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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Le incognite che pesano su una manovra fragilissima

Le incognite che pesano su una manovra fragilissima

di Maurizio Ricci
23 Ottobre 2023
in Poveri e ricchi, Analisi
Coalizioni sbandate

Cosa si può dire, dopo aver scorso la manovra finanziaria 2024, impostata dal ministro del Tesoro, Giorgetti, per conto del governo Meloni? Un augurio: buona fortuna. Per l’esattezza, tanta buona fortuna. Il primo disegno di politica economica di largo respiro, immaginato dalla destra di governo – dopo una Finanziaria 2023 obbligata, per la ristrettezza dei tempi, a ripercorrere i passi del governo Draghi – regge, infatti, solo se si realizzano, tutte insieme, una serie di ipotesi e scommesse, a prima vista improbabili. Lo scenario immaginato dallo staff del Tesoro per un’Italia che scavalla, senza danni, il triennio 2024 – 2026, contempla, infatti: privatizzazioni a raffica, un elettorato collaborativo, una Commissione europea compiacente, mercati finanziari letargici, la Bce che comincia a tagliare i tassi, nel quadro di una economia internazionale in ripresa, in grado di sostenere il commercio mondiale, senza che questo faccia mancare energia disponibile a buon mercato. Il tutto in grado di produrre, sul parametro fondamentale (il Pil), uno sviluppo dell’1,2 per cento l’anno prossimo.

E’ la previsione più bassa fra quelle stimate per i paesi Ue e Giorgetti ne approfitta per sottolineare quanto la sua sia stata, dunque, prudente. Ma è, probabilmente, vero il contrario, purtroppo: altro che prudente, sconsiderata, piuttosto. Già quell’1,2 per cento, infatti, sa un po’ di gettare il cuore oltre l’ostacolo, visto che, tranne Giorgetti, nessuno, anche esaminati i dettagli della manovra, pare crederci. Tutti, dalla Ue al Fmi, dall’Ocse a Unicredit fino a Standard&Poor’s la scorsa settimana, valutano una espansione allo 0,7-0,8 per cento. E mezzo punto di differenza nell’aumento del Pil significa veder saltare le previsioni – già non entusiasmanti – su debito e deficit, in rapporto allo stesso Pil, i due parametri su cui il mondo ci giudica.

Ma il problema è più grosso. Lo stesso Giorgetti aveva indicato che, su quell’1,2 per cento, gravavano alcuni fattori di rischio, che avrebbero potuto intaccarlo: un commercio mondiale troppo fiacco, un euro che si apprezza, il barile di petrolio che rincara, lo spread fuori controllo. E che succede? Ad un mese dalla stesura della manovra, i fattori di rischio si stanno materializzando, in parte in misura prevedibile, in parte assolutamente imprevedibile, povero Giorgetti.

Lo stesso contenuto della manovra ha rimesso in modo lo spread, a segnalare l’attenzione dei mercati alle scelte di Roma e ad un deficit pubblico, destinato a salire, nei programmi, al 4,3 per cento del Pil, nonostante i moniti europei. Infatti, la differenza fra il rendimento del Bund tedesco e quello del Btp italiano, ha sfondato quota 200. Ad agosto era 160. Per l’Italia significa che il debito costa di più. Quello che, tuttavia, pesa di più – e che non era prevedibile – è l’incupirsi del panoma internazionale.

Se la guerra in Ucraina era un elemento di destabilizzazione, l’esplodere della crisi in Medio Oriente lo è molte volte di più. Difficile che l’economia e il commercio mondiale non ne risentano, come già temeva il Tesoro. Soprattutto, proprio perché siamo in Medio Oriente, l’assenza di ripresa mondiale potrebbe non frenare un aumento del prezzo del petrolio (e, per contiguità, del metano), già risalito sopra quota 90. Negli stessi calcoli del Tesoro, anche solo il barile in viaggio verso i 100 dollari potrebbe sottrarre 0,4 punti allo sviluppo del Pil, cifrato in 1,2 per cento, riportandolo a quel mediocre 0,8 per cento delle previsioni internazionali. Ma, se avevano comunque ragione Fmi, Ocse e Ue e lo sviluppo prevedibile si fermava allo 0,8 per cento, quasi mezzo punto in meno, per colpa del petrolio, vuol dire che, secondo l’esercizio dello stesso Tesoro, l’aumento del Pil si fermerebbe allo 0,4 per cento. Nessuno dei numeri della nuova Finanziaria resterebbe in piedi se lo sviluppo fosse davvero così asfittico.

Un Pil più piccolo del previsto significa che, a meno di immaginare, sin d’ora, una manovra-bis a primavera (ovvero subito prima delle elezioni europee), il deficit pubblico sarà più alto del 4,3 per cento del Pil, messo in conto dal Tesoro. Un livello che non mancherà di allarmare la Commissione europea che, peraltro, già quindici giorni prima del Tesoro aveva pronosticato uno sviluppo del Pil mezzo punto di più basso della ottimistica stima di Giorgetti.

E’ ancora così importante il parere di Bruxelles? E’ una patente di buona condotta a cui i mercati finanziari guardano con attenzione. E, anche se oggi gli investitori esteri non controllano più di un quarto dei nostri titoli, sono ancora loro a decidere il loro stato di salute: la Bce, che ne detiene altrettanti, difficilmente scenderà in campo se le acque cominciassero ad agitarsi e banche, fondi, assicurazioni di casa nostra, che hanno in portafoglio più di un terzo del debito complessivo, non possono far finta di niente, se c’è tempesta sui mercati, perché ne vanno di mezzo le loro quotazioni.

Attenzione, l’Italia, assicurano compatti gli analisti, non rischia, in nessun caso, una bancarotta. Ma di veder balzare il costo del debito, fino a perdere il controllo della propria politica economica, per rincorrere il debito, sì. I rendimenti dei Btp a 10 anni al 5 per cento hanno un’eco sinistra dell’era Berlusconi.

Di fronte a questi dubbi e sospetti, la Finanziaria Giorgetti-Meloni si rivela fragilissima. Quello di cui i mercati hanno paura è un aumento strutturale del debito pubblico. Che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, è già effettivamente caricato. Basta far di conto. Il governo promette, infatti, di ridurre (sempre troppo poco) il livello del debito pubblico, sulla base di una promessa guascona: 20 miliardi di euro di privatizzazioni a cui non crede quasi nessuno (metter mano alle Ferrovie è un ginepraio). E, soprattutto, di uno sfacciato trucco delle tre carte. Ci sono 15 miliardi di benefici fiscali (cuneo e Irpef) che il governo garantisce solo per il 2024. Qualcuno crede davvero che, nel 2025, le tasse torneranno quelle di prima e gli elettori facciano hara-kiri? Dunque, o la Finanziaria 2025 è già ipotecata o il debito è destinato ad aumentare. I mercati sanno far di conto.

Maurizio Ricci

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