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Home - Blog - Lasciamo le facili sintesi ai grandi improvvisatori

Lasciamo le facili sintesi ai grandi improvvisatori

di Gaetano Sateriale
20 Marzo 2020
in Blog
Lasciamo le facili sintesi ai grandi improvvisatori

“Lasciamo le facili sintesi ai grandi improvvisatori”, diceva un filosofo della politica negli anni 60. È un motto che andrebbe tenuto a mente. Specie in questi giorni pieni di “esperti” in diagnosi e terapie di tutti i tipi. Il blog del “Diario” può essere uno spazio del “simposio” virtuale che si sta aprendo (seppure con difficoltà) anche sui social. Provo allora ad esporre alcune riflessioni senza pretese. Avendo avuto, come tutti, molto tempo per leggere e pensare negli ultimi giorni.

1. Siamo in una grave emergenza, anzi 3: quella sanitaria prima di tutto, poi quella economica e quella sociale. Perché se l’emergenza è gravissima negli ospedali e tra il personale sanitario non possiamo dimenticare le difficoltà attuali delle imprese e del lavoro. Ma nemmeno trascurare le famiglie e le persone (specie anziane) che vivono sole e senza assistenza. Nelle città e ancor più nei paesi e nei piccoli borghi di cui è costituita gran parte dell’Italia. L’emergenza sanitaria nelle città è accertata. Quella sociale sparsa sul territorio temo sia più difficile da registrare. C’è chi ha scritto che questa emergenza mette fine all’esperienza della famiglia nucleare (cfr. www.theatlantic.com), che in Italia non ha nemmeno 100 anni di vita. E che non regge le crisi così diffuse e lunghe perché non è in grado di garantire l’aiuto, l’assistenza e la solidarietà a tutti i famigliari. Che magari abitano in un altro paese o in un’altra città. Una telefonata non sostituisce una presenza affettiva e tanto meno l’aiuto materiale di cui si ha bisogno. Non so: la sociologia e l’antropologia sono discipline che non frequento più dagli anni dell’università. Ma l’emergenza c’è anche sul piano sociale e va affrontata, non relegata al libero mercato delle “badanti” (anche loro da ringraziare molto per quello che stanno facendo). L’emergenza ha reso più concreto il bisogno di spazi attrezzati, di portierato di quartiere, di servizi di condominio, di abitare sociale di cui si parlava da qualche tempo. Questo un primo punto.

2. L’emergenza nazionale dovrebbe evitare la speculazione politica di chi un giorno dice che si dovrebbe fare di più e chi (sempre gli stessi) urla il giorno dopo che si è esagerato: o il contrario. Fa piacere in questo momento notare – una delle poche notizie positive delle nostre giornate – che gli speculatori politici non hanno il consenso popolare che speravano (cinicamente) di avere in questa fase. Che la concorrenza sleale dell’opposizione (o di chi è all’opposizione pur essendo al governo) non paga. Conte sta prendendo misure drastiche ed eccezionali. Certo con inevitabili errori dovuti alla rapidità con cui la situazione evolve, alla non conoscenza delle dinamiche reali, alla necessità di tenere un equilibrio (mai sperimentato prima) tra trasmettere fiducia alle persone e limitarne l’autonomia. Credo che ciascuno di noi debba comunque apprezzare la trasparenza e la costante presenza del Governo. Avremo modo (alle prossime elezioni) di giudicare con più calma e meno apprensione. Guardando poi a quel che è accaduto in Europa constatiamo che le nostre incertezze e  i nostri errori sono poca cosa di fronte a quelli francesi, spagnoli e belgi che pure hanno avuto più tempo a disposizione per decidere. Per non dire delle stupidaggini dette e contraddette da Trump, Johnson e dall’inarrivabile Bolsonaro. Pensando a loro, in questi giorni mi sono chiesto se avere un capo di Stato palesemente incapace sia una responsabilità sua o dei suoi elettori: della politica o della democrazia. Ma ho rinviato a momenti più sereni anche questa risposta.  

3. Spiace constatare, per tornare in Italia, che il contrasto pubblico tra Governatori delle Regioni e Governo si è amplificato in questi giorni sui provvedimenti da prendere: dividendo il Paese invece che unirlo per rafforzare le decisioni. Qui mi sento di fare una terza riflessione. Non può funzionare un Paese che da un lato rivendica un’autonomia sempre più differenziata e dall’altro pensa che ad ogni emergenza debba corrispondere un “Commissario ad hoc”. Pensiamoci con calma perché questo è un punto debole da molto tempo. Si era già vista la completa disconnessione istituzionale ai tempi del terremoto del 2016 (e il commissario estratto di volta in volta dal cilindro), ora è molto peggio. A me pare che si debbano rafforzare per tutti i diritti di cittadinanza e renderli più omogenei non più differenziati. C’è bisogno di più federalismo? Credo che ci sia molto bisogno di una sanità e una scuola più forti e omogenee, non più differenziali. La scuola, la sanità e il lavoro fanno (o non fanno) la cittadinanza.

