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Home - Rubriche - Giochi di potere - C’era una volta la classe dirigente

C’era una volta la classe dirigente

di Riccardo Barenghi
3 Febbraio 2023
in Giochi di potere
Senato, voto fiducia alle 14

La classe dirigente. Un termine così altisonante, importante, che ti fa venire in mente quelli che sanno, che sanno come si guida un’azienda, un’associazione di industriali, un sindacato, un comune una regione, persino una piccola comunità montana. Addirittura una famiglia, anzi un gruppo di famiglie, quello che una volta si chiamava Clan. E naturalmente un paese intero, come l’Italia. Gli esempi non ci mancano, da Cavour a Giolitti, da De Gasperi a Togliatti, da Moro a Berlinguer, da Agnelli ad Andreotti a Craxi, Prodi, Amato, D’Alema, Veltroni… Addirittura il fascismo una classe dirigente, sotto Mussolini, la possedeva, alcuni di loro non a caso sono sopravvissuti alla fine del regime, basti pensare alla nostra burocrazia. Anche quella era ed è classe dirigente, che se non ci fosse il Paese andrebbe a rotoli.

Tra alti e bassi, insomma, qualcuno che fosse in grado di dirigere, di guidare l’Italia c’è sempre stato, chi meglio chi peggio, chi curando gli affari della Nazione, chi quelli propri (e questi ultimi non sono stati e ancora non sono  pochissimi, vedi Renzi), chi dando al paese un orizzonte internazionale, chi scegliendo un interlocutore privilegiato – gli Stati uniti – chi invece cercando anche altre sponde, basti pensare al Mediterraneo e a quanti dei nostri leader politici hanno avuto rapporti stretti con i palestinesi, in particolare con Yasser Arafat (Craxi, Andreotti e D’Alema, per esempio) e hanno cercato di fare da ponte tra gli Usa e questa parte del mondo. C’è anche chi si è spinto a costruire un rapporto con la Russia di Vladimir Putin (Berlusconi) e chi, prima di lui, con l’Urss e infine con Gorbaciov. Ma questo è il passato, più o meno glorioso che sia.

Oggi invece. Oggi la classe dirigente che governa l’Italia, cioè che governa anche noi che magari non l’abbiamo votata, è composta da illustri semi-sconosciuti, che se invece sono conosciuti peggio mi sento. Basti pensare al Presidente del Senato, cioè la seconda carica dello Sato, cioè colui che sostituisce il Presidente della Repubblica quando è in viaggio all’estero. Stiamo parlando di Ignazio La Russa, ovvero non solo di un fascista che non si è mai pentito si esserlo stato – infatti lo è ancora – ma di un individuo che di istituzionale non ha nulla. Una sorta di macchietta politica, uno che si potrebbe fare a meno dell’imitazione che di lui fa Fiorello, si imita perfettamente da solo. Uno che ha fatto della rozzezza verbale e politica la sua ragion d’essere.

Se poi scendiamo per li rami, troviamo i due enfant prodige di Giorgia Meloni, Delmastro e Donzelli, due quarantenni che pur di apparire in pubblico farebbero carte false, anzi carte vere che avrebbero dovuto restare segrete e che invece i due hanno divulgato in pubblico. Oltretutto il primo due è anche sottosegretario, una ragione più che sufficiente per dimettersi: ma lui non molla la poltrona. Un altro – che per ora è caduto in disgrazia ma che non tarderà a riemergere – si chiama Fabio Rampelli: lo vedi e pensi a un picchiatore fascista: come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

Inoltre, ma qui usciamo dal “cerchio magico” della Meloni per entrare in quello più largo del governo che ci governa, eccoci ai ministri Nordio e Piantedosi (una sorta di controfigura di Salvini, che ovviamente è ministro e pure vicepremier). Il primo, che “dirige” la giustizia, per anni si è presentato come un vero garantista anche contro l’evidenza dei fatti e contro i magistrati soprattutto se di sinistra, mentre oggi metterebbe in galera anche un cittadino che non attraversa la strada passando sulle strisce pedonali. Il secondo, se solo vede un immigrato, gli viene il sangue agli occhi, pur di non farli sbarcare sulle nostre coste farebbe qualsiasi cosa, l’ultima è quella di non rispettare una direttiva europea.

Ce ne sarebbero altri, ma rischiamo che il pezzo diventi un elenco noioso. E allora limitiamoci a questi già citati per dire solo che la nostra presidenta del consiglio, decantata da molti come una finalmente moderata, una che ha imparato l’arte della politica e della diplomazia, una che ha preso Mario Draghi come modello, in realtà non ha imparato proprio niente, fa solo finta di essere quello che non è ma che continua ad esserlo. Dice un vecchio adagio: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Ecco, appunto.

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Giornalista

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