La Fp Cgil fa il punto sul rapporto tra disabilità e lavoro pubblico, “tra principio di uguaglianza e inclusione concreta”, in una mattinata di approfondimento e confronto con i principali attori coinvolti. Al centro, la crescita dei diritti delle persone con disabilità, la valorizzazione delle loro competenze e l’assunzione di responsabilità rispetto ai ritardi accumulati in una discussione tutt’altro che marginale.
Un dialogo maieutico che non si è limitato a statistiche e numeri, ma si è orientato a una valutazione qualitativa, dall’interno, del ruolo dei lavoratori con disabilità nella pubblica amministrazione. La giornata, come evidenzia in apertura il segretario generale della Fp Cgil, Federico Bozzanca, è stata l’occasione per accendere un faro su quanto è stato fatto e su ciò che è ancora da fare, laddove per le persone disabili il lavoro rappresenta uno spazio di emancipazione solo in un contesto che sia realmente aperto ed evoluto.
Nel periodo 2011-2021, a livello globale, è aumentato il numero di persone con disabilità, che sul mercato del lavoro sono spesso considerate meno produttive e per questo poco assunte e malpagate, soprattutto le donne. Una parte significativa di questo bacino è impiegata con contratti a tempo determinato e sconta ostacoli legati a spazi inadeguati, tecnologie non accessibili e bias comportamentali dei colleghi. “Si assume più per dovere di legge, ma ci si dimentica di accogliere”, sottolinea Bozzanca. Un fatto, questo, che spiega anche il fenomeno delle dimissioni dei lavoratori disabili.
Eppure l’Italia può vantare una delle legislazioni più avanzate in ambito UE, come la Legge 68/1999 e il decreto 222/2023. Il nodo, però, è che l’inclusione non può essere solo affermata per legge, ma va praticata. Serve un’azione sinergica e un cambiamento culturale che coinvolga istituzioni e diretti interessati: “Nothing about us without us”, recita lo slogan del movimento internazionale delle persone con disabilità.
Pur nella necessità di uno sforzo qualitativo di analisi, i dati restano imprescindibili. Diego Seggi, della Fp Cgil nazionale, richiama la XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/1999, riferita al biennio 2022-2023 e resa disponibile alla fine del 2025: sono gli ultimi dati ufficiali, con evidenti limiti nella tempestività del monitoraggio.
Nel periodo post-pandemico cresce la domanda di lavoro delle persone con disabilità: gli iscritti al collocamento mirato passano da circa 852 mila nel 2022 a oltre 880 mila nel 2023. La distribuzione è fortemente sbilanciata: oltre la metà, pari a 448 mila persone, si concentra nel Sud e nelle Isole. Parallelamente aumentano le “scoperture”, cioè i posti riservati per legge ma non coperti, che nel 2023 superano le 178 mila unità. Gli avviamenti nel settore pubblico calano del 30%. Non è un problema di legislazione, ma di applicazione: “Le norme hanno un senso se migliorano la vita delle persone”, osserva Seggi, e quel 30% segnala che qualcosa non funziona.
Le assunzioni complessive registrano un leggero incremento e una maggiore presenza femminile, soprattutto nel pubblico. Crescono però i contratti a tempo determinato, dal 56,3% al 58,2%, con evidenti ricadute sulla stabilità. Nel 2023 solo il 15% degli ingressi nella PA avviene tramite concorso, il 46% tramite avviamento numerico da graduatorie, mentre le convenzioni – che coprono la restante quota – calano del 35% nel biennio. Permangono forti divari territoriali: Centro e Nord-Ovest sono più dinamici, mentre il Sud, pur concentrando il maggior numero di iscritti, fatica a tradurli in contratti attivi. Solo il 40% delle Regioni ha adottato linee guida specifiche e in alcuni contesti manca del tutto un’attività di monitoraggio e valutazione nel biennio 2022-2023.
A livello regionale e provinciale emergono criticità nel coordinamento tra i servizi per il collocamento: sistemi informativi non integrati, relazioni non proceduralizzate, carenza di figure professionali adeguatamente formate e forte eterogeneità territoriale.
