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Home - Approfondimenti - Analisi - La dimensione sociale del risultato elettorale

La dimensione sociale del risultato elettorale

21 Aprile 2008
in Analisi

di Pier Paolo Baretta, deputato Pd

Le elezioni, stavolta, hanno lasciato il segno. Il volto politico del Paese è cambiato clamorosamente, sia per il netto rovesciamento della maggioranza politica, sia per la fisionomia che ha assunto il Parlamento.
1) La scomparsa della sinistra e le conseguenze politico/sociali

Senza precedenti e clamorosa è la scomparsa, dal Parlamento, delle esperienze storiche a destra e, soprattutto, a sinistra. La inaspettata, a questi livelli, bocciatura elettorale della sinistra è la conseguenza diretta del comportamento di Rifondazione comunista, dei Comunisti italiani, dei Verdi. Due anni di litigi, veti all’attività di governo. Fibrillazioni che il sindacato aveva ben sperimentato dopo l’accordo del 23 luglio scorso e dopo il referendum. Dicevamo allora che il risultato di quella consultazione apriva una stagione nuova per il sindacato, rendendo più esplicita e definitiva la distinzione tra una politica riformista ed una radicale. Infatti quel risultato apriva davvero un solco tra la maggioranza riformista e la sinistra massimalista. Questa previsione è addirittura esplosa nel voto e la sinistra radicale ha raccolto la tempesta che aveva seminato. Se la Sinistra Arcobaleno avesse, allora, riflettuto davvero sul voto operaio, avrebbe già intuito da mesi che lo spazio sociale (e politico: c’è sempre una relazione, sia pure non automatica, tra i due aspetti) per una linea movimentista ed antagonista non c’era più.
Oggi, che non c’è più la rappresentanza politica della sinistra in Parlamento, il che rappresenta un punto debole della dialettica democratica, vi sono delle conseguenze che rischiano di scaricarsi nel sociale e soprattutto nel sindacato. La Cgil, in particolare, dovrà fare i conti con il fatto che resta la sola “casa” nella quale convivono le diverse sinistre. Il rischio di implosione del sindacato, di un arroccamento a sinistra della Cgil, va assolutamente evitato, soprattutto in presenza di questo quadro politico. Esso provocherebbe una crisi di quei rapporti unitari che stanno reggendo bene e sono il presupposto per accelerare, come è urgente e necessario, la stagione delle riforme del modello contrattuale, della rappresentanza e della democrazia sindacale.
In questa ottica è apparsa del tutto fuori luogo, improvvida e politicamente insensata  la dichiarazione di Montezemolo sul sindacato dei veti. Fa di ogni erba un fascio, non distingue e non valorizza le componenti riformiste, che sono la maggioranza e crescenti, ma assume come interlocutore proprio gli sconfitti.
Ciò non toglie, che il coacervo di questioni aperte, debba consigliare ai sindacati l’apertura di una coraggiosa riflessione strategica, anche in relazione al risultato politico delle elezioni, che ricorda il 2001 e gli errori che furono fatti allora da una parte politico sociale sul Libro Bianco di Marco Biagi.


