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Home - Approfondimenti - Interviste - Berta, il rischio declino c’è, ma le colpe sono collettive

Berta, il rischio declino c’è, ma le colpe sono collettive

di Nunzia Penelope
6 Giugno 2013
in Interviste

La Confindustria lancia l’allarme: il settore manifatturiero e’ ad alto rischio declino, in breve tempo ha perso il 15% del suo potenziale, con punte del 40% in alcuni settori chiave come l’auto. Tutto questo sia a causa della crisi economica ma anche, ben prima, per lo slittamento della nostra economia verso il settore servizi, che ormai contribuisce al pil in percentuale superiore al 17% coperto da manifatturiero. Il Diario del Lavoro ne parla con Giuseppe Berta, docente alla Bocconi, e storico dell’industria. Berta conferma l’analisi del Csc, ma avverte: ‘’il declino del settore indubbiamente c’e’, ma occorre distinguere: abbiamo un manifatturiero di industrie molto interessanti, dinamiche, e un altro che invece non ha saputo adeguarsi e che ora paga pegno’’.

Per esempio?
Il manifatturiero e’ un mondo vasto. Dentro ci stanno le imprese che fanno le stampe tridimensionali e ci sta l’Ilva. Il primo e’ un manifatturiero vincente, il secondo e’ perdente. Il fatto che l’Ilva sia il più grande impianto d’Europa e’ la prova della sua obsolescenza: in nessun altro paese ci sono ormai impianti così giganteschi, da nessuna parte si fa ancora l’acciaio a basso costo. Poi, si e’ aggiunta la crisi, i danni all’ambiente, le questioni giudiziarie. Ma l’Ilva non poteva comunque proseguire nelle attuali condizioni, e da ben prima della crisi.

Mi sta dicendo che dobbiamo puntare sulle stampe in 3D per salvare il nostro tessuto industriale?
Dovremmo piuttosto cominciare a chiederci come deve essere oggi una fabbrica.

Come?
Innovativa, dotata di un ambiente tecnologicamente vivace a prescindere dalle dimensioni, con un capitale umano di livello elevato, e con un prodotto di qualita’ altrettanto elevata.

Per la verità, non mi sembra un ritratto calzante dell’industria nazionale.
Guardi che fabbriche così ce ne sono tantissime. Gliene cito qualcuna: la Maserati di Grugliasco, e’ un vero atelier, perfetta, con standard di qualità elevatissimi. La Pirelli di Settimo. La Dalmine Tenaris, settore siderurgico, fabbrica del 1906 ma completamente rinnovata e oggi e’ gradevole, efficiente, assolutamente sicura anche dal punto di vista dell’ambiente. Ma queste che le ho citato sono realtà che pochissimi conoscono e ancor meno studiano.

La Confindustria dice che in Italia c’e’ un clima anti industria. Forse anche questa mancanza di conoscenza lo favorisce?
Be’, non mi risulta che qualche università organizzi visite alle fabbriche per capire di che si tratta. Oggi si parla di catena di montaggio come fossimo ancora ai tempi di Henry Ford. Quanti sono gli studiosi che sono andati a vedere come si lavora a Pomigliano, a prescindere dalle polemiche sulla Fiom e Marchionne?

Dunque sarebbe l’ignoranza, più che la crisi, a uccidere il manifatturiero?
Sicuramente e’ una delle cause della sua debolezza. In pratica, questo paese e’ passato, senza rendersene conto, a una economia di servizi. Ma proprio questi ultimi sono uno dei settori più arretrati che abbiamo, il nostro vero punto debole. Hanno una bassa digitalizzazione, un capitale umano raffazzonato, un livello di precariato altissimo. I nostri servizi, cosi’ come la nostra logistica, non sono degni di un paese moderno, mentre l’industria e’ ancora la parte più innovativa del nostro paese.

Nella sua ultima relazione, però, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dice che le colpe del declino vanno equamente suddivise: la politica ha la sua parte, ma anche banche e imprese non hanno fatto quello che dovevano e potevano per rendere l’Italia un paese dinamico. Lei che pensa?
Concordo col Governatore, le colpe sono collettive. Gli imprenditori investono poco nelle loro stesse aziende. Inoltre, pochi hanno capito che occorreva riposizionarsi su fasce di mercato più alte, hanno continuato a fare concorrenza su quelle basse. La patrimonializzazione delle nostre imprese e’ insufficiente, i soldi se li tengono in tasca, oppure, se sono imprese famigliari, preferiscono restare piccole perché il mantra dell’imprenditore italiano e’ ‘’voglio essere padrone in casa mia’’. Non sia mai che per allargarsi e crescere debbano perdere un pezzettino di potere…

L’analisi della Confindustria di questo però non fa cenno.
Mi aspettavo da Giorgio Squinzi qualcosa di più, infatti. Avrebbe potuto parlare, lui, in prima persona, di come si fa a creare una impresa eccellente. La sua Maipei e’ un esempio straordinariamente positivo di impresa innovativa e internazionalizzata Da presidente di Confindustria avrebbe potuto dire: ’’coraggio, fate come me’’. Invece si e’ limitato a chiedere le solite ‘’cinque misure’’ al governo.

In sostanza, l’industria italiana declina anche per colpa propria?
Come ho detto, esempi positivi ce ne sono molti. Ma se facciamo un censimento del ceto imprenditoriale, vediamo un indebolimento diffuso che e’ alla radice del declino italiano. E le proposte di Confindustria, di fronte a questo quadro, restano troppo deboli. E’ una associazione da problemi formali: come dimostra anche il recente accordo sulla rappresentanza.

Ma che dice! Lo hanno definito un accordo storico, che restituirà dinamismo e chiarezza alle relazioni industriali!
Mi dia retta: questa storia della rappresentanza, in fabbrica, la vedono come un problema di apparato. Ed e’, effettivamente, l’autotutela dell’apparato. E’ roba antica, il mondo oggi ha bisogno di altro. Inoltre, questo accordo non servirà certo a riattivare gli investimenti. Se uno dall’estero vuole venire a investire in Italia e vuole capire come funzionano le relazioni industriali da noi, legge quell’accordo li e resta a casa sua. Ce lo vede un amministratore delegato del Michigan a districarsi con quel testo?

Nunzia Penelope

Tags: Industria
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