La crisi del settore metalmeccanico è in peggioramento. La stessa industria europea rischia di essere “spazzata via”, come ha sottolineato il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, nel presentare il report del sindacato sull’industria metalmeccanica. Aumento dei costi dell’energia, il settore auto in crisi, aziende che faticano ad avere accesso al credito. Una questione industriale che deve tornare ad essere al centro dell’agenda politica italiana e soprattutto europea, ha spiegato Uliano: “non possiamo più ragionare come singoli Stati”, serve un progetto industriale europeo. Gli unici settori in positivo nel quadro metalmeccanico sono l’aerospazio, la difesa e la cantieristica navale.
Ma partiamo dall’inizio. Rispetto all’ultimo rilevamento del 2024 del sindacato, che contava 103.451 lavoratori coinvolti nella crisi, oggi siamo a 115.397 con un aumento di 11.946 lavoratori rispetto allo scorso anno. Il campione raccolto dalla Fim Cisl coinvolge 575 aziende sotto i 50 dipendenti e 418 sopra i 50 dipendenti, per un totale di 993 aziende e 115.397 lavoratori.
Secondo il report, la crisi colpisce ormai interi settori, dalle di aziende della componentistica auto ed elettrodomestico, macchine agricole e movimento terra, ma anche aziende di minuteria e tornitura meccanica, elettrodomestico, componentistica elettromeccanica, fonderie, zincatura. Confermate le sofferenze delle aziende produttrici di prodotti per l’infanzia, infissi e materiali per l’edilizia, bici e componentistica, a cui si aggiungono le sofferenze dei comparti moto e motocicli. Una situazione in coerenza con i dati ISTAT che vedono una crescita nel settore metalmeccanico e siderurgico delle ore di Cassa integrazione per il secondo semestre 2025 del +17% e +20%, con 261,70 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate.
Uno degli elementi più impattanti nelle crisi, come si accennava all’inizio, è il costo dell’energia. A seguire il costo delle materie prime, i dazi, la crisi geopolitica e la confusa gestione della transizione green ed energetica da parte dell’Europa. Risultano in questo senso particolarmente colpiti i settori dell’automotive e della siderurgia, quelli del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. Complessivamente, su 115.397 lavoratori, sono 83.998 implicati in crisi di settore, 19.630 quelli coinvolti a vario titolo in crisi di carattere finanziario e 10.160 relativi all’indotto, si tratta per lo più di aziende, anche sotto i 50 dipendenti, legate alla componentistica auto, ma anche aziende di minuteria e lavorazioni meccaniche trasversali ai settori.
La mancanza di credito inoltre è maggiormente sofferta dalle aziende italiane rispetto al resto d’Europa, ha spiegato Uliano, per via della loro ridotta dimensione. “Dei 600 mld di credito del 2025 concessi dalle banche alle imprese – ha precisato Uliano – la maggior parte sono stati accordati alle grandi aziende con rating molto alti. Nel 2025 c’è stato un calo dei volumi dei prestiti del -3,8%, che si rispecchia anche nel nostro report con oltre 19mila lavoratori coinvolti in crisi finanziarie. Questo penalizza le piccole e medie imprese che stanno ritardando gli investimenti in nuovi macchinari e non stanno sfruttando le risorse del programma transizione 5.0 (parliamo di 6,3 mld di euro in scadenza il 28 febbraio) a causa della complessità burocratica.”
In particolare auto, siderurgia ed elettrodomestico in testa sono in peggioramento. Nel campione di quasi mille aziende censito da sindacato, si evidenzia una forte richiesta di Cigo. Nell’ultimo periodo dell’anno si riscontra un aumento della Cigs, accentuando le caratteristiche di una crisi strutturale. Inoltre, continuano ad esserci processi di delocalizzazioni: 995 sono i lavoratori coinvolti, con una presenza significativa di aziende che forniscono servizi di call center ed informatici.
Osservando più nel dettaglio, le regioni maggiormente colpite sono quelle ad alta industrializzazione: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, che vedono crescere le ore di cassa integrazione, in particolare nei settori legati ai macchinari e impiantistica industriale, automotive, elettrodomestico, siderurgia e biciclette. Mentre Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio, pur registrando un numero inferiore di aziende in crisi, confermano i settori in maggiore difficoltà: automotive, siderurgia, elettrodomestico; così come le regioni del Centro-Sud: Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e le isole Sicilia e Sardegna, dove ai comparti di cui sopra si aggiungono le aziende legate alla microelettronica, ai semiconduttori, alla manutenzione industriale e all’impiantistica.
Il nostro Paese ha quindi bisogno di politiche industriali e interventi che rimettano la “questione industriale” al centro delle risposte e delle politiche economiche. Per il sindacato, le crisi possono e debbono essere risolte con impegni concertati con il sindacato, mettendo in campo risorse concrete di sostegno alle filiere in transizione e attrazione di nuovi investimenti. “Bisogna assolutamente trovare una soluzione – ha spiegato Uliano – per poter portare il costo dell’energia alla media europea e rendere competitive le nostre aziende, che oggi operano con una pesante zavorra al piede. Al MIMIT sono ferme da anni oltre 50 vertenze sindacali, le più importanti a partire da quelle note della siderurgia, dell’auto e dell’elettrodomestico; se ne sono aggiunte molte altre sottostanti che riguardano soprattutto le transizioni delle filiere che da anni, da dopo la pandemia, il nostro sindacato dei metalmeccanici chiede di mettere al centro di una serie di interventi di sostegno.”
A queste vanno aggiunte le decine di vertenze territoriali che non arrivano ai tavoli ministeriali ma che per il sindacato devono essere messe assolutamente in condizione di capire come investire e come non delocalizzare, “anche davanti all’avvento dell’AI e della robotica avanzata – precisa il segretario – che allargherà notevolmente il divario della produttività tra chi investe e chi rimane fermo. L’Europa può e deve fare la sua parte.”
Il 5 febbraio scorso il sindacato ha manifestato a Bruxelles con gli altri sindacati dell’industria, mettendo in guardia la politica europea sul rischio di deindustrializzazione del continente che rischia di diventare realtà. Sulla base del rapporto Syndex (che analizza 19 settori industriali) solo aerospazio e difesa tengono, mentre automotive e acciaio sono al collasso. “Come FIM abbiamo chiesto la revisione del patto di stabilità anche per gli investimenti dell’industria civile e non solo per quella militare”.
Emanuele Ghiani



























