A volte, l’assenza di notizie circostanziate e credibili, provenienti da fonti autorevoli, può essere fonte di preoccupazioni più gravi di quelle che prendono forma all’arrivo di una qualche cattiva notizia. E probabilmente è questo il caso di cui stiamo parlando. Ovvero, è il caso delle motivazioni che stanno alla base della convocazione della conferenza stampa che, stamattina, i Segretari generali dei sindacati dei metalmeccanici hanno tenuto, a Roma, nella storica sede di corso Trieste, 36.
Oggetto dell’incontro con i mezzi di informazione, l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria. Ed è appunto a proposito dei caotici, o, meglio, dei mancati sviluppi di questa vertenza infinita, che Michele De Palma (Fiom-Cgil), Ferdinando Uliano (Fim-Cisl) e Rocco Palombella (Uilm-Uil) hanno annunciato che, in mancanza di una convocazione ufficiale da parte del Governo, intendono autoconvocarsi a Palazzo Chigi. O meglio, intendono tornare ad autoconvocarsi almeno davanti alla sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Perché abbiamo detto “tornare ad autoconvocarsi”? Perché già in un recente passato i succitati dirigenti sindacali sono ricorsi alla medesima iniziativa. Era il pomeriggio del 28 ottobre dell’anno scorso quando, a fronte dell’assenza di informazioni ufficiali sulle risposte eventualmente pervenute al nuovo bando di gara per la vendita della ex Ilva, nonché sulle prospettive reali immaginate dal Governo per il nostro massimo gruppo siderurgico, De Palma, Uliano e Palombella si presentarono a piazza Colonna, di fronte al portone d’ingresso di Palazzo Chigi.
A questa inedita mossa sindacale, seguì, da parte del Governo, una prima convocazione per la giornata di martedì 11 novembre. Appuntamento, questo, cui fece seguito una successiva convocazione per martedì 18 novembre.
Il doppio incontro, ancorché ottenuto a fatica, non riuscì, però, ad attenuare le preoccupazioni sindacali che, anzi, divennero più gravi. All’annunciata crescita della Cassa integrazione, si aggiunse una cosiddetta “rimodulazione” dei piani produttivi formulati nell’estate appena precedente; piani volti, innanzitutto, ad avviare la produzione di acciaio green, ovvero ad avviare, attraverso la decarbonizzazione, una produzione ecocompatibile.
I sindacati confederali dei metalmeccanici, ovviamente, condividevano, in termini strategici, la scelta della decarbonizzazione, ma erano allarmati da due fattori; in primo luogo, la mancata individuazione di un nuovo soggetto industriale che potesse effettivamente assumersi tale compito, e, in secondo luogo, il progetto di rimodulazione del piano precedente – risalente, come si è detto, a pochi mesi prima – che veniva adesso lanciato dal Governo, ma non appariva credibile.
Ora il punto è che, a quasi tre mesi da quel 18 novembre dell’anno scorso, la situazione non è migliorata. Dei soggetti che abbiano manifestato interesse per l’acquisto di Acciaierie d’Italia (in As), è rimasto in campo solo Flacks Group che, peraltro, non è un gruppo industriale, ma un soggetto attivo nel campo della raccolta di risorse finanziare da finalizzare verso possibili investimenti.
Nel contempo, lo stabilimento di Taranto soffre per una ridotta capacità produttiva. Attualmente, il cosiddetto Afo 2 (Altoforno 2) è fermo per manutenzione e dovrebbe essere riavviato a partire dal 20 febbraio. Peraltro, pochi giorni dopo, ovvero il 28 febbraio, sarà Afo 4 ad essere spento per entrare, a sua volta, in manutenzione. Intanto sono in manutenzione anche le cosiddette cokerie. Morale della favola: se tutto va bene, sarà solo a partire dal prossimo maggio che lo stabilimento di Taranto potrà recuperare la sua teorica capacità produttiva. Lasciando seri dubbi su quella che potrà essere la sua produzione totale a fine 2026.
Oltre a ciò, i dirigenti sindacali citati hanno anche spiegato che non si è più visto nulla di concreto rispetto all’avvio dei piani relativi alla decarbonizzazione dell’impianto di Taranto. In altri termini, non risulta che sia stata avviata la costruzione di forni elettrici o di impianti per la produzione del DRI (il cosiddetto preridotto).
Nel frattempo, accusano i sindacati, sia il Governo che il candidato acquirente rilasciano ai mezzi di informazioni messaggi successivi e fra loro contraddittori, senza però mai confrontarsi con i rappresentanti dei lavoratori direttamente interessati alle vicende della ex Ilva.
D’altra parte, tutto ciò che è accaduto, o non è accaduto, a partire dall’estate scorsa, e cioè da quando fu lanciato il primo piano di decarbonizzazione, mostra che i sindacati avevano ragione quando hanno detto e sostenuto che, per rimettere davvero in piedi la ex Ilva, è necessario che lo stato intervenga direttamente nella conduzione del gruppo siderurgico. Col che i sindacati stessi non vogliono proporre una statizzazione permanente del gruppo stesso, ma richiamano il Governo a un suo “protagonismo attivo”, una sua necessaria assunzione di responsabilità.
Concludendo, Fim, Fiom e Uilm insistono per essere convocati dal Governo nella sua massima rappresentanza, e non dal solo Ministero dell’Industria e del Made in Italy, per ricevere informazioni ufficiali su ciò che accade e su ciò che si intende fare per rilanciare davvero l’ex Ilva in termini di una produzione attiva e sostenibile. Se ciò non accadrà entro febbraio, i massimi dirigenti dei sindacati dei metalmeccanici si sono detti pronti ad autoconvocarsi davanti a Palazzo Chigi “assieme ai militanti” delle loro organizzazioni.
@Fernando_Liuzzi





