2) Berlusconi vince le elezioni, ma non chiude la partita politica


L’esito delle urne è inequivocabile: la coalizione capeggiata da Berlusconi ha vinto le elezioni con uno scarto che non trascina con sé le incertezze del 2006. Sia alla Camera, per merito della legge elettorale che attribuisce un premio di maggioranza tutt’altro che proporzionale, ma esplicitamente maggioritario (con un solo voto in più si ottiene il 55% dei deputati), sia al Senato, la maggioranza di centrodestra è solida. Si potrà dire quel che si vuole di questa legge elettorale (che resta sbagliata e da cambiare, soprattutto nel mancato rapporto preventivo tra il cittadino che vota e il candidato che viene scelto con meccanismi centralisti ed elitari), ma l’esito del voto dimostra che quando c’è una maggioranza politica netta vengono meno le polemiche e le diatribe.
Questo risultato mette chi ha vinto le elezioni nella condizione di governare (e, per il bene del Paese, c’è da augurarsi che ciò avvenga), ma apre uno scenario politico che non lascia tranquilli i vincitori. Infatti, se Berlusconi, come capo della coalizione ha vinto, lo deve soprattutto agli alleati, in primis del Nord, la Lega, ma anche del Sud, Lombardo. Il partito nuovo che Berlusconi ha creato dal predellino della macchina non ha sfondato. Al Nord, ad esempio, di cui tanto si parla, il confronto diretto tra il Popolo della libertà ed il Partito democratico è molto più equilibrato che al Sud: basti per tutti l’insuccesso (peraltro annunciato) del Pd in Campania. Se poi guardo al collegio nel quale ho fatto la campagna elettorale (Veneto 2), in due provincie su tre (Venezia e Belluno) il Pd è il primo partito e lo è anche nell’intero collegio (che comprende pure Treviso). Il Pd al Nord, in Veneto, è ben ancorato attorno il 30%. Non è, dunque, affatto  estraneo al territorio e ne esprime una larga sensibilità. Il Nord non è più, dopo queste elezioni, “terra ostile”. Il nostro compito, nel lavoro di opposizione che ci attende, è quello di renderla terra amica.
Dunque: Berlusconi vince anche senza la Lega, ma la competizione è tutta aperta.


3) Il Partito democratico perde le elezioni, ma non la scommessa politica


Il Partito democratico, dunque, perde le elezioni, ma non la scommessa politica che lo ha fatto nascere. Perde nelle urne, perché ha pesato il giudizio negativo sulla coalizione di governo, ideologica e litigiosa, ed il non voto alla Sinistra Arcobaleno lo prova clamorosamente. In pochi mesi abbiamo sostituito ad una coalizione farraginosa e contraddittoria un partito nuovo, che andava oltre la stessa federazione dei precedenti partiti. Questa novità è stata compresa dagli elettori, tant’è che il Pd diventa un protagonista della politica italiana. Per questo bisogna non solo insistere, ma, a questo punto, radicalizzare la fisionomia autonoma e riformista del Pd.
Perdiamo, o meglio vince la Lega, soprattutto al Nord, perché sulle proposte del Pd sulla precarietà, i salari e la sicurezza, condivise dalla gente, ha pesato l’ipoteca del “ma perché non lo avete fatto finora?”. In poche settimane, ad una politica di governo di risanamento ma non di prospettiva, abbiamo sostituito un programma  semplice e chiaro. Non è stato sufficiente, ma questa è la strada da battere.
Non vinciamo perché, per quanto nuovo, moderno e “leggero”, un partito che porta 3 milioni di cittadini alle primarie deve organizzarsi di conseguenza, radicarsi nel territorio e nei posti di lavoro. Si potrà, giustamente, dire che non c’è stato il tempo: è vero, ma le incertezze si sono viste ed, in ogni caso, adesso il tempo c’è! E’ giusto fare un partito federale…ma il problema non è il partito del Nord, il problema è il partito.
Il Partito democratico apra, dunque, una discussione serena e rigorosa, come è giusto e doveroso, ma non con l’approccio vittimista degli sconfitti, bensì con quello di depositari di una grande responsabilità, allo scopo di organizzarsi meglio per penetrare ulteriormente e più seriamente nel complesso corpo sociale, ormai molto poco ideologico e molto frantumato. I cittadini, infatti, sono ancora molto diffidenti nei confronti della politica, ma ancor più sono bisognosi di governabilità, di percepire, finalmente, che la politica offre la soluzione dei loro quotidiani problemi.


