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Home - Approfondimenti - Analisi - Cultura della sicurezza, costo del lavoro, competitività

Cultura della sicurezza, costo del lavoro, competitività

12 Aprile 2005
in Analisi

di Maurizio Castro – Direttore generale Inail

Il 6 aprile, si è aperto il tavolo di confronto fra il Governo e le parti sociali sulla riduzione del costo del lavoro, esplicitamente collocato dal Ministro del Welfare in una prospettiva di intervento propulsivo della rallentata  competitività del sistema produttivo italiano.


Accanto ai temi maggiori (caducazione dell’IRAP, eliminazione degli oneri impropri ancora gravanti sulle imprese, razionalizzazione e semplificazione del sistema di prelievo contributivo, modulazione fiscale e previdenziale del salario di produttività, etc.), ha trovato posto nell’agenda il tema della riforma delle tariffe dell’INAIL.


 


Giunti al quinto anno di applicazione del nuovo regime di tariffa introdotto dal D.Lgs. 38/2000, si possono plausibilmente formulare alcune osservazioni.


 


 


1.       I risultati economici conseguiti dall’Istituto, con un avanzo medio di gestione nel triennio 2003-2005 di 1,4 miliardi di Euro e con un andamento positivo di tutte e quattro le gestioni tariffarie (corrispondenti, com’è noto, ai macro-settori industria, con una tariffa media del 3,26%; artigianato, del 5,68%; terziario, dell’1,53%; credito, assicurazioni, etc., dell’1,06% : per una tariffa media nazionale del 2,46% che corrisponde all’incidenza del sistema assicurativo pubblico INAIL sul costo del lavoro), consentono un intervento di revisione migliorativa senza rischi di indebolimento della struttura finanziaria e patrimoniale dell’Istituto (oltretutto, gli infortuni sono in calo costante da 3 anni; la produttività e l’efficienza del sistema organizzativo sono avviati a significativi miglioramenti; la redditività “prospettica” è stata garantita dalla Finanziaria 2005 con il rilancio degli investimenti immobiliari a destinazione sociale). Tale intervento, naturalmente, in base a una valutazione essenzialmente politica, può essere convogliato o verso una riduzione dei premi assicurativi, e dunque a beneficio delle imprese, o verso un incremento delle prestazioni assicurative e sanitarie, e dunque a beneficio dei lavoratori; così come può essere modulato e distribuito secondo un mix tra maggior assistenza agli infortunati e minor costo per le aziende.


 


2.       Il sistema attuale delle tariffe, in coerenza con la sua natura e vocazione “assicurativa”, fondamentalmente ricalca la propensione al rischio e l’effettiva incidenza infortunistica dei settori e delle singole imprese, pur con elementi di attenuazione indotti dalla presenza nella sua configurazione di un elemento solidaristico (talchè le aree a minor pericolosità pagano un quid pluris rispetto al loro prezzo “naturale”  che alimenta il bilancio delle aree assicurativamente più critiche). Tuttavia tale sistema appalesa un marcato disequilibrio a sfavore delle piccole imprese (salvo che nel terziario allargato): il gettito delle aziende industriali con organico inferiore a 100 dipendenti è pari a 2,6  volte quello delle aziende maggiori, così come il gettito delle aziende di tutti i settori con organico inferiore a 100 addetti è pari a 3 volte quello delle aziende maggiori; la tariffa media per le aziende industriali con meno di 15 dipendenti è pari a 2,15 volte quello delle aziende industriali con più di 500 dipendenti. Esso inoltre implica una concentrazione di tariffe elevate, idest di maggior costo del lavoro, nei settori direttamente esposti alla competizione internazionale (collocata a 100 la media nazionale, i settori “aperti” si situano a 165, mentre quelli “chiusi” a 56). Esso infine penalizza marcatamente le imprese in cui si verificano incidenti: le quali rappresentano il 10% della platea generale, ma contribuiscono al 30% del totale dei premi pagati.


 


3.       Un’operazione di mera riduzione delle tariffe (più o meno significativa in relazione alla sua “contaminazione” con un congiunto intervento sulle prestazioni), eseguita mercè la rimodulazione dell’assetto delineato dal D.Lgs. 38/2000, è però, per quanto economicamente e distributivamente legittima e anzi opportuna, “neutra” in termini di cultura della sicurezza, e cioè priva di diretti e nitidi e forti effetti incentivanti all’adozione di comportamenti organizzativi e di soluzioni tecnologiche “virtuosi”, orientati alla prevenzione del rischio. Ciò che in un Paese, e in un sistema economico, nel quale si perdono ancora ogni anno quasi 18 milioni di giornate lavorative per infortunio sul lavoro, con un danno complessivo di 28 miliardi di Euro, genera non poche perplessità. Tanto da far ritenere più efficace un approccio che privilegi la vocazione “retributiva” su quella “distributiva” di un intervento tariffario, ne assecondi il carattere” anticipato” e “flessibile” anziché quello “postumo” e “automatico” e ne valorizzi la natura di catalizzatore di relazioni industriali ispirate ai valori della responsabilità, della cooperazione e della partecipazione e articolate secondo i modi della sussidiarietà, della federalità e della “contiguità al punto del fare” . Si prefigura cioè, in questa prospettiva, un intervento “a tempo” (un triennio, per esempio) che conceda uno sconto sulle tariffe standard  anche fortissimo (ben oltre il 50%) a quelle imprese che si impegnino ad adottare piani di miglioramento della sicurezza e di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali ambiziosi per obiettivo (15-20% di riduzione), “certificati” in termini di affidabilità da intese sindacali (a livello territoriale o aziendale, e preferibilmente attraverso meccanismi di bilateralità e di partecipazione) ovvero da una verifica dell’INAIL. Naturalmente, vanno salvaguardate in termini di pari opportunità le imprese “virtuose” che già versino in condizioni di eccellenza antinfortunistica; e vanno previsti meccanismi non penalizzanti di restituzione degli sconti beneficiati senza titolo, nei casi di piani inefficaci o insufficienti. E, probabilmente, bisogna riflettere a eventuali coefficienti correttivi per i settori e le aree i cui andamenti concorrenziali e competitivi siano  a rischio di subire gli effetti di prassi improprie di dumping sociale e di delocalizzazione speculativa.


  


4.      E’ possibile, e forse persino auspicabile, che le due opzioni strategiche testè descritte (riduzione ordinaria delle tariffe  e riduzione straordinaria dei premi) siano combinate fra loro, in termini di addizione  o di integrazione o di successione. Non si dimentichi infatti come a una riduzione degli infortuni corrisponda una riduzione delle relative prestazione assicurative e assistenziali direttamente proporzionale: e quindi come un’efficace attività di prevenzione generi sempre, già nel breve-medio termine, un corrispondente abbassamento dei costi dell’attività istituzionale di assicurazione, a sua volta determinando il presupposto per una riduzione dei premi e delle tariffe secondo lo schema tradizionale di funzionamento dell’INAIL.


 


5.      Le risorse destinabili a una siffatta operazione, articolata secondo le modalità che saranno individuate dal Governo nell’ambito (auspicabilmente) dell’avviato percorso di concertazione con le parti sociali, sono cospicue. Gli analisti più prudenti le stimano in una dimensione, immediatamente disponibile e progressivamente crescente, di 1 miliardo di euro l’anno. Ciò che oggi corrisponde, concentrandola sui settori esposti alla concorrenza internazionale, a una manovra di riduzione del costo lavoro di circa 1 punto. I positivi effetti sul piano competitivo e occupazionale sono evidenti, e densi.

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