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Home - Rubriche - Giochi di potere - Referendum, i tormenti di Meloni finita in un vicolo cieco

Referendum, i tormenti di Meloni finita in un vicolo cieco

di Alberto Gentili
16 Febbraio 2026
in Giochi di potere
La mandrakata di Meloni per vincere le elezioni nel 2027

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni è finita in un vicolo cieco. Per la prima volta, da quando nel 2022 ha espugnato palazzo Chigi, la premier è in seria difficoltà. Sul referendum non sa che pesci prendere. Tutti i sondaggi dicono che se Giorgia non scenderà in campo, se non ci metterà la faccia, i “no” potrebbero prevalere. E per il governo, a dispetto di quanto dicono da mesi i generali e i colonnelli del centrodestra, sarebbero dolori. Seri. Ma, allo stesso tempo, se Meloni dovesse cominciare a fare comizi, a girare le piazze d’Italia e a frequentare i salotti televisivi per spingere il “sì”, legherebbe inevitabilmente il suo destino alla riforma della giustizia. E se sarebbe difficile, per mancanza di un’alternativa di governo, che in questo caso Giorgia faccia la fine di Matteo Renzi (sfrattato nel 2016 dalla stanza dei bottoni proprio dopo una batosta referendaria); inevitabilmente il governo ne uscirebbe ammaccato. E di brutto. Per dirla con Giovanni Orsina, direttore del dipartimento di Scienze politiche della Luiss: “La premier è in una posizione complessa. Più fa campagna elettorale, più si intesta la riforma, più rischia di essere indebolita da un’eventuale vittoria del no. Però meno fa campagna, più indebolisce il sì”. Il vicolo cieco, appunto.

Ma andiamo con ordine. Fino a qualche settimana fa Meloni & Co. dormivano sonni tranquilli. O quasi. Tutti i sondaggi davano il “sì” alla separazione delle carriere dei magistrati in netto vantaggio. Poi, però, le analisi demoscopiche hanno affinato l’analisi ed è saltato fuori che l’esito della consultazione popolare del 22 e 23 marzo è legato alla partecipazione al voto. Youtrend ha certificato che minore sarà l’affluenza, maggiore sarà il vantaggio del “no”: se la percentuale dei votanti supererà il 55%, la vittoria del “sì” è data al 56%, mentre il “no” alla riforma vincerebbe se l’affluenza dovesse scendere intorno al 46%. Non dissimile l’analisi di Nando Pagnoncelli sul Corriere di sabato scorso: “sì” vittoriosi con i votanti al 52%, e “sì” sconfitti se chi andrà alle urne non supererà il 42%. E attenzione: all’ultimo referendum, quello di giugno sul lavoro, andò a votare il 30%. In quel caso nella partita c’era, però, anche la questione del quorum. A marzo invece il voto, trattandosi di un referendum confermativo di una riforma costituzionale, sarà valido a prescindere dalla percentuale di votanti.

Meloni e i suoi, dopo aver analizzato la tendenza evidenziata dai sondaggisti, hanno capito che la chiave del successo sta perciò nella mobilitazione del proprio elettorato. Nel trasformare gli elettori del centrodestra in un esercito in armi contro il “nemico”. Da qui la massiccia campagna di comunicazione dopo le martellate degli antagonisti contro il poliziotto negli scontri di Torino del 31 gennaio. L’evocazione degli Anni di Piombo, le Brigate Rosse, le accuse contro la sinistra di “ambiguità” e di “collusione” con i violenti. Il cannoneggiare continuo contro i magistrati “colpevoli” di liberare i teppisti e di sabotare le misure del governo sul fronte della sicurezza. E, sempre da qui, l’equazione – fatta rimbalzare su tutti i social, le tv e giornali della destra – che chi attacca gli agenti “vota no”.

I soliti sondaggi, però, hanno rivelato a Meloni che questa campagna non basta a portare i suoi fan alle urne. Così da una parte è ripresa la solita litania intonata un po’ da tutti. A cominciare da Giorgia: “Il referendum non è su di me o sul governo”, “anche se vincono i sì non mi dimetto, resterò al mio posto fino alla fine”. Dall’altra parte, a palazzo Chigi e nel quartier generale di Fratelli d’Italia di via della Scrofa, hanno cominciato a studiare le contromosse. Anche perché regge poco sostenere che quello del 22 e il 23 marzo “non sarà un voto politico”. Per due ragioni. La prima: la riforma della giustizia è l’unica vera riforma varata dal centrodestra in oltre tre anni di governo: il premierato e l’autonomia ancora languono, assopiti, nei cassetti. La seconda ragione: dall’inizio del suo mandato (rinnegando una tradizione giustizialista) la leader dei Fratelli non ha fatto altro che caricare a testa bassa i magistrati, accusandoli di ogni nefandezza. A cominciare dal surreale e grottesco fallimento dei centri per migranti costruiti in Albania e costati (finora) quasi un miliardo di euro. Perciò, l’eventuale vittoria del “no” verrebbe annotata nella storia patria come un successo dei magistrati.

E quale sarebbe la contromossa per evitare l’abisso? Schierare Meloni in prima linea e in prima persona. In base alle analisi dei cervelloni di via della Scrofa, Giorgia vale infatti da sola due-terzi dell’elettorato di Fratelli d’Italia (il 20% sul 30%). E ha decisamente più appeal, più capacità di mobilitare gli elettori di centrodestra, di quanto ne abbiano il principe della grisaglia Antonio Tajani e il bollitone Matteo Salvini, preso a calci perfino da Roberto Vannacci. Dunque, per salvare il referendum, l’underdog della Garbatella dovrebbe metterci la faccia.

Il condizionale non è usato a caso. Meloni ancora ci sta pensando su. Non ha sciolto la riserva. La ragione: se da una parte effettivamente una campagna martellante di Giorgia potrebbe spingere i suoi elettori ad andare alle urne e a votare “sì”; dall’altra politicizzando lo scontro provocherebbe l’effetto di mobilitare gli indecisi a votare “no”. Ed è esattamente quello che accadde nel 2016 a Renzi. E allora? Giorgia riflette, si tormenta. Perché è vero che il suo consenso è ancora altissimo, ma c’è il precedente proprio di Renzi che passò dal 40% delle europee del 2013 alla sconfitta referendaria; quello dei 5Stelle che in cinque anni passarono dal 32% al 15%. E c’è il harakiri di Salvini che dal 34% delle europee del 2019, si è ritrovato a vivacchiare intorno all’8%. Insomma, per perdere tutto basta un niente. Giorgia lo sa.

 

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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