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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Il debito cresce, ma non fa più paura (per ora)

Il debito cresce, ma non fa più paura (per ora)

di Maurizio Ricci
10 Marzo 2021
in Poveri e ricchi, Analisi
Bankitalia, a marzo il debito pubblico supera il massimo storico del 2015

La sostenibile pesantezza del debito non è solo una battuta per scimmiottare a rovescio “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, il libro che ha reso celebre Milan Kundera. E’ la presa d’atto che, nel caos e nella tormenta di queste difficili settimane, un incubo storico e ricorrente, che ci accompagna da trent’anni, fino a concentrare, spesso, tutta l’attenzione del paese, si è volatilizzato.

E’ l’effetto Europa. Mai la Bce era scesa in campo così apertamente a sostenere il Tesoro italiano. Mai la Commissione e il Consiglio europeo si erano impegnati con tanta decisione a irrobustire le risorse di cui può disporre l’Italia, preparando un assegno che sfiora i 200 miliardi di euro. E’ anche l’effetto Draghi. Mai, pur con tutto il rispetto per i predecessori, il governo italiano aveva avuto alla sua testa un uomo così noto e apprezzato, l’eroe globale del riscatto dell’euro, fino a far scrivere a giornali autorevoli come il Financial Times  di “un’Europa a trazione Draghi”.

Il risultato è che nessuno si preoccupa, oggi al contrario di ieri, della montagna crescente del debito pubblico italiano. Non ce ne preoccupiamo noi. Ma neanche l’Europa e neanche i mercati.

Il baubau dello spread – la differenza fra i tassi sul Bund tedesco e sull’equivalente titolo decennale italiano, considerato anche il termometro della stabilità finanziaria europea – è sotto i 100 punti, un terzo del livello a cui era esattamente un anno fa. I titoli italiani a 10 anni viaggiano sul mercato al tasso dello 0,69 per cento, vicino ai minimi degli ultimi 5 anni. Eppure, quando, pochi giorni fa, agli investitori sono stati offerti 8 miliardi di euro, il Tesoro si è sentito chiedere Btp per 80 miliardi di euro. La montagna del debito italiano si ingrossa fino al 160 per cento del Pil, un livello alla greca, ma prendere a prestito oggi, per restituire i soldi non fra 10, ma fra 30 anni,  a metà del secolo, costa al governo italiano non più dell’1,70 per cento l’anno.

Questa sorta di Bengodi nazionale non è minacciato neanche dalle ombre che agitano il panorama della finanza internazionale. L’enorme massa di denaro che la Casa Bianca, fra Trump e Biden, ha riversato nell’economia Usa e che vale, solo negli ultimi 12 mesi, 5 mila miliardi di dollari, quanto un quarto del Pil americano, ha messo in moto timori d’inflazione che stanno facendo salire i tassi dei titoli pubblici Usa, con un effetto calamita sui titoli europei. L’agitazione, tuttavia, al momento è solo poco più che verbale. La ripresa post-vaccinazioni comporterà un rimbalzo dei prezzi, ma, secondo il grosso degli economisti, solo del tutto transitorio. E anche secondo i mercati, del resto. Le aspettative di inflazione che registrano i movimenti di mercato (ovvero, quelli in cui uno tira fuori davvero i soldi e non si limita a parlare) dicono che l’inflazione media americana su cui gli operatori scommettono, fra il 2026 e il 2031 sarà del 2,3 per cento l’anno. Non un livello da far tremare i polsi, anzi, il classico obiettivo delle banche centrali. Per l’Europa, le stesse aspettative sono di almeno un punto più basse.

