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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Tra “disastri e stagnazione delle politiche” la Bce tira le somme dell’età degli estremi

Tra “disastri e stagnazione delle politiche” la Bce tira le somme dell’età degli estremi

di Maurizio Ricci
24 Luglio 2025
in Poveri e ricchi
Clima, Cgil: domani a Roma Landini in piazzi con i ragazzi Fridays for Future

L’anno prossimo, l’economia europea crollerà del 5 per cento: una recessione come quella di 15 anni fa per la grande crisi finanziaria e appena meno grave di quella di 5 anni fa per il Covid. La mazzata verrà da una nuova sferzata del cambiamento climatico. I profeti di sventura sono le solite Cassandre ambientaliste? No, sono i seriosi economisti della Bce, da Francoforte.

Be’, non è proprio una previsione. Piuttosto, il classico scenario da modello macroeconomico. Diciamo una proiezione di quello che può accadere a domanda e mercati, se si realizzano determinate condizioni. Il punto è che la Bce disegna uno scenario che non sta affatto sulla luna. Quello che chiama, per differenziarlo da altre ipotesi più benigne, “Disastri e stagnazione delle politiche”, infatti, sconta gli effetti di catastrofi climatiche ripetute, al di là delle possibilità di reazione dei poteri pubblici. Quali sono queste catastrofi ipotizzate? Un 2025 con siccità e incendi come si verificano ogni 50 anni. Seguito da un 2026 con tempeste e inondazioni come si verificano ogni 50 anni. Non vi fate ingannare dai riferimenti ad eventi che dovrebbero arrivare due volte per secolo. Questa casistica non vale più. Nell’attuale “età degli estremi”, come l’ha battezzata l’Onu, ogni 50 anni bisogna leggerlo come: probabile ogni 5 anni. La Bce presenta la sua ricerca, infatti, come “Non è più una tragedia all’orizzonte”.

Dovrebbe bastare la prospettiva concreta di veder sfumare nell’afa 800-1.000 miliardi di euro di Pil (quanto il rivoluzionario NextGenEu, quasi quanto l’intero budget dell’Unione) per riempire di effetto serra e riscaldamento globale le prime pagine dei giornali e le aperture dei tg. In fondo, 800 miliardi sono giusto i soldi che, secondo Mario Draghi, servono per rilanciare la competitività globale (alla faccia di Trump) della Ue. Invece, da Roma a Bruxelles, il dibattito nei palazzi della politica è tutto su come smussare, circoscrivere il Green Deal. Eppure, il timer del cambiamento climatico ticchetta sempre più in fretta, anche nella parte ricca del mondo. L’Europa è appena uscita da una ondata di calore e si prepara ad entrare in un’altra. In America, piove spietatamente e anche il metrò di New York è finito sott’acqua.

Un osservatore cinico e spassionato potrebbe dire che la velocità di quel timer è direttamente proporzionale al rallentamento delle politiche di riscatto ecologico. Le conseguenze le pagheremo tutti. Quanto? Mettete accanto agli economisti della Bce gli altrettanto seriosi scienziati di Nature. Hanno calcolato che, al 2050, i danni del cambiamento climatico saranno 6 volte quello che ci sarebbe costato fermare entro i 2 gradi il riscaldamento del pianeta.

E, allora, diventa un dovere civico chiarire a che punto siamo. Continuiamo, infatti, un po’ tutti a ragionare dentro lo schema fissato, dieci anni fa, alla Conferenza di Parigi. Obiettivo? Fermare il riscaldamento globale (pena un pianeta irriconoscibile) entro 2 gradi, rispetto al periodo preindustriale. Meglio ancora, 1,5 gradi. Dove siamo, allora? I conti li ha fatti Copernicus, il servizio di monitoraggio della Ue. Fra giugno 2024 e giugno 2025, il pianeta si è riscaldato di 1,55 gradi, rispetto al periodo preindustriale. Niente applausi, però. Quella climatica è una deriva. Fermarla e tornare indietro è impossibile, a breve termine. Se siamo già a 1,55 ora, bastano pochi anni per bucare anche i due gradi.

Ma già questo è cullarsi in una illusoria speranza. Lo ha intuito chiunque, in queste settimane, ha fatto il bagno nel Tirreno o nell’Adriatico, scoprendo che era un po’ come entrare nella vasca da bagno. La temperatura del Mediterraneo era infatti, già a giugno, di 27 gradi, 3,7 gradi in più rispetto alla media e un record assoluto. Perché l’Europa, forse per vicinanza con l’Artico che si sta sciogliendo, è la regione mondiale che si sta riscaldando più in fretta, in termini geologici ad una velocità mozzafiato. Altro che 1,5 gradi. Nel mese di giugno la temperatura in Europa è stata di quasi 3 gradi (esattamente, 2,89) superiore non all’era preindustriale, ma all’ultimo decennio del secolo scorso, quando già un buon riscaldamento, almeno un grado, rispetto al periodo preindustriale, c’era stato. Quattro gradi di troppo, attenzione.

Stiamo bollendo, come peraltro ci ripetiamo la sera, chiacchierando in terrazza. Ma non è un modo di dire. È scientificamente provato. A giugno, la temperatura media, nell’arco della giornata, nell’Europa occidentale è stata di 20,49 gradi, isole Ebridi comprese. In Italia, l’ondata ha colpito in particolare Lombardia e costa tirrenica: Milano e Roma, insomma. Il 30 giugno, l’Europa occidentale ha registrato un record per la media quotidiana (giorno e notte) del mese di giugno: appena un filo meno di 25 gradi. Poi vengono luglio ed agosto.

Maurizio Ricci 

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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