Per la Ragioneria di Stato, la copertura sulla proposta in materia di congedo paritario “risulta inidonea”. Bocciato, quindi, il provvedimento unitario del centro sinistra, a prima firma Elly Schlein.
Il provvedimento prevedeva l’introduzione di un congedo paritario tra padre e madre, portando il congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a cinque mesi. Al padre lavoratore, nel periodo compreso tra il mese precedente la data presunta del parto e i diciotto mesi successivi alla nascita, avrebbe riconosciuto il diritto di astenersi dal lavoro per un massimo di cinque mesi, di cui quattro obbligatori. Dei quattro mesi obbligatori, dieci giorni devono essere fruiti subito dopo la nascita insieme alla madre, mentre il resto può essere utilizzato, anche frazionato, entro lo stesso arco temporale, previa comunicazione al datore di lavoro.
Oggi, nell’ordinamento italiano, esiste una distinzione tra congedo obbligatorio e congedo parentale. Il congedo di maternità dura cinque mesi, da distribuire prima e dopo il parto, con un’indennità dell’80 % della retribuzione erogata dall’INPS e anticipata dal datore di lavoro. Il congedo di paternità, invece, è attualmente di soli dieci giorni, non sempre consecutivi e retribuiti al 100 %. La nuova proposta prevede che il periodo di astensione dal lavoro sia pienamente retribuito per entrambi i genitori.
Gli obiettivi della legge, come riportato nel testo, sono contrastare la crisi della natalità, favorire l’occupazione femminile, migliorare la qualità della vita di bambini e genitori e promuovere relazioni familiari più equilibrate, redistribuendo il carico di cura all’interno della famiglia. Si tratta di una misura che supporta le famiglie nella gestione dei tempi di vita e lavoro, tutelando al contempo l’occupazione femminile, oggi tra le più basse d’Europa, e contrastando la tendenza a caricare le responsabilità di cura quasi esclusivamente sulle donne.
Inoltre, la legge intende dare ai padri la possibilità di essere più vicini ai propri figli nei primi mesi di vita, superando una normativa attuale ritenuta insufficiente e allineandosi alle esperienze di altri Paesi europei.
Il documento della Ragioneria, basato sulla relazione tecnica del Ministero del Lavoro, stima per l’articolo 1, relativo agli iscritti INPS, oneri di 520,8 milioni di euro nel 2026, in crescita fino a 636,6 milioni annui dal 2035, senza considerare le lavoratrici libere professioniste.
Per l’articolo 2, sul congedo paritario, gli oneri sono di 3.179,9 milioni nel 2026, aumentando fino a 3.875,2 milioni annui dal 2035. Complessivamente, articoli 1 e 2 comporterebbero 3.700,7 milioni nel 2026, salendo a 4.511,8 milioni annui dal 2035, considerando solo i lavoratori privati INPS.
La Ragioneria segnala la necessità di dettagli sul personale pubblico, in particolare della scuola. L’articolo 4 indica oneri di 3 miliardi annui dal 2025, finanziati da risparmi e dall’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD), ma la decorrenza prevista riguarda un esercizio già chiuso e comporta oneri crescenti e strutturali superiori a quanto indicato.



























