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Home - Approfondimenti - Analisi - Ci si può sentir rappresentati da qualcuno se sentiamo che questi ci rassomiglia

Ci si può sentir rappresentati da qualcuno se sentiamo che questi ci rassomiglia

di Michele Buonerba
8 Aprile 2019
in Analisi

In questo XXI secolo le opinioni si formano e mutano con una rapidità straordinaria. Le élite, che nel Novecento erano tra loro positivamente in conflitto, sono state poste più o meno tutte sul banco degli imputati da parte di chi da esse si è sentito tradito. I pubblici ministeri, quelli che qualcuno demagogicamente e per convenienza definisce “popolo”, provano a trovare un colpevole rispetto al tradimento che sentono di aver subito da coloro che oggi ritengono siano solo dei radical chic.

La debolezza degli strumenti necessari a formulare l’atto di accusa crediamo sia un fattore da considerare come rilevante in questo contesto confuso nel quale orientarsi è sempre più complesso. L’indagine è spesso superficiale, gli inquirenti brancolano nel buio e così i sospetti ricadono su coloro che hanno i volti più noti e forse solo per questo ritenuti casta. Vengono individuati in quelli giacca e cravatta che hanno perso contatto con le periferie, i responsabili dei problemi irrisolti nei servizi sociali dovuti alla crisi dei bilanci pubblici, a causa dei quali una ridotta capacità di spesa compromette la qualità della vita dei sempre più che rimangono indietro. Se una volta gli investimenti erano uno strumento di sostegno al PIL, oggi, anche quando i soldi sono disponibili, annegano in un mare di burocrazia di stampo ottocentesco, come dimostrano ad esempio i fondi europei per lo sviluppo regionale.

Le soluzioni false o semplicistiche, sempre meno intermediate dalle tradizionali fonti di informazione, sono alimentate dal web nel quale gli utenti vengono profilati senza rendersene conto. In quell’arena entrare in contatto con chi ci rassomiglia è molto semplice, ci pensano i padroni della rete a fare le presentazioni ed è sufficiente che qualcuno si faccia vedere in prossimità del popolo con la felpa per essere considerato un proprio rappresentante. Poco importa se quello che proclama o sostiene di volere fare sia contro i quegli interessi che sostiene di voler sostenere: basta che ci sia un capro espiatorio contro il quale scagliarsi e se domani questo è diverso da quello di oggi è irrilevante.

Tra le élite ci sono probabilmente anche molti sindacalisti, non tutti per carità, ma quelli che sempre meno persone vedono direttamente, ma che magari sono molto attivi sui social network. Spesso appaiono chiusi nei loro fortini intenti a dibattere, ma di cosa e per cosa non è chiaro alla crescente parte di popolazione affetta dall’analfabetismo di ritorno. A differenza di altre élite sono poco percepiti al limite di rasentare l’indifferenza e qualche piazza piena di babyboomer non deve illudere che il consenso sia diffuso.

D’altronde, i tempi delle conquiste salariali e normative sono lontani e molti di coloro che oggi lavorano non hanno memoria di quell’epoca gloriosa. Le grandi e rapide mutazioni rendono insicure sempre più persone, ma si pensa di rappresentare il lavoro come nel passato quando si svolgeva la stessa professione per tutta la vita e spesso nello stesso ambito. Allora si andava in pensione abbastanza presto e alle storiche carenze del welfare pubblico si sostituiva quella famiglia allargata di cui si sta perdendo la memoria. Un sindacato confederale diviso in sigle frutto dell’epoca delle ideologie, organizzato per categorie nazionali in relazione a cicli produttivi del Novecento, che firma in tempi alle volte biblici centinaia di contratti nazionali dei quali chi si crede di rappresentare nemmeno si accorge, come può sperare di tornare ad essere protagonista? Ci può cullare sugli allori dell’ancora elevato tasso di sindacalizzazione quando questo è il frutto di un’attività più simile a quella commerciale che a quella associativa?

Il tempo del sindacato efficace e rappresentativo a prescindere appartiene ai libri di storia pressappoco da quando è stato seppellito il conio nazionale. Le sfide del nuovo millennio si chiamano disuguaglianze crescenti, sfruttamento del lavoro anche intellettuale, emarginazione, salari da fame, welfare residuale e privatizzato, assenza di politiche attive e l’elenco non è certamente esaustivo. Le esigenze dei lavoratori sono tra loro sempre più simili indipendente dalle categorie nella quale ancora li cataloghiamo.

Questo non significa che tra un operaio metalmeccanico e una hostess le differenze non permangano, ma ci piace sottolineare che entrambi hanno bisogno di essere formati bene e per tutta la vita al fine di poter incrociare le offerte di un lavoro che non è per sempre. Hanno bisogno di essere protetti da pochi contratti collettivi, di comparto più che di settore, ma soprattutto che siano adatti ai tempi e quindi che siano in grado di valorizzare le professionalità acquisite. In una società che invecchia rapidamente sentono il bisogno di vedersi riconosciuti rispetto ai loro bisogni emergenti e pertanto nel territorio dove vivono. La contrattazione collettiva dovrà necessariamente essere in grado di offrire quei servizi attraverso il welfare integrato tra le diverse forme di quello integrativo. Pensiamo alla pensione complementare, alla sanità integrativa, alla formazione continua e al cosiddetto welfare integrativo che oggi è dominato dalle piattaforme messe sul web dagli stessi padroni della rete che hanno interesse a orientare i consumi verso quelli ricreativi.  

Per fornire una risposta credibile alle istanze che emergono da una società frammentata e disomogenea, le ricette nazionali sono perdenti, perché la stessa diagnosi rispetto a patologie diverse non cura il malato. Dovremmo renderci conto che per rendere conto di quello che facciamo, l’aggregazione degli interessi è essenziale. Proprio per questo è necessario che l’implementazione delle politiche contrattuali avvenga negli ecosistemi territoriali. Seppur in un quadro più generale di tenuta economica e sociale del paese, se vogliamo un sindacato che sia riconosciuto come rappresentante delle esigenze nuove e in continua mutazione, la prossimità è l’universalità sono requisiti essenziali. La rappresentanza dovrebbe quindi tornare ad essere esercitata dal basso, vicino alle persone e ai loro bisogni. Solo in un secondo momento avrà un senso la definizione di criteri che misurino la rappresentatività di tutte le parti sociali. Comprese quelle datoriali che subiscono la stessa crisi di credibilità di quelle dei lavoratori.  

Le opinioni si potranno stabilizzare solo se la società organizzata riuscirà ad essere nuovamente percepita dalla popolazione portando risultati tangibili. Crediamo sia una responsabilità delle élite provarci. Il tempo dei populisti non è eterno e sarà importante farsi trovare pronti a sostituirli senza tradimenti e con un vero spirito di servizio.

Michele Buonerba

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  • pdf Lorenzo Bordogna - Carlo Dell’Aringa. Un uomo per bene, un riformista convinto
Michele Buonerba

Michele Buonerba

Segretario generale Cisl dell’Alto Adige

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