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Home - Approfondimenti - Interviste - Riello, sì al greenpass obbligatorio in azienda, chi rifiuta i vaccini è nel Partito dei Somari

Riello, sì al greenpass obbligatorio in azienda, chi rifiuta i vaccini è nel Partito dei Somari

di Nunzia Penelope
23 Luglio 2021
in Interviste
Riello, col voto si sono rotti equilibri che non sara’ facile ritrovare

Alessandro Riello, patron della Aermec, gioiellino italiano di Bevilacqua (Verona) che produce condizionatori esportati in tutto il mondo, non ha dubbi sull’utilità del green pass obbligatorio per i luoghi di lavoro: “è la prima volta da molti anni che mi trovo d’accordo con una proposta di Confindustria”, dice in questa intervista al Diario del Lavoro.  La Aermec è una delle aziende più attente alla sicurezza sanitaria fin dall’inizio della pandemia, nonché tra le prime ad aprire un proprio hub vaccinale: “Dal 17 maggio abbiamo fatto 10 mila vaccini, ora viaggiamo con una media di 200 al giorno. Per le nostre forze non è poco. E’ stata una avventura iniziare,  e soprattutto ci ha sfinito il giro dell’oca della burocrazia, ma sono felice di averlo fatto. Consideri che in Veneto, alla fine, solo tre aziende hanno effettivamente messo su un hub vaccinale: Luxottica, Marzotto, e noi”.

Il vostro personale è quindi tutto vaccinato?

Abbiamo anche noi qualche no vax in azienda, ma nel complesso siamo all’85% di immunizzati, su un totale di 1700 persone. Siamo sempre stati molto attenti, fin dall’inizio. Quando ancora non c’era il vaccino abbiamo fatto 16 mila tamponi per tenere sotto controllo tutto il personale, e chiunque entrasse in azienda.  D’accordo con i nostri sindacati interni, abbiamo anche deciso che chi rifiutava il tampone sarebbe rimasto a casa senza stipendio.

Sta dicendo che il sindacato era d’accordo a lasciare le persone a casa senza stipendio? Mi sorprende, visto che sulla proposta di green pass obbligatorio avanzata dalla Confindustria hanno alzato le barricate.

E’ un accordo che abbiamo preso con le nostre RSU: chi rifiutava i tamponi non poteva accedere al posto di lavoro e non veniva retribuito. Il sindacato condivideva questa impostazione, che aveva come obiettivo la sicurezza di tutti.

Quindi sarebbe d’accordo anche sul vaccino obbligatorio?

Il vaccino è una cosa molto diversa dai tamponi: non siamo certo noi che possiamo imporlo, è compito dell’autorità medica. Ma sarei estremamente favorevole a che si rendesse obbligatorio anche nelle imprese il certificato vaccinale. Dobbiamo tutelare la salute sul lavoro, e poi non la tuteliamo su una questione cosi cruciale come il Covid?

Non teme la “dittatura sanitaria”, dunque?

La definizione di dittatura sanitaria è inaccettabile. La libertà è una cosa seria, ma quello che propagandano i no vax e simili è un concetto del tutto errato e abusato della parola libertà.

Eppure siete in una regione a trazione leghista: un partito il cui leader è quanto meno freddo, con tendenza all’ostile, sul tema vaccinazioni.

Non è questione di partiti, di destra, centro o sinistra. L’unico partito che può rifiutare i vaccini, non capire quanto siano fondamentali per uscire dalla pandemia, è il partito dei somari.

A proposito: la pandemia come ha impattato sulla vostra azienda?

Abbiamo avuto come tutti un periodo difficile, ma ce la siamo cavata. Il 2019 era stato un anno molto buono, per fortuna, e abbiamo retto anche il 2020. Oggi il 2021 sta andando molto bene, abbiamo un portafoglio ordini decisamente effervescente. Potrebbe essere addirittura un anno di grandissima soddisfazione, da record: se non fosse per il problema enorme delle materie prime.

Si riferisce ai costi in salita?

Non solo per il costo, ma proprio perché non si trovano sul mercato.

Che materie prime mancano, a voi in particolare?

Guardi, manca tutto. Mancano perfino carta e cartone. Abbiamo dovuto abbassare la produzione del 40% perché non si trova il cartone per l’imballaggio del prodotto. Abbiamo due linee di produzione che vanno solo al 50% perché non arrivano i ventilatori dalla Germania. Ho ventimila motori fermi perchè mancano i condensatori che devono arrivare dalla Cina. Non troviamo le schede elettroniche necessarie per completare alcuni prodotti, per cui ne usiamo una come ‘muletto’ per provare se un pezzo funziona, poi la smontiamo, la rimontiamo su un altro pezzo, e così via, sperando che arrivi un carico di schede che ci consenta di completare la produzione. Questo ci causa una perdita di efficienza mostruosa.

Un quadro terrificante, in effetti.

E non è finita: non riusciamo a spedire le merci, perché non ci sono navi. Una grossa parte della flotta mondiale è  ferma perché si tratta di navi che bruciano carburanti molto inquinanti e non più a termini di legge per la maggior parte degli scali portuali. Non parlo nemmeno dei container: non è più nemmeno un problema di prezzi, pure a volerli pagare a peso d’oro non se ne trovano. Sinceramente: faccio l’imprenditore da alcuni decenni, ma non mi sono mai trovato in una situazione del genere.

Come ce la fate?

Stringiamo i denti e andiamo avanti, anche grazie alla nostra equipe di collaboratori bravissimi, ma ripeto: se non ci fosse questa situazione, nel 2021 potremmo sfondare il record del fatturato. Purtroppo è una cosa assurda che non riguarda solo noi, ma davvero tutte le imprese.

Ero rimasta al problema dei semiconduttori, ma che mancassero perfino i cartoni per gli imballaggi è una novità. Come si può rimediare?

Di certo dovremmo riappropriarci di molte produzioni che avevamo delegato ad altri paesi. Prenda la Cina, per dire: ne abbiamo fatto la fabbrica del mondo, adesso mettono i dazi all’export, una cosa inaudita.

Sul piano dell’occupazione come vede la situazione?

E’ un altro problema che stiamo affrontando: la mancanza di mano d’opera. Stiamo assumendo, facciamo tantissimi colloqui e selezioni, ma stentiamo a trovare persone formate, con un livello di scolarizzazione almeno sufficiente. Anche questo è un grosso ostacolo per lo sviluppo di una impresa e di un paese.

Molti altri suoi colleghi imprenditori lamentano carenza di mano d’opera e danno la colpa al reddito di cittadinanza, anche lei la pensa così’?

No, non nel nostro settore. Il reddito di cittadinanza può costituire un problema forse per altri tipi di lavori, ristorazione, turismo, stagionali, eccetera. Per noi hanno avuto invece un peso i due anni di DAD, che hanno abbassato molto il livello di preparazione dei giovani. Noi assumiamo persone molto qualificate, e purtroppo è un dato di fatto che in Italia ce ne sono sempre meno.

Intanto, ci sono molte aziende che chiudono e licenziano. Cosa ne pensa?

E’ un problema che riguarda essenzialmente alcune multinazionali. Le multinazionali comprano, aprono, chiudono, avendo come obiettivo solo il profitto. Noi imprenditori italiani, che siamo nati e cresciuti su un territorio, abbiamo a cuore la nostra gente.

Nunzia Penelope

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Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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