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Home - Approfondimenti - Interviste - I nuovi paletti europei che le parti sociali ignorano

I nuovi paletti europei che le parti sociali ignorano

1 Marzo 2011
in Interviste

Sta per abbattersi su tutta l’Europa una ventata di austerità senza precedenti, capace di far dimenticare per sempre le stangate più dure della nostra storia, da quella di Giuliano Amato del 1992 in avanti. L’Unione europea sta infatti per varare una politica capace di contrastare la speculazione finanziaria e allo stesso tempo rilanciare la competitività dei paesi membri. Una cura però che rischia di uccidere il malato, perché prevede interventi su pensioni, salari e finanza pubblica come non ne abbiamo mai visto, eliminando ogni autonomia delle parti sociali. Una bufera di cui la nostra classe dirigente sembra non curarsi, quasi non fosse direttamente e pesantemente colpita. Walter Cerfeda, che, dopo essere stato otto anni nella segreteria della Confederazione europea dei sindacati, segue i problemi dell’Europa presso la Fondazione Trentin, g uarda con grande preoccupazione a questi prossimi appuntamenti comunitari.

Cerfeda, è finito l’attacco della speculazione internazionale ai debiti privati?
Purtroppo no. E’ solo sospeso. Il timore fondato è che riprenda non appena si allenti la pressione sulle materie prime cresciuta a causa delle turbolenze politiche nella sponda meridionale del Mediterraneo.

Cosa può succedere?
La lista dei paesi sotto tiro è nota. Portogallo, Spagna, Italia, Belgio, in rapida successione.

E’ possibile respingere questo attacco?
Sì, ci sono due strade sulle quali l’Europa sta discutendo. La prima, la più interessante prevede l’intervento dell’Europa con risorse proprie attraverso l’emissione di eurobond per la crescita gestiti dalla Bei e per fronteggiare i debiti sovrani dei paesi dell’euro gestiti dalla Bce.

La seconda?
Prevede un intervento di drastico risanamento economico e sociale nei paesi coinvolti. Questa seconda via è fortemente sostenuta dalla Merkel ed è attualmente maggioritaria in Europa.

E’ di questa che si discuterà a fine mese al vertice dei capi di Stato e di governo?
Sì, è un modello di governance europea che riscrive in pratica il Patto di stabilità con formule molto severe per gli stati coinvolti.

Cosa prevede?
Il rispetto rigido delle regole e un inasprimento di queste. La prima cosa è la conferma del rapporto del 3% tra deficit e pil. Tutti i paesi che hanno una realtà alterata devono rientrare nel parametro entro il 2013. Nulla più, peraltro, di quanto non sia già in atto. E’ per questo che sono state varate le manovre economiche di 24 miliardi di euro in Italia, di 50 miliardi in Germania, di 80 miliardi della Francia. Ma i termini sono perentori.

Cosa è previsto ancora?
Il rientro da debiti pubblici troppo elevati. Le nuove regole prevederebbero che i paesi che hanno un debito superiore al 60% rientrino del 5% ogni anno.

Un’imposizione molto dura.
Durissima. L’Italia nel 2011 dovrebbe varare una manovra di 50 miliardi. E così dovrebbe fare fino a rientrare nel 60%. 50 miliardi è più di quanto non chiese Giuliano Amato nella tristemente famosa finanziaria del 1992.

Ma se un paese non dovesse riuscire a raggiungere questi parametri?
Il piano in discussione prevede delle sanzioni molto pesanti, pari allo 0,1% del pil. Sanzioni automatiche, non sottoposte a una discussione politica. E non sarebbe previsto il diritto di veto del paese coinvolto.

Non ci sarebbe modo di eludere questa pressione?
Assolutamente no, perché il calendario previsto è molto rigido. Secondo il piano a gennaio l’Unione indica i tassi prevedibili per la crescita economica e le misure necessarie in ciascun paese per realizzare quel piano di crescita. In aprile al vertice di capi di Stato e di governo le misure vengono varate, tra aprile e luglio l’Unione incontra i singoli paesi e da luglio ogni Stato deve applicare le misure previste. Se non lo fa si applicano le sanzioni.

Questo per le misure finanziarie. E per quelle sociali?
L’impatto previsto sarebbe fortissimo. E’ previsto dal piano in discussione che l’Unione metta in campo degli osservatori e degli indicatori per tenere sotto controllo tre parametri fondamentali: l’andamento della spesa pubblica, le pensioni, i salari. L’obiettivo è quello di far crescere la competitività dell’Europa, quindi è su questi valori che si insiste.

Cosa si cerca?
Per la spesa pubblica di evitare spostamenti pericolosi e gli osservatori servono a monitorare la situazione per consentire interventi immediati. Per le pensioni l’obiettivo è quello di allungare la vita lavorativa fino a 67 anni, come ha già disposto la Spagna, non a caso.

E per i salari?
L’obiettivo è sempre quello di tenere sotto controllo la competitività e quindi la crescita salariale. E’ previsto che si attui un meccanismo uguale a quello adottato in Belgio nel 1996, quando questo paese doveva rientrare nei parametri decisi a Maastricht.

Cosa prevede quel meccanismo?
Che i salari non crescano più della media dei salari dei paesi di riferimento, che per il Belgio sono quelli tedeschi, francesi, olandesi e del Lussemburgo. La procedura è molto rigida: in ottobre il Cnel belga indica la crescita massima dei salari e chiede il consenso delle parti sociali. Se queste non sono d’accordo è prevista una mediazione del governo, ma se il dissenso resiste si provvede con un decreto reale. Comunque la procedura deve finire antro la metà di giugno.

Si vuole applicare questo meccanismo, così rigido?
Questa è la proposta fatta. La ragione economica è che lo statuto della Bce impedisce di attuare una svalutazione dell’euro, per cui per rimettere in sesto i conti della competitività si può intervenire solo sui salari e l’occupazione. In pratica si passerebbe dalla moral suasion per la moderazione salariale a un’imposizione rigida.

E’ possibile che l’Unione approvi questo piano?
La discussione è molto avanzata. A fine marzo su questo si decide e i tempi non possono allungarsi più di tanto perché la speculazione finanziaria preme.

C’è però sempre la strada alternativa degli eurobond.
A mio avviso sarebbe la strada migliore da percorrere, perché se la Bce si assume il 60% del debito si ha un doppio effetto, che i tassi per la Banca centrale sono sempre bassi, e che gli stati membri possono sopportare meglio il peso del resto del debito.

Tanto più che Tremonti ha anche ottenuto di considerare nel calcolo del debito interno di ogni stato anche il montante del risparmio privato.
E’ un dato interessante, anche se molto dipende da come sarà conteggiato questo nuovo parametro. Ma soprattutto c’è da dire che questa seconda via alternativa degli eurobond al momento è fortemente minoritaria.

La via maggioritaria, quella dell’austerità a tutti i costi, sarebbe però molto dura da seguire, comporterebbe un durissimo attacco all’autonomia delle parti sociali, specie per quanto si riferisce alla dinamica salariale.

Certo, e non a caso il sindacato belga da 15 anni grida contro queste imposizioni che lo paralizzano, ma la realtà è questa.

C’è consapevolezza diffusa di quanto sta potrebbe accadere a beve?
Assolutamente no. Ci sta per arrivare addosso una valanga e quei pochi che seguono i problemi pensano si tratti di pochi fiocchi di neve. Il risveglio sarà doloroso.

Massimo Mascini

 

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