore settimanali a 40, con la conquista del sabato libero. Furono i risultati del famoso contratto del ’69. La seconda rivoluzione  è stata negli anni ’80. In molti settori produttivi le aziende facevano grossi investimenti in impianti automatizzati e i costi andavano ammortizzati con un loro utilizzo intensivo. Così in molte aziende, pur mantenendo le 40 ore settimanali, si passò da un solo turno a giornata a due o da due a tre, con l’introduzione del lavoro notturno, e, in casi ancora più estremi, a orari che coprivano strutturalmente anche il sabato. I turni creavano molti disagi e ci furono forti tensioni perché questa novità comportava delle forti modifiche nella vita delle persone.


 


Cosa fece il sindacato?


Preso tra la resistenza dei lavoratori, giustificata dal loro punto di vista ma disperata dal punto di vista dell’oggettività del processo, e le necessità economiche delle aziende, il sindacato, in alcuni casi, si rifugiò in accordi che introducevano l’odiosa figura del pipistrello, ovvero lavoratori che facevano sempre il turno di notte. Quindi si scaricò su una parte minoritaria dei lavoratori l’impatto negativo di questa rivoluzione. Almeno i pipistrelli avevano due vantaggi: il primo è che si trattava di un lavoro stabile, e il secondo che beneficiavano di salari più alti perché il lavoro notturno è pagato di più.


 


E la terza rivoluzione?


Oggi le aziende hanno bisogno di un uso degli impianti non più costante, ma legato alla variabilità del mercato. Il rischio è che anche stavolta , siccome questo tipo di flessibilità penalizza i lavoratori forse in modo ancora più pesante rispetto alla seconda rivoluzione, si scelga di nuovo la strada di scaricare su un numero minoritario di lavoratori il problema, ovvero di far fronte alla necessità di flessibilità ricorrendo a un uso eccessivo dei contratti a termine o temporanei. Siamo di fronte a una scelta difficile perché il lavoratore sindacalizzato si oppone alla flessibilità, e ne ha tutte le ragioni, ma un sindacato che ambisce a tutelare tutti deve trovare delle soluzioni contrattuali che, pur di evitare che si scarichi solo sui giovani il problema della flessibilità, ottenga dagli altri la disponibilità ad essere più flessibili nel loro orario di lavoro. Quindi in gioco non c’è la maggiore o minore tendenza del sindacato ad essere subalterno alle esigenze delle imprese, ma la sua vocazione di essere il sindacato di tutti e non solo di alcuni.


 


Quindi la Fim è disponibile a parlare di flessibilità in questo rinnovo?


La portata di questa discussione è talmente ampia e impegnativa che non può essere risolta in un negoziato, che è un rinnovo del biennio economico, iniziato senza aver avuto la possibilità di fare una discussione tra di noi e con i lavoratori con la calma necessaria per vedere il problema nella sua interezza. Abbiamo avuto dai lavoratori un mandato a negoziare il salario. E’ naturale che tra noi ci siano diverse opinioni sull’equilibrio da trovare tra flessibilità di orari e flessibilità in entrata, ma è una discussione molto difficile che abbiamo bisogno di fare con il tempo necessario, proponendo sostanzialmente ai lavoratori stabili un sacrificio di solidarietà a favore dei giovani. Capisco dunque le esigenze di Federmeccanica, ma non possiamo affrontare questo tema in un negoziato senza il mandato dei lavoratori. La discussione andrà ripresa tra i sindacati e con i lavoratori, ma è saggio aver deciso, in assenza di mandato e di opinioni comuni tra Fim, Fiom e Uilm, di non avventurarsi su mediazioni complicate per i lavoratori metalmeccanici.


 


Quando la Fim ha rotto la trattativa, aveva parlato anche di divergenze con Fiom e Uilm.


Le divergenze erano riconducibili a una sostanziale differenza tra le priorità per chiudere l’accordo. Il dibattito tra noi, ma anche quello pubblico, aveva catalizzato l’attenzione su due temi: l’aumento dei minimi e la flessibilità, nella forma di un no alla flessibilità non negoziata con le Rsu. Il rischio era ed è che, avendo individuato queste priorità, perdessero peso nel negoziato e nelle nostre ipotesi di mediazione i temi che riguardano i lavoratori più deboli: i 25 euro e un inizio di intervento per limitare la precarietà. Penso ci siano sensibilità diverse, dovute anche alla mancanza di una discussione esplicita tra noi e con i lavoratori. Ma il timore è che si sacrifichino eccessivamente questi due temi nella mediazione finale.


 


E dal punto di vista delle richieste economiche?


C’è la difficoltà di valutare una mediazione accettabile sugli aumenti dei minimi. Da un lato c’è la constatazione della sofferenza salariale dei lavoratori, ma dall’altro la lucida consapevolezza delle difficoltà economiche delle imprese. E’ difficile come tutti negoziati fatti in un periodo di crisi. Trovare un punto di equilibrio è ancora più complicato dopo un anno in cui abbiamo fatto fare 50 ore di sciopero ai lavoratori. In questi casi, il sindacato deve avere il coraggio di individuare una mediazione che deluderà in parte le aspettative, ma che va sostenuta unitariamente in nome di due cose: la presa d’atto delle difficoltà date dalla crisi e la consapevolezza di aver messo in campo tutti gli elementi di pressione possibili, perché 50 ore di sciopero e una manifestazione a Roma non sono uno scherzo. Quindi quello che la mobilitazione poteva aggiungere a nostro favore nel negoziato l’ha fatto. A questo punto bisogna chiudere e mi pare che sulla necessità di chiudere entro l’anno ci sia una forte convergenza unitaria. Stiamo discutendo per definire un livello condiviso di mediazione.


 


Se non si chiude entro l’anno?


Vedo il rischio, per non dire la certezza, che un contratto non rinnovato entro questi tempi produrrebbe un far west nel quale le aziende che hanno lavoro potrebbero essere costrette da mobilitazioni aziendali a sottoscrivere pre-accordi, quelle in grado di pagare ma senza un sindacato forte potrebbero decidere l’erogazione unilaterale di acconti e le aziende in condizioni di debolezza sia economica che di presenza del sindacato rimarrebbero prive di qualsiasi aumento salariale. Sarebbe la ‘balcanizzazione’ delle relazioni industriali nel settore metalmeccanico, col rischio di perdere definitivamente lo strumento del contratto nazionale che invece tutti vogliamo salvaguardare. La nostra vicenda dimostra anche che, per difendere il contratto, non bisogna chiedergli di assolvere a compiti che non è più in grado di assolvere proprio per la complessità maggiore che c’è nel mondo delle imprese e del lavoro. Il compito che realisticamente possiamo affidargli è proprio quello di diventare lo strumento di tutela minima. Se chiediamo a questo cavallo di correre troppo, rischiamo di stroncarlo.

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