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Home - Approfondimenti - La nota - Nell’Italia che invecchia, dove le imprese faticano a trovare manodopera il lavoro degli stranieri è sempre più strategico. Dati e prospettive nel convegno organizzato da Ocse, ministero del Lavoro e Inapp

Nell’Italia che invecchia, dove le imprese faticano a trovare manodopera il lavoro degli stranieri è sempre più strategico. Dati e prospettive nel convegno organizzato da Ocse, ministero del Lavoro e Inapp

di Tommaso Nutarelli
23 Febbraio 2026
in La nota
La maledetta “eccezione italiana”

Crisi demografica, riduzione della forza lavoro disponibile, crescita dei pensionati, aumento dell’aspettativa di vita e richiesta di un welfare sempre più esteso e capillare sono temi ormai da tempo presenti nel dibattito pubblico e sui giornali. Aspetti che rendono sempre più centrale e strategico il contributo dei migrati nel nostro paese. Di tutto questo si è discusso nell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia” organizzato dalla Direzione Generale per le politiche migratorie del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e dall’Istituto Nazionale per le Analisi delle Politiche Pubbliche.

I dati contenuti nell’International Migration Outlook 2025 e nel rapporto State of Immigrant Integration Italy, entrambi curati dall’Ocse, e presentati da Stefano Scarpetta, Direttore occupazione, lavoro e affari sociali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dimostrano come nel decennio 2014-2024 la percentuale di immigrati nei paesi dell’Ocse sia passata dal 9 al 12%. Una crescita trainata principalmente da motivi familiari, come il ricongiungimento. Se guardiamo all’Italia, gli immigrati rappresentano un contrappeso all’andamento negativo della nostra demografica. In termini assoluti nel nostro paese sono più di 6 milioni, di questi 300mila nati da due genitori stranieri e nove su dieci sono in età lavorativa. Persone che costituiscono una vera e propria risorsa per alcuni settori: sono il 31% nei servizi di cura, il 20% nell’agricoltura e il 19% nell’ospitalità e la ristorazione.

Il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri è relativamente alto. Al nord si attesta al 68% rispetto al 70% degli italiani, mentre al sud è al 52% e mentre quello degli italiani è inferiore di quattro punti percentuali. Dal punto di vista del genere, tra i lavoratori uomini stranieri il tasso di occupazione è al 78%, nove punti sopra i colleghi italiani. Il divario aumenta nel raffronto con le donne, dove l’occupazione per le lavoratrici straniere crolla di 27 punti percentuali. Oltra a questo, i lavoratori stranieri subiscono ancora una segregazione occupazionale e settoriale, sono impiegati in lavori poveri dove l’informalità se non l’irregolarità è molto più alta che in altre occupazioni. Il 26% degli immigrati operano in lavori a bassa qualifica. Percentuale che sale al 29% per chi è nato fuori dai confini dell’Ue e che schizza al 41% per chi è impiegato al sud. Un lavoratore straniero su quattro vive il fenomeno dell’occupational downgrading, ossia svolge una mansione che richiede qualifiche inferiori rispetto a quella che svolgeva nel paese di origine.

Si tratta di ostacoli che nascono, in parte, fin dai banchi. La scuola dell’obbligo, pur tra mille difficoltà, svolge il suo ruolo di integrazione. Infatti, fino ai 15 anni, i livelli di lettura tra i ragazzi con genitori stranieri e quelli con genitori italiani sono sostanzialmente simili, con i primi che conseguono anche buoni risultati nell’apprendimento. C’è, semmai, un problema che potremmo definire ambientale. Il 20% degli studenti nati da stranieri non si sentono a loro agio a scuola e il 16% abbandonano gli studi. Tutto questo si ripercuote poi nel mercato del lavoro. Solo il 54% dei giovani con i genitori stranieri è occupato, 16 punti percentuali al di sotto i loro colleghi e unicamente il 25% ha un impiego che richiede alte qualifiche. Tutto questo dimostra che avere un network e un background limitato, impedisce a questi giovani di emergere e di cogliere appieno tutte le opportunità.

“Dobbiamo pensare – ha detto Scarpetta – che entro il 2060 verrà meno il 32% della forza lavoro. Concretamente questo vuol dire chi lavorerà lo farà per sé e per garantire il 70% della pensione di un altro. In sostanza lavorerà per due. Per questo è centrale il riconoscimento del contributo non indifferente che i migranti danno al tessuto sociale ed economico del paese. L’Italia non solo deve essere più attrattiva ma anche capace di trattenere la forza lavoro, così come sapere accrescere il ruolo di chi è già presente. Una delle sfide è quella della formazione e del giusto riconoscimento delle competenze. La strada da intraprendere è quella della valorizzazione dell’esperienza dei lavoratori stranieri. Nel complesso –  spiega Scarpetta – servono politiche migratorie continue e strutturate, che tengano maggiormente conto dei bisogni manifestati dalle imprese e che affrontino il problema non in modo parcellizzato. Quando si fanno entrare delle persone attraverso i flussi migratori regolari bisogna poi pensare che avranno bisogno di un alloggio e che occorrerà potenziare l’offerta dei servizi”.

Per il segretario generale degli edili della Cgil, Antonio Di Franco, la gestione dei flussi passa anche attraverso un miglioramento e un superamento della normativa vigente. “La legge Bossi-Fini – afferma il numero uno della Fillea –  risale al 2002. Sono passati 24 anni e il contesto economico e sociale nel quale era nata quella norma, che deve essere abrogata, era profondamente diverso da quello attuale. Ma anche il meccanismo del click day è assolutamente insufficiente. Nell’edilizia il 40% degli addetti sono stranieri e ogni giorno ci confrontiamo con difficoltà abitative e di trasporto, alle quali tentiamo di trovare soluzioni anche con la bilateralità”.

“In Italia sono un milione e 300mila i lavoratori stranieri e coprono oltre il 23% dei bisogni delle imprese – ha precisato Riccardo Cuomo, responsabile dell’area politiche del lavoro di Unioncamere -. Il 60% del fabbisogno arriva dal nord, il 40% concentrato in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Eppure solo il 2% dei lavoratori si trova in occupazioni con qualifiche alte contro il 52% che ricopre posizioni con basse qualifiche. Un potenziale che potrebbe essere sprigionato con l’auto imprenditorialità. L’Italia è la patria delle piccole aziende e dovremmo mettere gli immigrati nelle condizioni di porsi alla guida di una realtà produttiva”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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