Sono 12.710 infortuni e 22 casi mortali, numeri che fanno di Bergamo una delle provincie più colpite quando si parla di salute e sicurezza sul lavoro. A dirlo sono le cifre della Commissione d’inchieste della Regione Lombardia. Tra i settori più colpiti ci sono il terziario, l’industria, l’edilizia e la logistica. Una crescita negativa, che non sembra arrestarsi. Di questo ne abbiamo parlato con Luca Nieri, segretario della Cisl di Bergamo.
Segretario qual è la situazione?
Il tema della sicurezza sul lavoro richiede in tutta Italia una maggiore attenzione e un impegno di tutti i soggetti interessati a creare luoghi di lavoro che promuovano il benessere. Quando c’è un infortunio e un incidente mortale ci si nasconde molto spesso dietro la fatalità. Ma è chiaro che questa è una lettura errata che non deve essere fatta. Il dato che purtroppo riscontriamo nella nostra provincia è un aumento degli infortuni e degli incidenti mortali, nonostante un settore produttivo maturo e strutturato.
Perché questa crescita?
Non è facile trovare una motivazione univoca. Credo che occorra osservare l’andamento del mercato del lavoro per provare a dare una spiegazione a questo fenomeno. Negli ultimi 4-5 anni sono cresciuti molto alcuni settori come l’edilizia e la logistica. Sono realtà dove il rischio è più elevato che in altri comparti, dove la cultura e la formazione sulla sicurezza non sempre sono ampiamente diffuse e dove la comunità dei lavoratori stranieri è maggioritaria.
Questo in che cosa si traduce?
Che i lavoratori stranieri, solitamente, svolgono lavori più poveri, maggiormente gravosi dove il rischio di infortunio e di incidente mortale aumenta e che devono fare i conti con barriere linguistiche e culturali durante la formazione.
Che altri segnali riscontrate?
C’è un salto delle malattie professionali, con un balzo del 7% rispetto al 2024. Si tratta di un fenomeno ampiamente sottostimato, con numeri ben più grandi di quelli segnalati, e che colpisce soprattutto i lavoratori più maturi, gli over 50 e 60. Il calo demografico, l’allungamento dell’aspettativa di vita, le norme per l’accesso alla pensione e la difficolta nel ricambiamo generazionale stanno prolungando la permanenza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Dobbiamo quindi capire che un numero crescente di persone sta invecchiano sul lavoro. Questo ci impone una revisione dell’organizzazione e la creazione di posti non solo sicuri per i lavoratori ma che ne favoriscano anche il benessere.
Da dove bisogna partire per invertire questa tendenza negativa?
Prima di tutto occorre un patto sociale su salute e sicurezza tra sindacato, imprese e istituzioni per promuovere una cultura della sicurezza. Una delle sanzioni più frequenti che vengono inflitte alle aziende sono legate al fatto che non si fa formazione o la si fa ma non in modo efficace e pertinente per quello che è il contesto lavorativo e organizzativo. Quindi il punto è proprio la formazione, che deve essere qualificata e vista non semplicemente come un adempimento ma un investimento.
Quali altri investimenti sono necessari?
Come detto si deve ripensare l’organizzazione del lavoro per un maggior benessere del lavoratore, investire nella tecnologia per ridurre il rischio e accrescere la prevenzione con più controlli e un ruolo maggiore del sindacato nei luoghi di lavoro. Bisogna pensare ai lavoratori non solo come a prestatori d’opera ma che persone, che sono la risorsa più importante per le aziende.




