Si tratta di una compressione dei diritti, dove la diversità rischia di essere percepita come un peso più che come una risorsa. I Comuni, osserva Marco Alparone, vicepresidente di Regione Lombardia e presidente del Comitato di settore delle Regioni per il comparto sanità, sono gli enti locali che assorbono più lavoratori con disabilità. Tuttavia non sempre sono percepiti come ordinari luoghi di lavoro, “bensì un parcheggio”. Da qui l’urgenza di un cambio culturale: la pubblica amministrazione deve diventare una “nave scuola” di equità e inclusione. “Il disabile non è una quota di riserva. La comunità cresce se non lascia indietro nessuno e se riconosce a queste persone il loro vero valore”.
Non mancano buone pratiche: Veronica Nicotra, segretaria generale dell’ANCI, cita il Comune di Trieste, che ha partecipato al bando PNRR per l’accessibilità tecnologica; il Comune di Torino, che ha inserito nel PIAO i temi della formazione; e il Comune di Perugia, che ha previsto nei contratti pubblici una clausola di riserva del 20% per il reclutamento delle persone disabili. “Bisogna fare di più e farlo insieme”.
Discutere di disabilità significa misurare la civiltà di un Paese. “Un banco di prova costituzionale”, afferma Valerio Talamo dell’ufficio contrattazione Fp Cgil, non un semplice adempimento. In questo quadro la contrattazione è decisiva: trasforma il diritto astratto in effettività concreta, anche attraverso la semplificazione di procedure e percorsi organizzativi. In questa direzione si colloca il decreto legislativo 62/2024, che introduce il progetto di vita individualizzato, fondato su non discriminazione e parità di accesso al lavoro. Ma servono figure adeguate, come il disability manager, senza delegare a personale non formato ruoli che richiedono competenze specifiche. Perché la disabilità non può essere considerata una condizione consustanziale alla persona.
Resta il fatto che la contrattazione, talvolta, dedica ancora poco spazio al tema. Per il presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, le responsabilità sono condivise e per il benessere organizzativo servono strumenti come maggiore flessibilità, smart working e settimana corta, che però – avverte Bozzanca – non devono trasformarsi in spazi di segregazione. Naddeo richiama anche il ruolo dei dirigenti: i Ccnl non regolano solo il rapporto di lavoro, ma contengono norme che devono essere applicate. “L’efficienza si raggiunge attraverso le persone. Non tutto può essere risolto con l’assolvimento di un compito”.
Il confronto resta il punto di arrivo e di ripartenza. Per Vincenzo Falabella, presidente nazionale Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie (FISH) e consigliere CNEL, occorre unire gli intenti e presentare una proposta condivisa alle istituzioni, a partire da una rilettura della Legge 68/1999. “Servono confronto, alleanze, reti, capacità di contaminare le comunità affinché si ponga in primo piano la competenza e solo dopo arrivi la disabilità”. Permane un gap sostanziale tra formazione e accesso al lavoro che va colmato.
“Il lavoro segna la dignità, è strumento di affermazione e momento di inclusione”, ricorda Domenica Sabia, responsabile ufficio legislativo della Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità (FAND). Occorre superare una logica puramente percentualistica e puntare sulle capacità della persona, in un contesto in cui la pubblica amministrazione mostra ancora impreparazione sotto diversi profili.
In conclusione, come sottolinea Maria Grazia Gabrielli, segretaria nazionale della Cgil, le persone con disabilità incontrano ancora grandi difficoltà nell’inserimento e nel mantenimento nel posto di lavoro, in un mercato del lavoro italiano caratterizzato da profonde disuguaglianze. Non basta più considerare solo dati quantitativi: finché le analisi non includono anche criteri qualitativi, non si può dire che la condizione reale delle persone con disabilità stia davvero cambiando. Le leggi esistono, ma serve un cambio di approccio, passando dal diritto formale a un diritto sostanziale che renda il lavoro realmente accessibile e inclusivo.
Gabrielli evidenzia anche la necessità di affrontare il disallineamento tra le procedure di collocamento previste dalla legge 68 e le nuove misure, comprese le valutazioni derivanti dal decreto legislativo 62/2024, per evitare che le normative generino disagio per le persone con disabilità e le loro famiglie. Centrale è il ruolo dei Centri per l’impiego e, più in generale, il rafforzamento della pubblica amministrazione, che può diventare laboratorio di processi virtuosi attraverso investimenti e un cambio di paradigma, liberandosi dallo stigma del “peso” e diventando motore di valore e valorizzazione. “Se il luogo di lavoro riconosce la possibilità di un progetto di vita, creiamo un luogo di lavoro migliore e una società migliore in cui vivere”.
Elettra Raffaela Melucci



