E, infatti, rispetto ad un mese fa, i mutamenti sono stati minimi. Lo spread è risalito a 100 da 90 e i tassi sui Btp decennali sono cresciuti da poco sopra lo 0,5 per cento a poco sotto lo 0,7 per cento. Del resto, Philip Lane, il componente del board della Bce a cui, nell’era Lagarde, è affidato il compito di declinare, nei dettagli concreti, la politica della banca centrale, ha appena lasciato intendere che Francoforte, nel quadro degli sforzi contro la pandemia, intende tenere sotto controllo l’andamento dello spread, quindi, eventuali spinte dei mercati saranno prontamente rintuzzate dal bazooka Bce, con acquisti massicci di titoli pubblici a rischio.

Ma, fino a quando durerà questa calma piatta, che rende sostenibile la pesantezza del debito? Oggi, c’è un consenso tanto largo, quanto forse inaspettato – che va dall’intera comunità degli economisti al board di  Francoforte, alla Commissione di Bruxelles, fino ai falchi di Berlino – per cui, nella fornace della lotta alla pandemia, bisogna buttare tutte le risorse disponibili. Al debito ci si penserà dopo. Non c’è niente di non detto o sottinteso in questa posizione. L’impegno a giocarsi tutto è scritto nero su bianco nell’agenda dei rastrellamenti di titoli pubblici sul mercato, che è il cuore del bazooka Bce, come nell’annuncio di Bruxelles che le regole dell’austerità che hanno vincolato i bilanci dei paesi dell’eurozona restano  sospese.

Sappiamo ufficialmente, dunque, che sia l’ombrello della Bce, con le difese anti-spread, sia quello della Ue, con le regole di bilancio nel freezer, resteranno aperti almeno fino a tutto il 2022, quando, presumibilmente, i paesi europei saranno usciti dall’ombra lunga della recessione da Covid. Solo a quel punto si tornerà a guardare la montagna del debito italiano e si materializzerà nuovamente il rischio che ne veniamo schiacciati. Riusciremo a liberarci, per allora, dall’ipoteca di un debito schizzato ormai al 160 per cento del Pil?

Non è una missione impossibile. Tutto dipende dal fatto che ci sia anche l’Italia, a fine 2022, in quel drappello degli scampati. E’ la domanda cruciale, perché il nostro futuro dipende dalla prospettiva di una ripresa della crescita economica. Questa volta più che mai. Ma abbiamo solo due anni per far ripartire il motore.

Nessuno, infatti, sembra pretendere che, fra due anni, quando verrà il momento di decidere cosa fare con i due ombrelli, l’Italia abbia drasticamente ridotto il suo debito. Quando Francoforte chiarisce che giudicherà cosa fare in base alla situazione e Bruxelles spiega che le regole sui bilanci saranno cambiate e, comunque, la Commissione utilizzerà “tutta la flessibilità consentita” l’obiettivo è escludere che esistano scadenze o prove-capestro. La partita però si gioca su un punto: l’Italia dovrà dimostrare, a fine 2022, che la montagna del debito ha smesso di crescere, nonostante la spesa accumulata, e che, anzi, comincia a ridursi.

Attenzione, quello che si deve ridurre non è il livello del debito, ma il rapporto fra quel livello e il prodotto interno lordo. Basta, dunque, che il Pil cresca più rapidamente del debito, perché automaticamente quel rapporto-incubo si riduca. Obiettivo a portata, visto che i tassi sono, oggi, così bassi, che il costo medio dei titoli di nuova emissione non arriva allo 0,6 per cento. Un Pil che cresca dell’1 per cento è già sufficiente, dunque, a intaccare la montagna del debito. Una crescita più sostenuta, del 3-4 per cento, avrebbe effetti anche più spettacolari e gratificanti sul rapporto debito/Pil.

E’ la scommessa chiave dei prossimi due anni. In qualche modo, è sempre stata vera e gli economisti di matrice populista se ne erano appropriati. La differenza – decisiva – sono gli ombrelli europei,  che impediscono ai mercati di fare quello che sono capaci di fare con spietata efficacia: travolgere chi si avventuri nella scommessa della crescita costi-quel-che-costi, senza avere le spalle coperte.

Maurizio Ricci

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Giornalista

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