4) La Lega vince sui problemi, non sui valori


In queste situazioni appare in tutto il suo peso il risultato della Lega Nord. Non penso che la alleanza tra Popolo della libertà e Lega Nord sia fragile e di breve durata. Pertanto, chi, anche all’interno del Pd, parla già, con sicurezza, di aprire una alleanza con la Lega perde tempo (almeno per ora). Però non penso nemmeno che siano lo stesso partito. Le differenze di cultura, rappresentanza sociale, obiettivi politici, tra Berlusconi e Bossi sono tali che la alleanza sia sì storica, ma non strategica. Solo il permanere di una ambiguità della area riformista, che continua a parlare o a lasciarsi definire “di sinistra” e così lascia libero il…”centro”, intendendo con questa espressione (che va, anch’essa, velocemente archiviata, come sinistra e destra), quell’area sociale popolar/moderata sui valori e radical/popolare sui bisogni consente alla Lega di rappresentare, ma, soprattutto, la tiene vincolata alla “destra”, collocazione dalla quale è strutturalmente lontana.  
Il risultato della Lega è, certamente, superiore alla aspettative, ma questo vento aveva soffiato forte per tutta la campagna elettorale. La Lega vince perché ha un vero rapporto con la vita quotidiana delle persone e convoglia il disagio non soltanto in protesta, ma gli dà una voce ed un significato politico. Il problema non è la Lega in sé, con le sue parole d’ordine (nessuno pensa davvero alla secessione o ai fucili), ma il fatto che dà risposte ai problemi. Ed i problemi, si sa, non sono di destra o di sinistra, sono oggettivi e soggettivi ed, in entrambi i casi, reali.
Sono le questioni centrali per la vita quotidiana dei cittadini e dei lavoratori del Nord (operai e piccoli imprenditori; artigiani ed apprendisti; commercianti e consumatori, tutti insieme): il federalismo fiscale mai realizzato, un salario troppo basso e troppo tassato, la sicurezza poco rispettata.


5) Un progetto alternativo; politico e sociale


Da questi problemi debbono ripartire tutti coloro che non si accontentano di dare risposta alle paure, ma vogliono dare una prospettiva politica anche alle speranze.
Lo deve fare il Partito democratico, ma anche le forze sociali, le associazioni, il sindacato. E’ un percorso di lungo periodo, che implica un progetto di società. Ciò che farà la differenza con la Lega e con il Popolo della libertà, ciò che renderà la proposta alternativa credibile, affidabile, non strumentale, sarà il coraggio di lanciare una sfida che è anche etica e culturale.
La preoccupazione, per rincorrere il consenso a tutti i costi, di minimizzare i valori ed affidarsi all’economicismo, la fatica di liberarsi dai vincoli derivanti da retaggi ideologici non ancora sfumati, fanno sì che, nonostante gli sforzi, talvolta si resti, in un versante o nell’altro…a bagnomaria. Si rischia, a quel punto, di dare l’impressione di rincorrere o scopiazzare, ed ecco, allora che  se una proposta, pur buona, assomiglia ad una copia, l’elettore sceglie l’originale.
I problemi citati, che assillano la vita quotidiana dei cittadini del Nord, non sono alternativi alla solidarietà (il Veneto ha un tasso elevatissimo di volontariato sociale), alla integrazione (il Veneto ha una cultura cattolica radicata e vivace), alla domanda di servizi sociali pubblici, alla identità delle famiglie che restano, in tutti i sensi, il principale ammortizzatore sociale. La libertà non è liberismo, la promozione personale non è individualismo.
Di tutto ciò bisogna parlarne di più e meglio. Se, ad esempio, parliamo di federalismo fiscale, dobbiamo essere più drastici nella  distinzione tra tasse locali e centrali ed altrettanto netti contro la secessione e la evasione. Se nelle parrocchie del Veneto è apparso un progetto di quoziente famigliare che premia i più abbienti e non i più bisognosi, bisogna esserci con serie e misurabili proposte alternative; se nelle fabbriche si lavora troppo per pochi soldi, bisogna esserci, dentro, con una struttura organizzata, aprendo, anche,  un ragionamento col sindacato. Se nel territorio la gente oscilla tra la accoglienza e la paura, bisogna esserci con la Caritas e la polizia…
Il radicamento nel territorio è la vera carta che bisogna giocare. Gli eletti debbono visibilmente rispondere agli elettori, ai quali bisogna assicurare canali di informazione e coinvolgimento costanti. I sindacati, le associazioni di impresa, quelle religiose, del volontariato e dei cittadini  vanno coinvolti nella definizione di questo nuovo modello sociale. I giovani, soprattutto, devono diventare protagonisti della nuova politica. La posta va alzata, sfidando noi stessi e gli altri a rispondere alla intera complessità sociale e non abbassando la sfida al livello minimalista che una certa idea di politica impone.



 

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