I confini fra dramma e farsa possono essere labili. Il vantaggio, in questi casi, è che, almeno per un po’, se ne può ridere. Lo spettacolo di Donald Trump che si involtola nella trappola dei suoi dazi ne fa parte a pieno titolo. La confusione, l’imprevedibilità – ci hanno spiegato – fanno parte dell’arsenale contrattuale di Trump. Ma il caos post-sentenza della Corte Suprema, che quei dazi ha cancellato, non ha nulla di strategico: è la reazione scomposta suscitata, davanti allo schermo del social preferito, dallo sbalzo di acidità per un hamburger notturno di troppo. Che non vuol dire che le nuove mosse di Trump, nel tentativo affannoso di rilanciare i dazi, non facciano danni. Ma in un panorama politico completamente mutato.
Politicamente, infatti, la sentenza segna uno spartiacque nell’arco della presidenza Trump. Impedirgli di sparare dazi e tariffe secondo umori e rancori, spesso solo personali, significa cancellare l’immagine di imperscrutabile onnipotenza che Trump ha coltivato ossessivamente, in patria e all’estero. Basta vendette doganali sul Brasile per Bolsonaro, sull’Europa per la Groenlandia, sulla Svizzera, perché la presidente non è stata sufficientemente deferente. Questo non vuol dire impedire al presidente, in linea di principio, di scegliere la via del protezionismo. Ma anche il capriccio del sovrano deve inchinarsi al rispetto per i poteri del Congresso e alla necessità di fornire una giustificazione specifica, tariffa per tariffa. E, allora, cade il pilastro su cui si regge tutta la politica economica della presidenza Trump: i dazi come strumento farsi rimborsare la “rapina” che costituirebbero le esportazioni straniere, in genere, e rimpinguare le casse dello Stato. Obiettivo che la sentenza della Corte Suprema ribalta: lo Stato potrebbe essere obbligato a rimborsare i dazi pagati fino ad oggi (130 miliardi di dollari) allargando la voragine del deficit di bilancio. L’ipotesi che i tribunali possano salvarlo dai rimborsi non è molto più allegra per il presidente: gli elettori americani potrebbero avere l’impressione di essere chiamati due volte a pagare i dazi-meraviglia di Trump, prima quando li hanno versati acquistando i beni importati (il 90 per cento dei dazi è stato pagato non dagli stranieri, ma da imprese e consumatori americani), poi quando non glieli hanno rimborsati.
Ora Trump tenta di tenere in piedi il castello dei dazi facendo ricorso a strumenti legislativi diversi da quelli sull’emergenza, invocati finora. Ma è tutta un’altra partita e lui non ha in mano le carte migliori. La prima è un decreto del 1974 che gli consente di mettere dazi fino al 15 per cento, per salvare il dollaro. E’ stato, però, varato quando i cambi erano fissi e un improvviso disavanzo commerciale rischiava di portare a disastrose svalutazioni. La bilancia commerciale americana è in deficit dagli anni ‘80 e, comunque, il cambio oggi è flessibile, quindi niente svalutazioni traumatiche. Facile, dunque, prevedere nuove contestazioni in tribunale e un nuovo incubo di rimborsi. Ma i processi non si concluderanno in tempo, perché il decreto consente i dazi solo per 15o giorni, scaduti i quali, scadono anche i relativi dazi, a meno di un via libera del Congresso che, nella situazione attuale, tutti si sentono di escludere.
Il problema, però, nell’immediato è che questo nuovo strumento – pensato per far fronte ad una crisi valutaria, quindi generale – si applica indistintamente a tutti nello stesso modo. Nessuna possibilità di distinguere, come piace a Trump, simpatici e antipatici: a tutti lo stesso dazio del 15 per cento. Ma questo svuota e rinnega gli accordi, in molti casi ancora da chiudere, siglati dalla Casa Bianca in questi mesi, grazie a ricatti e minacce. Inoltre, proprio perchè non graduabile, il dazio si applica anche sommandosi a quelli preesistenti all’emergenza, dichiarata in aprile da Trump. I risultati sono paradossali: la Gran Bretagna, che aveva fatto concessioni per ottenere un dazio del 10 per cento, si trova a pagare il 15, come il Brasile che concessioni non aveva fatto ed era stato punito con una tariffa del 50 per cento. La Ue, che si era piegata a contestati favori a Trump, per avere il 15 per cento, se lo trova ora maggiorato dai dazi preesistenti (per l’acciaio e per le auto, ad esempio). Il risultato è un ritorno in massa alla casella iniziale, congelando la ratifica degli accordi siglati o, comunque, predendo tempo. L’Europa ha congelato la ratifica oggi, chiedendo a Washington perché dovrebbe fare un trattamento di favore alle importazioni dagli Usa, visto che, comunque, pagherebbe in ogni caso il 15 per cento.
In due parole, la politica commerciale cessa, per il momento, di essere uno strumento privilegiato della politica estera americana. Gli uomini di Trump sperano di convincere i loro interlocutori che, in realtà, niente cambierà, perché scaduti i cinque mesi del decreto valutario, potranno utilizzare altri due decreti, che consentono di imporre tariffe, settore per settore, in nome della “sicurezza nazionale” o paese per paese, “per concorrenza sleale”. Questi dazi, però, vanno giustificati caso per caso, con indagini complesse, che danno spazio anche al contradditorio. Difficile che il lancio dei relativi dazi sia pronto entro cinque mesi. In ogni caso, c’è da aspettarsi che gli interlocutori della Casa Bianca pretendano di ripartire da zero, in una situazione in cui la leva in mano ai negoziatori americani appare assai più corta di pochi mesi fa. Sul punto, il dibattito fra nemici e “quasi amici” di Trump a Bruxelles, Strasburgo e nelle capitali europee già infuria.
Chi dice (al contrario di quel che ha già fatto capire Giorgia Meloni) che è il momento di puntare i piedi ha un’altra carta da far valere: il tempo. I cinque mesi di dazi “valutari” a cui, da domani, farà ricorso Trump, scadono a fine luglio. Tre mesi dopo, l’America va al voto e l’attuale presidente – dicono i sondaggi – ne uscirà ridimensionato e impastoiato, dazi compresi. Prender tempo conviene.
Dove il caos scatenato da Trump continuerà, comunque, a far danni è nell’economia reale, di nuovo gettata nell’incertezza e nell’impossibiltà di impostare piani e progetti, stabilire quali sono gli investimenti da fare e i mercati da sfruttare. Da 13 mesi, ormai, ovvero dall’insediamento di Trum, l’economia mondiale viaggia in volo cieco. Il protezionismo è una scelta discussa e discutibile, ma è una cosa seria. Qui siamo ai dilettanti allo sbaraglio.


























