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Home - Rubriche - Giochi di potere - Riforme al palo, populismo penale in gran salute

Riforme al palo, populismo penale in gran salute

di Alberto Gentili
21 Luglio 2025
in Giochi di potere
Giorgia, la capa tribù

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

La settimana scorsa, festeggiando al congresso della Cisl i suoi primi mille giorni di governo, Giorgia Meloni ha rivendicato il “primato” di aver creato “un milione di posti di lavoro”. Un po’ come faceva Silvio Berlusconi buonanima. La premier non ha invece speso una parola sulle riforme promesse e restate al palo. Il governo della leader di Fratelli d’Italia, in poco meno di tre anni a palazzo Chigi, ha perso quasi il suo slancio riformista. E si è dedicato anima e corpo, in nome del populismo penale, a una stretta securitaria. Roba da legge, ordine e manganello, di triste memoria.

Dai radar e dall’orizzonte è sparita quella che, pomposamente, Meloni descrisse come la “madre di tutte le riforme”: il premierato. Tant’è che di presidenti del Consiglio eletti dal popolo non se ne parla da più da un anno, dopo il primo sì del Senato alla riforma costituzionale. Da quando le duecento e passa bocciature dei migliori costituzionalisti hanno decretato che il progetto riformista fa “acqua da tutte le parti”. In più, a frenare la statista della Garbatella, c’è il timore del referendum confermativo: andare alla conta tra gli elettori su una riforma che toglie poteri al capo dello Stato sarebbe un suicidio. Secondo i sondaggi, infatti, Sergio Mattarella gode di fiducia e consensi molto più ampi di quelli di Meloni.

Così, negli ultimi tempi, la presidente del Consiglio ha virato sulla riforma elettorale, grazie alla quale la faccia di ogni candidato premier potrebbe comparirebbe sulla scheda accanto ai simboli dei partiti uniti in coalizione. Più o meno un premierato, ottenuto con altri mezzi e senza rischiare l’osso del collo nelle urne referendarie. Ma Matteo Salvini, che con il proporzionale perderebbe il potere di ricatto e di interdizione che ha negli attuali collegi uninominali, già si è messo di traverso.

Non va meglio per un’altra riforma cardine del patto di governo di centrodestra: l’autonomia differenziata. Varata un anno fa dal Parlamento e poi smontata pezzo pezzo dalla Corte costituzionale, lo “Spacca Italia” giace come il premierato nei cassetti. Il suo padre e ideatore, il ministro leghista Roberto Calderoli, spera di fargli rivedere la luce in autunno. Ma vista la difficoltà di garantire i Lep (i livelli essenziali di prestazione) in tutte le Regioni e considerata l’ostilità di chi, come Fratelli d’Italia e Forza Italia “tiene famiglia” (e consensi) al Centro e al Sud del Paese, anche questa riforma ha scarse probabilità di sopravvivenza.

A sfuggire, per ora, alla brutta epidemia che sta falcidiando le ambizioni riformiste di Meloni & C. è la separazione delle carriere dei magistrati. Su questo fronte la maggioranza va avanti così determinata e spedita che è appena arrivato il secondo “sì” del Senato. E, a dispetto degli appelli di Mattarella a scongiurare lo scontro con le toghe, il Guardasigilli Carlo Nordio ha già indicato per l’inizio del prossimo anno la finestra per procedere al referendum confermativo. Con una convinzione cullata da Meloni: gli italiani sosterranno la riforma perché, a sentire alcuni sondaggi, avrebbero più in odio i magistrati dei politici. Si vedrà. Quel che è certo è che per il settore della giustizia sarebbe una rivoluzione: percorsi professionali distinti per giudici inquirenti e giudicanti, membri del Csm eletti con il sorteggio, valutazione disciplinare dei magistrati.

Dove invece il centrodestra non conosce balbettii e intoppi è il fronte penale. Il governo di Meloni è sbriciolato sul palcoscenico internazionale, non ha ricette per far rifiatare l’economia, ma sulla giustizia penale marcia compatto e rapido. Macina record su record. In poco più di due anni e mezzo, l’esecutivo ha battezzato in Parlamento ben 62 nuovi reati e numerosi aumenti di pena, per un totale di 417 anni in più di carcere nel nostro ordinamento. Le ultime 14 fattispecie penali e 9 aggravanti sono state partorite con il decreto sicurezza approvato in via definitiva dal Senato a inizio giugno.

Una “insensata e pasticciata offensiva giustizialista”, hanno denunciato avvocati, magistrati e ben 250 giuristi, che incarna alla perfezione il fenomeno del populismo penale. Vale a dire: la riforma del diritto e della procedura penali in senso illiberale, con lo scopo di rastrellare voti, senza alcun riguardo all’efficacia delle misure adottate. E per di più, senza aumentare i posti nelle carceri, drammaticamente sovraffollate, e senza un piano adeguato di potenziamento delle forze dell’ordine e dei magistrati chiamati a perseguire chi vìola i nuovi reati.

Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri leader delle opposizioni hanno parlato di “emergenza democrazia”, di “codice fascista”, di “compressione dei diritti e delle libertà”. A far infuriare sinistra e grillini sono soprattutto le nuove norme che possono spalancare le porte del carcere a chi effettua un blocco stradale, a chi adotta la resistenza passiva, a chi cerca di fermare la costruzione di un’opera pubblica. Ma, a sentire i sondaggisti, questa stretta securitaria alla maggioranza dell’opinione pubblica piace. E ciò che è gradito alla gente, i populisti corrono a sfornarlo. Al diavolo lo stato di diritto. Con un problema: la Corte di cassazione il 27 giugno, in un report di ben 127 pagine, ha stroncato il decreto sicurezza. “I soliti magistrati politicizzati, uno scandalo”, ha tuonato Nordio.

Il brutto copione, in barba agli appelli di Mattarella, si ripete.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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