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Home - Approfondimenti - Analisi - Il caporalato tra vecchi sfruttamenti ed economia 4.0

Il caporalato tra vecchi sfruttamenti ed economia 4.0

di Maurizio Ballistreri
23 Settembre 2019
in Analisi

La piaga sociale del caporalato, del reclutamento illegale di lavoratori in violazione delle norme sul mercato del lavoro, con drammatici fenomeni di sfruttamento derivanti da retribuzioni inaccettabili, evasione contributiva e mancata applicazione delle prescrizioni in materia di sicurezza, purtroppo, alla luce degli ultimi inquietanti fatti di cronaca appare ben lungi dall’essere debellata.

Sul tema l’Ordine dei Commercialisti di Reggio Calabria ha organizzato di recente un convegno, con esponenti del mondo accademico, delle professioni, del sindacato e delle istituzioni competenti, per un confronto dal quale è emerso un quadro legale e sociale preoccupante.

Nel Mezzogiorno, nel settore agricolo e in edilizia in particolare come fenomeno ormai storico, continua a verificarsi lo sfruttamento di persone costrette dal bisogno, ma anche dalla violenza di associazioni criminali che gestiscono questo business illegale e odioso, in primo luogo per le coscienze democratiche. Si tratta di un fenomeno criminale però, non è più circoscritto al Sud, ma esteso nell’agricoltura del resto del Paese, anche nella ricca e prospera Valle Padana, in cui in forme diverse si sviluppa e, purtroppo, si afferma.  

Infatti, i caporali, i somministratori illegali di forza-lavoro adoperano tecniche anche societarie, più sofisticate, come, ad esempio le cosiddette “cooperative senza-terra”, sedicenti cooperative agricole che sottoscrivono un contratto di fornitura a 15-20 per cento in meno del normale prezzo di mercato, fornendo un servizio “chiavi in mano”: lavoratori, sovente extra-comunitari o dell’Europa dell’Est, sottopagati, che vengono alloggiati, sarebbe il caso di dire segregati, in abitazioni prive dei necessari requisiti di igienicità.

E il fenomeno, adesso, non è più circoscritto al settore agricolo o a quello edile, ma si è espanso anche nell’economia 4.0.

E’ notizia di qualche giorno or sono che la Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’indagine conoscitiva sui rider, per verificare eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro, sullo sfruttamento dei lavoratori, sulla presenza di fenomeni di caporalato e di immigrati irregolari. E’ emerso infatti, che l’intermediazione e la somministrazione irregolari, in violazione del decreto legislativo n. 276/2003, avvengono utilizzando i nuovi strumenti creati dalla tecnologia informatica e applicati al mondo del lavoro, come le piattaforme digitali. Sono stati riscontrati molti casi di registrazione a una delle piattaforme, ad esempio, di food delivery, con cessione a terzi di zaino termico e smartphone dotato di app, a nostri connazionali, dietro il pagamento di corrispettivo in denaro e, soprattutto, a stranieri senza documenti in regola, che sono sempre di più, soprattutto dopo il giro di vite del decreto sicurezza: nostri concittadini creano l’account, si registrano con facilità e poi vendono il login ai “rider fantasma”: ecco una forma di caporalato nell’economia 4.0.

E ciò avviene nonostante sia a regime la legge n. 199 del 2016, che ha riscritto quasi geneticamente il reato di somministrazione illecita di lavoratori, semplificandolo e liberandolo, almeno così era nell’intenzione del legislatore, da alcune cause specificative che prima ne complicavano l’individuazione, che adesso prescinde da comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori prima previsti e trasforma il caporalato, segnato dal ricorso alla violenza o alla minaccia in un sottogenere più grave della fattispecie generale. Tale normativa sanziona non solo il “caporale” ma anche il datore di lavoro utilizzatore, prevede l’arresto in flagranza di reato e la confisca dei beni in alcuni casi. Inoltre, si favoriscono con le “reti di impresa” le buone pratiche. Ma, evidentemente, sia la funzione deterrente e dissuasiva della norma penale che quella di promozione di comportamenti corretti, da parte della legge, non produce i risultati sperati.

E allora, appare non rinviabile l’esigenza di introdurre anche in Italia, come in altri 22 Stati su 28 dell’Unione europea, il salario minimo legale, per inibire il caporalato quale strumento di dumping sociale oltre che inaccettabile sfruttamento sociale e schiavizzazione delle persone.

Si è obiettato, al riguardo, da parte dei sindacati confederali, che la contrattazione collettiva copre quasi tutto il territorio nazionale e la universalità delle categorie, ma essa, come è noto, essendo di natura comunque privatistica e in ogni caso con un elevato pluralismo sindacale e contrattuale (quest’ultimo non sempre corretto, con i “contratti pirata”), viene spesso elusa. Né appare ancora utilizzabile il ricorso ai contratti collettivi nazionali dei cosiddetti “sindacati comparativamente più rappresentativi”, perché fondato su di un criterio selettivo di aggiramento della norma costituzionale sulla materia, l’art. 39, e, comunque, come ebbe a scrivere Gino Giugni, trattasi di “escogitazione linguistica intelligente e feconda”, ma scarsamente efficace a risolvere uno dei nodi gordiani del nostro sistema di rappresentanza sindacale.

Serve una norma di legge a carattere imperativo, che deve riguardare anche quelle figure lavorative al confine tra subordinazione e autonomia che emergono dall’economia 4.0, auspicando inoltre, l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione, alla luce del diritto vivente, senza consentire a chicchessia diritti di veto né il ricorso ad aggiramenti surrettizi finalizzati a perpetuare un ormai improponibile club ristretto delle relazioni sindacali in Italia, per una contrattazione collettiva ad efficacia generale e una puntuale verifica della rappresentatività.

Tenendo presente che il sindacalismo, l’autonomia collettiva, le leggi sociali sono strumenti destinati a tutelare e promuovere i lavoratori e non a perpetuare rendite di posizione di organizzazioni e dei loro gruppi dirigenti, ricordando il motto che ispira, a 100 anni dalla sua fondazione, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro: “Il lavoro non è una merce”.

 

Maurizio Ballistreri Professore di diritto del lavoro nell’Università di Messina

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri

Docente Diritto del Lavoro – Direttore dell'Istituto di Studi sul Lavoro

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