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Home - Notizie del giorno - Operai Smai in mobilità, in 140 tornano a scuola: un’azienda li assume in blocco

Operai Smai in mobilità, in 140 tornano a scuola: un’azienda li assume in blocco

12 Giugno 2013
in Notizie del giorno
Operai Smai in mobilità, in 140 tornano a scuola: un’azienda li assume in blocco

«Tutto è partito nel momento in cui, era l’agosto del 2010, la Smai, un’azienda di prodotti elettrici strumentali che operava nella provincia di Siracusa, ha chiuso i battenti. Gli operai dall’oggi al domani si sono trovati in mobilità, con il salario ridotto all’osso e la disperazione di non trovare un altro posto di lavoro in una zona dove la crisi si fa sentire forse più che altrove». Potrebbe sembrare l’incipit della ”solita” storia di disperazione a cui purtroppo questa crisi ci sta quasi abituando. Ma non è così. E’ invece uno dei casi di rinascita raccontato nel libro di Massimo Mascini «Dal Fondo in poi». Tredici storie di lavoratori che, con il supporto di un team organizzato da sindacati e imprese, si sono rimboccati le maniche, sono ritornati sui banchi di scuola, hanno studiato e alla fine ce l’hanno fatta a reimpiegarsi. Una boccata di ossigeno in un panorama di desolazione. La dimostrazione che il “mostro crisi” si può sconfiggere. E la cosa più sorprendente che il tutto è avvenuto senza soldi pubblici.

Esempi che potrebbero essere presi come modello per la riforma dei centri pubblici per l’impiego che il governo sta studiando.

UN ABITO SU MISURA
Il 90% degli ex operai della Smai, un gruppetto di 140 persone ad esempio, è stato assunto da una piccola azienda della zona che voleva diversificarsi ed espandere. La Csi, nata nel 1980, fino al 2009 aveva una trentina di dipendenti. Dalla produzione di piccoli impianti per edilizia aveva iniziato a occuparsi di installazione e manutenzione di apparati per l’illuminazione pubblica, e progettava di entrare nel campo del fotovoltaico e delle certificazioni energetiche. Ma il personale non bastava, ne serviva altro, soprattutto qualificato. In zona non c’era e l’azienda di certo non aveva i soldi per finanziare dei corsi di formazione.

La Csi no, ma Fondimpresa sì. E il caso ha voluto che – questo fondo interprofessionale creato da Confindustria, Cgil Cisl e Uil – proprio nel 2010 aveva emesso un bando di 50 milioni di euro per il recupero professionale di lavoratori in mobilità. Per gli ex operai della Smai era un’occasione da non perdere anche se significava tornare per parecchie ore al giorno, per 10 mesi di seguito, sui banchi di scuola. E senza ricevere nulla in aggiunta all’assegno di mobilità.

Ma alla fine il sacrificio ha pagato: i 140 sono stati tutti assunti dalla Csi che ha potuto usufruire di operai formati sulla base delle sue specifiche esigenze produttive. Come aver commissionato, gratis, un abito su misura ad un sarto di grande esperienza.

È andata così anche a Lecce, dove con un percorso simile 116 lavoratori sono passati dalla produzione di sigarette per la British Tobacco, una multinazionale che a un certo punto ha deciso di lasciare l’Italia, alla produzione di carrelli portavivande per aerei prodotti dalla Iacobucci. E poi a Sassuolo, a Padova, La Spezia, Bergamo. Il libro è una carrellata di storie di chi ce l’ha fatta.

LA LEVA DELLA FORMAZIONE
Tutti casi in cui il grimaldello per aprire la porta di un futuro più roseo, l’ha fornito Fondimpresa, il più grande tra i Fondi interprofessionali per la formazione continua. Negli ultimi tre anni, con successivi bandi, Fondimpresa ha attivato 1.000 piani formativi per 85 milioni di euro che hanno interessato oltre 80mila lavoratori in cassa integrazione di circa 800 aziende. Il bando emesso nel 2010 a favore dei lavoratori in mobilità (quello utilizzato dagli ex operai Smai di Siracusa) ha finanziato con 50 milioni di euro oltre 100 piani formativi, coinvolgendo quasi 7.000 persone provenienti da circa 3.000 aziende.

Un terzo dei programmi e’ concluso e i risultati sono incoraggianti: il 55% dei partecipanti ha trovato un nuovo posto di lavoro, la metà a tempo indeterminato, il 40% a tempo determinato, mentre il 10% ha scelto di dedicarsi a un lavoro autonomo.
Certo, stiamo parlando di una goccia nell’oceano dei tre milioni di disoccupati italiani. Ma resta la dimostrazione che di fronte a un sistema efficiente e innovativo, che finanzia la formazione secondo le esigenze di ogni singola azienda e abbina ammortizzatori sociali con politiche attive di riqualificazione, si riesce a creare occupazione. Molto contribuisce anche il clima di collaborazione fattiva tra le parti sociali.

NIENTE COSTI PER LA COLLETTIVITÀ
Dove attinge il Fondo le risorse per la formazione? Il meccanismo è abbastanza semplice. Le aziende versano all’Inps lo 0,30% del monte salari, l’istituto gira ad ogni Fondo i versamenti delle aziende che hanno dichiarato la loro adesione (attualmente a Fondimpresa aderiscono circa 150.000 aziende che occupano 4 milioni di lavoratori). A sua volta Fondimpresa divide una quota del totale (il 70%) tra le aziende associate (Conti Formazione, uno per ogni azienda), il 26% resta al Conto di Sistema, gestito direttamente da Fondimpresa per bandi generalisti, bandi tematici di particolare utilità o per integrare gli interventi formativi di aziende, specie le più piccole.

LO SCIPPO DEL GOVERNO
Ora però Fondimpresa, come altri fondi interprofessionali, rischia di dover bloccare la sua attività per mancanza di soldi. Il governo Letta, infatti, per finanziare la cassa integrazione in deroga ha attinto a un’ingente quota delle risorse versate dalle aziende aderenti a questi fondi. «Una scelta – fa notare Giorgio Fossa, presidente di Fondimpresa – derivante purtroppo da un’ottica puramente contabile che sposta incautamente risorse preziose dalle politiche attive del lavoro a quelle assistenziali. In questo modo si penalizza drasticamente un fondamentale strumento di recupero di competitività e di gestione della crisi per le imprese e per i lavoratori. Insomma, non è certamente una scelta che risponde ad una visione politica dei problemi e delle soluzioni».

(di Giusy Franzese per Il Messaggero)

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