L’immagine immediata è quella della sala da ballo del Titanic, dove l’orchestra continuava a suonare mentre la nave affondava. Le relazioni industriali, l’autonomia delle parti sociali, la libertà della finanza pubblica, stanno per essere cancellate nel nostro paese, più o meno nell’indifferenza generale di sindacati, imprese e politica. C’è quasi da sperare che nessuno si sia accorto di quanto sta per accadere, perché sapere e non reagire sarebbe criminale.
Nell’intervista a Walter Cerfeda che pubblichiamo è descritto con molto realismo cosa ci sta per capitare. E’ indicato con precisione il piano messo a punto dall’Unione europea per sventare i programmi della speculazione finanziaria internazionale e rilanciare la competitività del continente. Un piano che si propone di imporre leggi finanziarie da brivido ogni anno per svariati anni, di imbrigliare ogni politica salariale in binari assai rigidi, di entrare nei programmi di welfare come il classico elefante in una cristalleria. E non solo in Italia, ma in tutta Europa.
Un programma di lacrime e sangue, il prezzo imposto a tutti dalla Germania di Angela Merkel per tenere in vita l’eurozona così come l’abbiamo conosciuta finora. L’alternativa è anche peggiore. Vede lo smembramento delle alleanze e la divisione in due dell’Europa, da una parte i virtuosi, quelli che hanno tenuto i loro conti in ordine, le formiche, dall’altro le cicale, che, con i loro conti in disordine, le loro politiche di laissez faire, non riescono a stare al passo con gli altri e verrebbero lasciati al loro destino, preda facile della speculazione finanziaria. Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Belgio, forse anche Francia. La zona meridionale dell’Europa, quella mai tollerata.
Un percorso alternativo ci sarebbe, ed e’ quello degli eurobond indicato da Jean Claude Junker, il presidente dell’Ecofin, e da Giulio Tremonti. Sembra molto più conveniente, ma in Europa è una tesi minoritaria, perché i paesi forti non ne vogliono sapere di dover mantenere le nostre carenze, di dover pagare i nostri conti, di tollerare i nostri vizi.
La scadenza è vicina, forse già la fine del mese, quando a fine marzo si riunirà il vertice europeo di primavera. Se dovesse passare l’indicazione più rigida il prezzo da pagare sarebbe altissimo, forse troppo alto. Saremmo costretti a finanziarie da brivido, l’intervento per alzare l’età pensionabile a 67 anni sarebbe immediato, la politica salariale verrebbe cancellata. E sarebbe inutile protestare, scioperare, urlare e strepitare. Forse sarebbe anche peggio, perché accelererebbe una decisione definitiva e drastica contro di noi
Le parti sociali sarebbero espropriate della loro autonomia, i contratti salterebbero, non quelli nazionali, ma tutti: perché non ci sarebbe più nulla da dare o da scambiare. Il danno sociale sarebbe così forte che, forse, sarebbe il caso che la nostra classe dirigente -se ancora esiste- si impegni immediatamente a capire come superare questa emergenza, come salvare qualcosa dal disastro imminente. Ricordando che l’orchestra del Titanic non si salvò dal naufragio, i musicisti perirono tutti.
Massimo Mascini
























