Segretario Capone, l’Ugl ha firmato il primo Contratto Nazionale per i rider, nel lontano 2020, con Assodelivery, sottoscritto anche da Foodinho – Glovo. Alla luce dell’indagine della procura di Milano, si può dire che malgrado esista un contratto forse qualcosa non ha funzionato, e cosa?
L’indagine farà il suo corso e chiarirà eventuali responsabilità. Segnalo che la presenza di un contratto non equivale automaticamente alla sua corretta applicazione da parte di tutti gli operatori. Se dovessero emergere irregolarità, significherebbe che qualcuno ha agito fuori dalle regole già esistenti, non che il settore fosse privo di norme. Il nostro contratto ha introdotto per la prima volta criteri chiari di compenso, sicurezza e tutele in un ambito che prima ne era del tutto sprovvisto.
Ci può riassumere brevemente i contenuti del contratto che avevate sottoscritto all’epoca?
Il CCNL Assodelivery-Ugl del 2020 ha inquadrato i rider come lavoratori autonomi, prevedendo un compenso minimo di 10 euro lordi l’ora per le consegne effettuate, con maggiorazioni tra il 10% e il 20% per lavoro notturno, festivo o in condizioni meteo avverse. Ha anche introdotto la copertura assicurativa INAIL contro infortuni e malattie professionali, l’obbligo per le piattaforme di fornire dispositivi di sicurezza e abbigliamento tecnico, oltre a formazione, tutela della privacy e diritti sindacali.
Si può dire quindi, alla luce delle notizie emerse, che da Glovo non è stato rispettato?
Guardi, in verità alla nostra organizzazione non risultano segnalazioni di compensi sistematicamente inferiori a quanto previsto dal contratto. Se emergeranno violazioni saranno responsabilità di singoli soggetti che non hanno applicato le regole. D’altro canto, noi abbiamo denunciato con fermezza fenomeni di vero sfruttamento legati al subappalto degli account, in pratica una forma di caporalato digitale che nulla ha a che vedere con il contratto, e che può essere contrastata con strumenti di riconoscimento biometrico.
Nel 2020 Cgil, Cisl e Uil criticarono fortemente il vostro contratto. Tanto che un anno dopo ne sottoscrissero uno diverso, con Just Eat. Ma resta che il lavoro dei rider, ancora oggi, sembra lontano dall’essere regolamentato adeguatamente. È forse proprio il lavoro con le piattaforme che per sua natura è difficile da regolamentare?
L’esistenza di due contratti collettivi differenti, uno basato sul lavoro autonomo sottoscritto da UGL e Assodelivery, e l’altro basato sul lavoro subordinato applicato da Just Eat, offre il vantaggio ai lavoratori di poter scegliere la tipologia che preferiscono. Ma c’è anche da dire che i rider che operavano per Just Eat erano in origine 6.000, e dopo l’applicazione del contratto di lavoro subordinato sono diventati 1.700. É evidente, dunque, che il contratto della logistica non offre condizioni di lavoro attrattive. La verità è che siamo di fronte a una tipologia di lavoro nuova, con caratteristiche organizzative e tecnologiche diverse da quelle tradizionali, che richiede quindi strumenti regolatori adeguati. Si tratta di trasformazioni che superano schemi novecenteschi fondati su una rigida distinzione tra lavoro subordinato e autonomo, oggi sempre meno adatta a descrivere queste attività. Per quanto riguarda il contratto Ugl, parliamo di un contratto innovativo, costruito per lavoratori autonomi che hanno scelto consapevolmente questa modalità, e che ha introdotto regole, tutele e trasparenza in un settore che prima ne era privo.
Per qualcuno però il vostro e’ un cosiddetto contratto pirata, avanzando dubbi sulla vostra reale rappresentatività.
Respingiamo polemiche che riteniamo strumentali: la rappresentatività si misura tra i lavoratori e nei luoghi di lavoro, non nel dibattito teorico. Se qualcuno propone un “election day”, noi non abbiamo alcun timore: siamo certi che i rider saprebbero scegliere chi li ha ascoltati davvero e chi, invece, li ha osservati da lontano con categorie ideologiche.
Ecco, lei più volte in questi giorni ha parlato di “letture ideologiche” che distorcono la realtà: a cosa si riferisce esattamente?
Ci riferiamo alla tendenza a descrivere l’intero comparto come sinonimo di sfruttamento, senza distinguere tra rapporti regolati e comportamenti illegali. Questo approccio rischia di confondere fenomeni criminali, che vanno perseguiti con decisione, con un modello di lavoro che invece ha garantito servizi essenziali, ad esempio durante la pandemia, e che molti lavoratori scelgono proprio per la sua flessibilità.
Non è comunque la prima volta che una Procura interviene direttamente su temi attinenti al lavoro o al salario. Questo significa che il sindacato non fa abbastanza bene il proprio mestiere, che dovrebbe fare di più per difendere i diritti?
La magistratura interviene quando ci sono ipotesi di reato, mentre il sindacato ha il compito di costruire regole, rappresentare i lavoratori e vigilare sulla loro applicazione. Sono ruoli diversi ma complementari. Come organizzazione, noi continueremo a lavorare per rafforzare legalità e trasparenza, contrastando le distorsioni e difendendo un modello che coniughi autonomia, tutele e dignità del lavoro. Auspichiamo, al contempo, un confronto serio e pragmatico, capace di accompagnare l’evoluzione della gig-economy.
Emanuele Ghiani






























