Ha destato interesse e curiosità la notizia che Futura, la casa editrice della Cgil, ha pubblicato un volumetto destinato ai delegati sindacali per metterli in condizione di svolgere al meglio il loro compito di contrattazione in azienda. Il libro, in vendita al prezzo simbolico di 1 euro, e infatti ne sono state vendute subito venticinquemila copie, è stato scritto da Alessandro Genovesi. Che già qualche mese fa aveva scritto un altro manuale sulla contrattazione, destinato però ai sindacalisti di mestiere, non ai delegati. Un’attenzione propria di questa casa editrice, che già anni fa pubblicò un libro di Gaetano Sateriale, per aiutare chi sceglie il mestiere della contrattazione.
Un mestiere difficile, non stupisce quindi l’attenzione della Cgil, sia perché le istruzioni non sono mai troppe, sia perché di contrattazione si sta discutendo al tavolo in cui Confindustria e Confcommercio con Cgil, Cisl e Uil stanno cercando nuove regole. E si sta discutendo anche dei livelli della negoziazione. Nessuno mette in dubbio la validità del contratto nazionale perché la sua universalità lo rende irrinunciabile. Ma da più parti si sottolinea anche l’importanza della contrattazione di prossimità, perché è al livello di azienda che si possono ottenere i migliori risultati. L’incontro di differenti intelligenze e saperi, di dirigenti e operai, spesso ha ragione di tanti problemi tecnici. È lì che le innovazioni appaiono più ardite e le soluzioni più valide.
È sempre stato così. Con i contratti di azienda, specie delle grandi imprese, si individuavano e sperimentavano le innovazioni più interessanti, che, una volta testate nelle imprese, venivano applicate all’universalità dei lavoratori con i contratti nazionali. Ed è per questo che si è pensato anche di sacrificare qualcosa della contrattazione nazionale per dare più spazio a quella di prossimità. Il punto è che i contratti aziendali sono pochi, troppo pochi. Michele Tiraboschi su Adapt ha recentemente dato notizia di un’analisi sulla contrattazione aziendale svolta in Francia e sono uscite cifre rilevanti. Solo nel 2024 sono stati sottoscritti oltralpe più di 100mila contratti di impresa. In Italia siamo molto, ma molto indietro. Le quantità non sono precise, perché da noi non esiste una struttura pubblica che tenga questi computi, ma tutti concordano che la contrattazione aziendale non raggiunga molto più del 30% dell’universo dei lavoratori. Troppo poco per arrivare a restringere l’operatività della contrattazione nazionale.
Eppure, margini di espansione esistono e forse non sono nemmeno trascurabili. Vale al riguardo, per esempio, la contrattazione sociale che si svolge da qualche anno tra sindacati ed enti locali sui più disparati temi. Trasporti e servizi pubblici, asili nido, sanità, distribuzione sono i campi nei quali la contrattazione sociale si è espansa. Hanno cominciato i sindacati dei pensionati, perché spesso sono le persone in quiescenza ad avere più bisogno, ma poi la mano è passata ai sindacati orizzontali cui compete il confronto con gli enti locali, comuni, province, regioni. Una realtà interessante, che potrebbe facilmente allargarsi e arricchirsi di nuove funzioni.
Ma il vero campo nel quale la contrattazione di prossimità avrebbe la possibilità di crescere è certamente la dimensione territoriale. Chi la pratica è molto soddisfatto dei risultati. La svolgono artigiani, edili, agricoltori, inizialmente spinti dalla necessità di curare gli interessi di lavoratori disseminati in piccole e frammentate imprese. In questi settori è diffusa e i risultati sono tangibili. Perché è sul campo, nel territorio, che i problemi sono conosciuti e più abbordabili e i risultati sono sempre di rilievo. I grandi risultati delle casse e delle scuole edili hanno nascono proprio dalla contrattazione territoriale. Che però, questo è il punto, non ha mai avuto una reale diffusione al di fuori di questi comparti. L’industria e il terziario non hanno mai accettato questa modalità di approccio perché pesa la diffidenza delle imprese nei confronti di un possibile terzo livello di contrattazione: abbiamo già da portare avanti i contratti nazionali e quelli di azienda, si lamentano, se ci mettiamo anche i contratti territoriali l’onere che ne deriverebbe può diventare insostenibile. Un pregiudizio che potrebbe essere sconfitto da regole chiare che impediscano le temute sovrapposizioni. Il nuovo prossimo accordo interconfederale potrebbe risolvere il problema.
Comunque, l’allargamento della contrattazione di prossimità appare inevitabile anche perché la realtà della partecipazione trova spazio proprio in azienda, dove è possibile svilupparla. Se la partecipazione è destinata a crescere, e su questo nessuno ha dubbi, ciò avverrà all’interno dell’impresa.
Massimo Mascini

