4. Molti in questi giorni hanno, finalmente, capito che il welfare della persona non può essere considerato un lusso da permettersi solo quando i vincoli di bilancio lo consentono. Piuttosto il vero “contratto sociale” dei cittadini europei. Se è davvero così bisogna che l’Europa smetta di pensare che la competizione con il resto del mondo si fa sul Pil. La competizione, anche internazionale, si fa sui livelli di benessere delle persone. A partire da sanità, educazione, lavoro degno (uso l’aggettivo degno perché “dignitoso” mi piace meno). Degno delle competenze di chi lo svolge, dei suoi diritti, dei suoi bisogni. So di estremizzare ma penso che un paese in cui i cittadini stanno bene attragga più risorse economiche: negli ultimi anni abbiamo assistito al contrario. Non so dire come, ma una regola alla finanza globale va posta: almeno per l’Europa. Non possiamo più permetterci il fatto che le “libere scelte” individuali degli speculatori danneggino popolazioni intere che sono già in emergenza. La finanza senza regole (e senza barriere) aumenta le disuguaglianze e quindi impedisce la crescita. (Speriamo che anche la Lagarde lo capisca in fretta: o che Draghi possa spiegarglielo, prima che faccia all’Europa quel che ha fatto alla Grecia). In sintesi: in questa vicenda l’UE si mette in gioco. Se resta economica e monetaria senza divenire prima di tutto sociale risulterà inutile agli occhi dei più. Altrimenti ha una storica occasione di auto-ripensamento davanti a sé.

5. Muoversi in una logica di emergenza, di provvedimenti straordinari, è esattamente il contrario di quanto avrei detto e richiesto anche solo un mese fa. Allora sostenevo (anche pubblicamente) che i provvedimenti straordinari per rilanciare il Paese erano sbagliati e inutili. Che bisognava tornare a una politica di programmazione pluriennale “ordinaria” della spesa e degli investimenti pubblici per muovere anche quelli privati e orientarli in una logica di sviluppo sostenibile. Ma la fase dell’emergenza oggi pretende l’intervento straordinario in molti campi. Per molti mesi non riusciremo a superare la logica della straordinarietà. Su questo punto mi auguro due cose. Che ci si muova nei tempi brevi tenendo conto anche degli effetti di lungo periodo di quel che si decide: intervenire oggi guardando al domani. E poi che, passata l’emergenza, non si dimentichi la lezione. Non si ricominci a pensare che  l’economia cresce e si governa da sola. Abbiamo appena verificato (per la verità anche prima del corona virus) che non è così e che un nuovo equilibrio tra pubblico e privato va trovato. A partire dagli indirizzi di sviluppo da perseguire e dalla spesa in investimenti.
 
6. Faccio un solo esempio. C’è un altro welfare (un altro benessere) oltre a quello delle persone che non può essere trascurato o rinviato ed è quello del territorio. Altrimenti in autunno, alle prime piogge avremo nuove emergenze diffuse causa i dissesti idrogeologici o, speriamo di no, la scarsa manutenzione delle infrastrutture. I due welfare (la Cgil lo diceva da tempo) devono diventare occasioni per creare nuovo lavoro (pubblico e privato) ricco delle competenze e delle innovazioni necessarie. Difendere il lavoro che c’è è un obbligo, creare nuovo lavoro è una scelta strategica per lo sviluppo (e l’impiego utile delle risorse che il Paese ha). Vediamo un paio di necessità immediate.

7. Dovremmo essere orgogliosi del Sistema sanitario che è stato costruito in Italia (più che in altri paesi europei) e molto grati a quel che sta facendo il suo personale. Qui il rapporto tra emergenza, programmazione futura e nuovo lavoro è immediato: bisogna tornare a formare e assumere nel sistema sanitario pubblico universale, per renderlo davvero la rete nazionale omogenea dei servizi essenziali di assistenza. E non sostituirlo con servizi privati che non garantiscono né omogenea diffusione né omogenea qualità (né omogeneità di costi). Per anni abbiamo assistito alla mobilità sanitaria che copriva le carenze facendo spostare i pazienti anziché potenziare i servizi. L’attuale emergenza ci ha tragicamente insegnato che questo è un errore: da Trapani ad Aosta a Bolzano a Trieste ci devono essere i Lea omogenei per l’intera rete delle strutture sanitarie: in capienza e qualità. Oggi non è così. Questo un punto da cui partire a breve. La telemedicina è un’ottimo strumento di prevenzione, vale meno per la cura. E l’ospedale non può essere l’unico luogo a cui rivolgersi, nemmeno per chi ci abita vicino. E i medici di base devono essere ovunque considerati come il primo presidio (e non dobbiamo saltarli per rivolgerci al primario specialista amico del cugino…). Anche in questo caso l’autonomia differenziata è una deviazione masochista dal buon senso. In questo ambito sanitario sarei disposto ad accettare anche l’idea di un commissario ad hoc: purché sia uno che va in giro per i territori a misurare le distanze e omogeneizzare qualità e quantità dei servizi per la salute.

8. Sull’assistenza alle persone (anziani, fragilità, non autosufficienza, solitudine, sicurezza, mancanza di casa, ecc) si dovrebbero non solo autorizzare ma formalizzare contratti con il mondo del volontariato sociale che già agisce in questo campo e favorirne la crescita.  In questo ambito si potrebbe pensare a una sorta di servizio civile (volontario) che aggiunga braccia e intelligenza alle strutture che già operano in questo settore. Anche questa decisione è in sé sia urgente che di lunga prospettiva.     

9. Anche sull’assistenza al territorio si potrebbero immaginare soluzioni analoghe per creare nuovo lavoro. Ad esempio per rilanciare in fretta il settore turistico di qualità che può crescere solo sulla valorizzazione del patrimonio artistico, storico, culturale e paesaggistico. Riaprire musei e alberghi e creare nuove guide.

10. Insomma, per evitare che qualcuno, leggero di spirito, cominci a pensare che la sostenibilità è un lusso che non possiamo più permetterci (almeno nell’immediato), occorre fare uno sforzo per gestire le emergenze immaginando un futuro diverso non un futuro uguale al passato. In parole povere, la logica della sostenibilità (ambientale sociale ed economica) e della riduzione delle diseguaglianze non va rinviata a stagioni migliori. Anzi, deve essere la rotta con cui fin d’ora si affronta la tempesta.

Gaetano Sateriale

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Gaetano Sateriale

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