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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Fiscal drag, la truffa della politica sociale targata Meloni-Salvini

Fiscal drag, la truffa della politica sociale targata Meloni-Salvini

di Maurizio Ricci
28 Ottobre 2025
in Poveri e ricchi
Manovra, tutti soddisfatti, da Tajani a Salvini. Meloni vanta l’aumento di salari e sanità e Giorgetti “incassa” i miliardi delle banche: “non saranno contente? Mi aspetto uno sforzo di sistema e che questa cosa non sia drammatizzata”. La conferenza stampa dopo il Cdm

MATTEO SALVINI MINISTRO INFRASTRUTTURE, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, ANTONIO TAJANI MINISTRO ESTERI, GIANCARLO GIORGETTI MINISTRO ECONOMIA

Una truffa. No, non la pretesa di aver aiutato i redditi dei lavoratori con la serie di misure contro il cuneo fiscale e sugli scaglioni dell’Irpef che, piuttosto, nasconde un sotterfugio. Ma la polemica sulla neutralità degli effetti del fiscal drag sui salari che la grancassa propagandistica del governo agita in questi giorni. Una polemica che ha finito per arruolare anche osservatori indipendenti, come Guido Tabellini su Repubblica, anche se la tesi di un assorbimento del fiscal drag sui redditi netti zoppica vistosamente sotto il profilo economico e, soprattutto, è insostenibile su quello politico. Vediamo.

Il fiscal drag corrisponde allo scivolamento di un’imposta come l’Irpef che, quando l’inflazione monta, colpisce in misura sempre maggiore i redditi reali. In molti paesi (gli Stati Uniti, ad esempio), il meccanismo di imposizione (aliquote, detrazioni, scaglioni) è indicizzato, segue, cioè l’andamento dell’inflazione, insieme agli stipendi, ma, in Italia non è così. Poniamo che io guadagni 1.000 euro, su cui pago un’aliquota ufficiale del 30 per cento, pari a 300 euro. L’inflazione, però, viaggia al 10 per cento annuo (come effettivamente nel 2023). L’anno dopo, il mio reddito, al netto dell’inflazione, non è più di 1.000, ma di 900 euro. Però pago sempre al fisco 300 euro, che vuol dire non più il 30, ma il 33 per cento su quel reddito netto di 900 euro. Non va meglio a chi, grazie alla contrattazione, riesce a recuperare il 10 per cento di inflazione. Si ritrova con uno stipendio di 1.100 euro (che, però, al netto dell’inflazione sono sempre 1.000) su cui dunque paga l’aliquota del 30 per cento, ovvero 330 euro. Sul reddito rimasto – al netto dell’inflazione – a 1.000 euro, l’aliquota effettiva, ora, è, anche qui, del 33 per cento.

Anche se se ne parla assai poco, nessuno mette in discussione questo scivolamento del peso del fisco. Fra il 2021 e il 2024, lo Stato ha effettivamente incassato (senza contare le aliquote addizionali regionali e comunali) 25 miliardi di euro in più, grazie al fiscal drag, di quanto avrebbe incassato se il rapporto reddito-aliquote fosse rimasto quello del 2019. E, allora, il problema suscitato dalla polemica in corso è: i vari interventi del governo Meloni per abbassare le aliquote, accorpare gli scaglioni, aumentare le detrazioni hanno davvero restituito ai contribuenti quei 25 miliardi?

La risposta, spiegano su Lavoce.info due economisti milanesi, Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, è sì e no. Lo spartiacque – se non si considera l’incidenza delle addizionali – è a 35 mila euro: sì per i redditi sotto i 35 mila euro, no per quelli al di sopra. Un bidello con uno stipendio lordo di 27 mila euro guadagna, grazie alle riforme fiscali di questi anni, 386 euro in più (circa 30 euro al mese) di quelli che guadagnerebbe, senza riforme, ma con una piena indicizzazione degli scaglioni. Per un professore con un imponibile di 40 mila euro, invece, le riforme non bastano ad assorbire il fiscal drag e il risultato finale è una perdita di 945 euro (circa 80 euro al mese) sulla situazione pre inflazione.

Attenzione, però, quel muro dei 35 mila euro, che sembrerebbe sacrificare solo le classi medio-alte è puramente illusorio. Leonardi e Rizzo lo hanno calcolato, per comodità di raccolta dati, senza tener conto delle addizionali regionali e comunali. Con queste, lo spartiacque – spiegano – scende vorticosamente a 22 mila euro, salvaguardando, di fatto, solo i redditi più bassi. La somma di riforme e fiscal drag ha, dunque, fregato tutto il ventaglio delle classi medie.

Ma anche questa è una lettura illusoria. Il fatto che gli interventi di riforma abbiano garantito solo le fasce più svantaggiate dei contribuenti è già una smentita della propaganda del governo su un fiscal drag scavalcato senza danni dal paese. Ma la smentita sui conti dell’economia è la premessa di una smentita tutta politica e devastante: la grancassa sugli interventi del governo a favore dei lavoratori, infatti, è solo fumo. Anche nei limitati casi in cui il governo può dire che le riforme del fisco hanno assorbito il fiscal drag, lo stesso governo confessa che il fiscal drag si è mangiato i benefici delle riforme e, spesso, anche qualcosa di più. Scaglioni, aliquote, detrazioni, dietro le parole, insomma, non c’è nulla. O, meglio, il governo si è ripreso con la sinistra (il fiscal drag) quello che dava con la destra: la truffa della politica sociale targata Meloni-Salvini è qui.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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