Il nuovo assetto della Pac, la politica agricola comune, proposto dalla Commissione europea ha fatto storcere il naso tanto agli stati membri quanto alle parti sociali del comparto agricolo. La riduzione del budget e l’istituzione di un fondo unico, nel quale andranno a confluire tutte le risorse destinate a ogni stato senza nessun tipo di distinguo per capitoli di spesa, sono i punti più contestati. “Il taglio del 20% al bilancio della Pac e l’istituzione di un fondo unico europeo proposti dalla Commissione, sono inaccettabili perché’ sono scelte che tradiscono l’origine stessa e i Trattati istituitivi dell’Unione, basati sulla centralità dell’agricoltura e che danneggeranno l’intero sistema produttivo europeo”, spiega in questa intervista a Il diario del lavoro Fabrizio De Pascale, responsabile delle politiche internazionali della Uila, il sindacato della categoria agroalimentare della Uil, e presidente del settore agricolo dell’Effat, il sindacato europeo dei lavoratori del comparto. “Il rischio – spiega De Pascale – è la creazione di uno scenario nel quale la frammentazione e la rinazionalizzazione degli aiuti prevarranno sulle priorità agricole e del lavoro e ci sarà maggiore competizione su finanziamenti, tra l’altro in diminuzione”.
Recentemente la Corte dei conti europea si espressa sulla nuova Pac. Quale è il vostro giudizio?
La Corte dei conti Ue ha espresso un parere critico sulla proposta di riforma, evidenziandone incertezze, poca chiarezza e complessità che, anziché semplificare, potrebbero complicare e ritardare l’erogazione dei fondi ai beneficiari. Sicuramente il giudizio della Corte conferma tutte le nostre preoccupazioni. Le scelte della Commissione sono sbagliate e ingiuste perché andranno a colpire, insieme ai produttori agricoli, anche i lavoratori dipendenti, in termini di riduzione di posti di lavoro e di qualità dell’occupazione. Per questo crediamo che l’Effat, insieme al Geopa-Copa, che rappresenta in Europa le associazioni datoriali, debbano unire le proprie forze per cambiare questa riforma che rischia di penalizzare e far arretrare la produzione agricola del continente. Oltre a respingere la riduzione del budget e la creazione di un fondo unico, il sindacato ribadisce anche l’importanza di rafforzare la dimensione sociale nella Pac 2028-2034 e il principio della condizionalità sociale degli aiuti comunitari introdotto nel 2023. Servono maggiori misure di sostegno al lavoro, il finanziamento della formazione e una presenza crescente delle parti sociali nei meccanismi di monitoraggio e di controllo, in particolare sul sistema della condizionalità sociale. E questo è importante perché la condizionalità sociale non solo va mantenuta e rafforzata ma va anche applicata in modo uniforme e monitorata in tutti i paesi europei.
La direzione che la Commissione vuole dare alla nuova Pac rischia di compromettere la condizionalità sociale?
La proposta di modifica del Regolamento Pac 2028-2034, di per sé, non prevede nessuna modifica al sistema introdotto dalla precedente riforma in materia di condizionalità sociale, che viene quindi confermata, rientrando nel nuovo concetto di “Gestione responsabile delle aziende agricole”. Delle minacce dirette alla Condizionalità sociale sono invece presenti nella proposta di regolamento del Fondo unico.
Quali sono e perché?
La prima criticità riguarda l’esclusione dal campo di applicazione delle condizionalità legate alla gestione responsabile, quindi anche di quella sociale, per le aziende sotto i dieci ettari, prevista all’articolo 62.1 del Regolamento. Questa proposta, oltre a essere inaccettabile sul piano etico, non risponde neanche a una logica di semplificazione per i piccoli produttori, perché la condizionalità sociale non richiede impegni aggiuntivi per le imprese, non impone un maggior sforzo burocratico ma, semplicemente, il rispetto e l’applicazione della normativa sul lavoro. Noi siamo favorevoli alla semplificazione ma questa non deve tradursi in deregolamentazione. Se guardiamo alle imprese sotto i dieci ettari, in Italia sono il 70%, quindi la maggior parte del nostro sistema produttivo sarebbe esentato dal dovere di rispettare le norme sulla sicurezza e sulla trasparenza dei rapporti di lavoro previsti dalla normativa comunitaria.
Il secondo?
La seconda minaccia riguarda il sistema di calcolo per determinare le sanzioni a carico dei beneficiari degli aiuti PAC che violano le norme sulla condizionalità. L’articolo 62.5 dello stesso Regolamento prevede, infatti, che nel calcolare la sanzione da applicare per una specifica violazione si debba tener conto anche delle sanzioni comminate a livello nazionale per quella stessa violazione. È una norma sibillina, che non chiarisce se occorra tenerne conto in senso attenuante o aggravante e che ogni paese potrebbe interpretare a suo modo.
È una proposta che sembra voler rispondere alla preoccupazione, avanzata dalla parte datoriale del mondo agricolo e sostenuta da alcuni paesi, di evitare una possibile “doppia sanzione”, ossia l’azienda che commette un’infrazione viene sanzionata al livello nazionale e in più non riceve la premialità prevista dalla Pac. Noi chiediamo che questa norma venga cancellata perché, oltre ad essere formulata in modo ambiguo, riteniamo che non abbia senso parlare di doppia penalizzazione: se trasgredisco una norma nazionale in materia di lavoro e per questo vengo sanzionato dallo Stato, per quale motivo dovrei ricevere dall’Unione europea il riconoscimento pieno di un premio Pac, malgrado abbia violato la stessa norma ma a livello comunitario? Non si tratta di doppia penalizzazione ma di semplice buon senso.
Come pensate di muovervi?
Noi siamo convinti che la condizionalità sociale sia, innanzitutto, una norma etica a tutela dei lavoratori che si basa su un principio semplice e chiaro: chi non rispetta i diritti del lavoro non merita un premio. È la prima volta nella storia dell’Unione europea che la concessione di aiuti pubblici sia condizionata al rispetto di una simile norma. La condizionalità sociale è un principio che tutti dovrebbero condividere. Per questo, come Effat, ci rivolgeremo a tutte quelle forze politiche presenti nel parlamento europeo che vorranno parlare con noi, per spiegare le nostre ragioni e condividere le nostre proposte di modifica, finalizzate a difendere e rafforzare la condizionalità sociale. A livello nazionale, come Uila e insieme a Fai e Flai, ci muoveremo nella stessa direzione sia verso le forze politiche che nei confronti del governo, affinché sostenga le nostre ragioni in seno al consiglio dei ministri europei.


























