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Home - In evidenza - Dei diritti e delle dignità, il Vangelo laico di Sergio Mattarella

Dei diritti e delle dignità, il Vangelo laico di Sergio Mattarella

di Nunzia Penelope
4 Febbraio 2022
in In evidenza, Analisi
Dei diritti e delle dignità, il Vangelo laico di Sergio Mattarella

(foto di Marianna Fazzolari)

Una delle più belle e famose canzoni di John Lennon si chiama Imagine. Il testo chiede di immaginare un mondo migliore, giusto, pacifico, armonioso. Dove i diritti siano riconosciuti e la dignità garantita dai comportamenti. Nella seconda parte del suo discorso di reinsediamento al vertice della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha compiuto un’operazione simile (e mi si perdoni il parallelo, solo apparentemente irrispettoso, peraltro ispirato da una come sempre folgorante vignetta di ElleKappa su la Repubblica): ha scandito, uno per uno, i principi fondamentali a cui il nostro paese dovrebbe ispirarsi per essere un paese civile. Principi semplici, come sempre sono semplici le cose davvero fondamentali: una sorta di Vangelo laico, basato sui concetti di diritti e dignità strettamente legati tra loro, perché la seconda è la pietra angolare del nostro vivere civile, e si ottiene solo garantendo i primi.

Liquidata con poche parole la sua decisione di tornare al Quirinale (“sono stati giorni tormentati”, ha ammesso, ma ”non potevo sottrarmi”), Mattarella ha elencato cosa l’Italia deve intendere per diritti e dignità: dignità è il diritto di non morire di lavoro, di non vivere di precariato, di avere pari accesso all’occupazione per uomini e donne, facendo si che queste ultime non debbano scegliere forzatamente tra lavoro o maternità, né temere la violenza.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella davanti al Parlamento in seduta comune per la cerimonia di giuramento (foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Dignità è accogliere i migranti ma anche combattere il traffico di esseri umani, così  come vanno combattuti mafia, razzismo, antisemitismo. Dignità significa attenzione ai disabili e rispetto per gli anziani, garantire condizioni di vita umane ai carcerati e diritto allo studio per i giovani. Dignità è contrastare la povertà, combattere le diseguaglianze, garantire libertà e indipendenza all’informazione.

Queste, ha spiegato il presidente, davanti alle Camere riunite (che lo hanno applaudito 55 volte, e nessuno dei 55 era un applauso di cortesia), sono le condizioni minime di ripartenza per l’Italia post pandemia. Ma sono condizioni attualmente non presenti, in un paese dove ci sono 4 morti sul lavoro al giorno, dove la maggior parte dei contratti sono a termine e i giovani (quelli che Mario Monti, ben dieci anni fa, aveva già definito ‘la nostra generazione perduta”) sono destinati a un futuro assai incerto; dove le donne devono regolarmente scegliere tra lavoro e maternità (col risultato che alla fine non lavorano e non fanno figli, e sono comunque esposte a violenze di ogni genere, fisiche e morali,  in casa e fuori); un paese dove il razzismo e l’antisemitismo non vengono sempre esibiti così platealmente come in recenti fatti di cronaca, ma scorrono costantemente sotto traccia un po’ ovunque (lo prova anche il gran dibattito suscitato dall’intervento dell’attrice Lorena Cesarini a Sanremo); un paese dove intere regioni sono ancora in mano alla mafia, ”con la complicità di chi fa finta di non vedere”, un paese dove le carceri sono sovraffollate, dove le scuole sono rimaste chiuse per un numero spaventoso di giorni, causando agli studenti- lo ha detto chiaramente il premier Draghi un paio di settimane fa- un danno forse irreversibile per molti anni della loro vita, e ulteriormente incrementando un abbandono degli studi che non ha eguali in Europa (vedi i due milioni di Neet, l’orribile nostro primato). Un paese, infine, dove la stampa libera e indipendente deve fare i conti ogni giorno con le assurdità e le menzogne diffuse – quotidianamente, gratuitamente e senza alcun controllo – dai social, e dove la cultura viene ancora considerata un lusso, un orpello, o al massimo un modo per ”divertirsi’. E no, ”la cultura non è il superfluo”, ha ricordato Mattarella, è anzi la base costituente del nostro paese, della sua stessa identità.

Mattarella ha insomma rappresentato l’Italia com’è e come invece dovrebbe essere, in una sorta di tavola sinottica disegnata con parole scelte accuratamente. Ma ha detto anche molto altro. Ha chiesto per esempio alcune riforme, a partire da quella della magistratura e del Csm, tema su cui ha menato davvero duro, ricordandone la drammatica perdita di credibilità. Tanto più incisivo questo passaggio in quanto, come è noto, la Costituzione gli affida anche il ruolo di capo dello stesso Csm. E una riforma serve anche alla politica: i partiti devono recuperare appeal presso la popolazione, e il parlamento deve essere messo in grado da un lato di valutare le leggi senza essere bypassato dal governo, ma nello stesso tempo di svolgere il suo ruolo con rapidità. Democrazia e velocità devono camminare assieme, ha avvertito il presidente, anche per evitare che “regimi autoritari o autocratici” rischino “di apparire più efficienti”, o che ”poteri economici sovranazionali” si impongano e prevalgano. E ancora, ha parlato di pace e di guerra, con evidente riferimento all’Ucraina, ha parlato dei rincari, dell’inflazione, della campagna di vaccinazione così ben condotta, pur avvertendo che non è ancora il momento di correre rischi nei confronti del virus.

Il Parlamento, come abbiamo detto, ha applaudito convintissimo ed entusiasta. Se non è stato sferzato come da Napolitano nel 2013, certo non è stato oggi blandito da Mattarella, persona pacata ma tutt’altro che accomodante. E tuttavia, la platea era palesemente sollevata di aver risolto la grana terribile della sua sostituzione al Colle, riaffidandogli il paese in tandem con Mario Draghi. Quanto a tutto quel bellissimo elenco di diritti e dignità, dovrà prima o poi essere tradotto in fatti concreti e non sarà semplice; non solo perché si tratta di mali antichi, ma anche perché quello che si è aperto con l’insediamento di Mattarella è un anno elettorale, forse il più elettorale degli  anni, e già si preannuncia pieno di tensioni politiche e sociali. La speranza però è l’ultima a morire, si dice. Lo ha detto in qualche modo anche Mattarella, citando in conclusione del discorso una bella frase di David Sassoli: ”la speranza siamo noi”. E ricordando che ”noi, insieme, siamo responsabili del futuro della nostra repubblica”. Anche Lennon, d’altra parte, concludeva così la sua Imagine:”puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo, spero che un giorno ti unirai a noi, e cambieremo il mondo”.

Nunzia Penelope

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