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Home - Approfondimenti - La nota - Parte da Reggio Emilia il viaggio di Dal Poz

Parte da Reggio Emilia il viaggio di Dal Poz

23 Giugno 2017
in La nota
Parte da Reggio Emilia il viaggio di Dal Poz

“La prima iniziativa della mia presidenza sarà un viaggio attraverso l’intera penisola nel corso del quale incontrare imprenditori e lavoratori, associazioni territoriali e quadri sindacali.” Parole di Alberto Dal Poz, il nuovo presidente di Federmeccanica, pronunciate oggi nel corso dell’intervento tenuto subito dopo la sua elezione alla guida dell’associazione. Un viaggio il cui obiettivo sarà quello di “diffondere quella tensione ideale che credo sia indispensabile per costruire, dal basso, le nuove Relazioni industriali del nostro Paese”.

“Tra un anno, nella prossima assemblea – ha detto poi Dal Poz – darò conto non solo di questo viaggio ma, soprattutto, dei risultati conseguiti nei tanti territori che concorrono a formare il sistema industriale italiano.”

Siamo a Reggio Emilia, al teatro municipale “Romolo Valli”, dove quest’anno si è svolta l’assemblea generale di Federmeccanica. Qui Dal Poz ha preso la parola nel primo pomeriggio, facendo seguito all’intervento di Fabio Storchi, industriale reggiano e presidente uscente dell’associazione degli industriali metalmeccanici aderenti a Confindustria. E partiamo di qui, nel nostro racconto, ovvero dall’annuncio di questo “viaggio” nell’industria metalmeccanica perché ci sembra riassuma il senso di un’intera giornata di dibattito. Una giornata vissuta sotto il duplice segno dell’innovazione e del rinnovamento; laddove con innovazione ci si riferisce alle tecnologie produttive e con rinnovamento alle relazioni industriali.

E, a proposito di rinnovamento, la prima novità, segnalata già nell’intervento con cui Storchi ha salutato l’organizzazione che ha guidato a partire dal 2013, è stata costituita dalla partecipazione attiva dei segretari generali dei tre maggiori sindacati dei lavoratori metalmeccanici. Infatti, Maurizio Landini (Fiom-Cgil), Marco Bentivogli (Fim-Cisl) e Rocco Palombella (Uilm-Uil) non hanno solo assistito ai lavori della parte pubblica dell’assemblea, ma hanno dato vita a un dibattito in cui si sono confrontati, sul palco del teatro municipale, con Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica. “Fare insieme” non è stato dunque solo, per così dire, il titolo dell’assemblea, ma un’idea di fondo cui si è improntata l’intera giornata.

Questa idea, su cui sembrano convergere sia i rappresentanti delle imprese che quelli dei lavoratori, è che il carattere innovativo dell’intesa contrattuale, definita il 26 novembre del 2016, fa sì che la stipula dell’intesa stessa non abbia costituito tanto il punto d’arrivo della precedente trattativa, quanto il punto di partenza di una nuova fase delle relazioni industriali nella categoria.

Infatti, l’intesa ha assegnato al contratto nazionale il carattere di una cornice che contiene le garanzie di base delle relazioni sindacali nel settore, mentre poi sia gli eventuali aumenti salariali che l’articolazione concreta del welfare contrattuale andranno definiti a livello d’impresa.

La scommessa contrattuale, insomma, sarà vinta se nel concreto delle relazioni a livello d’impresa le parti riusciranno a definire adeguati aumenti retributivi correlati a precedenti crescite della produttività. O, ancora, se i flexible benefits, previsti dal contratto, saranno tali da venire effettivamente incontro alle diversificate esigenze di diversi gruppi di lavoratori; o, ancor più, se le attività di formazione professionale previste come diritto soggettivo dei lavoratori saranno effettivamente tali da accrescere, insieme, il grado di occupabilità dei singoli lavoratori e lo stock di capitale umano disponibile per le singole imprese.

I lavoratori, ha rimarcato Maurizio Landini, hano approvato l’intesa contrattuale con una forte maggioranza, attorno all’80%. Ma adesso si tratta di spingere i gruppi dirigenti locali, sia di parte sindacale, sia di parte imprenditoriale, a realizzare e gestire intese in buona parte fin qui inedite. E, come ha ammesso Storchi, la prova più difficile è “il cambiamento di sé stessi”. Ecco dunque il perché del viaggio annunciato da Dal Poz. Girare per associazioni industriali territoriali e imprese allo scopo di stimolare prima, e monitorare poi, la realizzazione di accordi aziendali la cui efficacia viene considerata da tutti come essenziale affinché l’intesa del 26 novembre si traduca in un successo effettivo.

Per unanime consenso, un secondo capitolo, comunque non secondario, del tema intitolato al “rinnovamento contrattuale” è poi quello delle relazioni intersindacali. E’ stata infatti sottolineata da più parti la grande importanza del fatto che i tre sindacati citati, entrati nel 2015 nella trattativa contrattuale a partire da due piattaforme diverse (una condivisa da Fim e Uilm, l’altra della sola Fiom) abbiano trovato via, via la capacità di superare precedenti divisioni per arrivare a una firma unitaria dell’intesa contrattuale. E qui va sottolineato che lo stesso Landini ha riconosciuto che parte del merito di questa ricucitura intersindacale vada attribuita a Federmeccanica che, sin dall’inizio della trattativa, aveva chiarito in termini perentori di essere interessata solo a un’intesa con l’insieme dei sindacati “confederali” della categoria.

Ma c’è poi l’altro lato del ragionamento, quello che va sotto il titolo di Industria 4.0. Ovvero l’idea che, al di là dei tradizionali orientamenti dei gruppi dirigenti delle diverse organizzazioni sindacali e imprenditoriali, via sia un elemento socialmente oggettivo che obbliga tutti a cambiare, se non il proprio punto di vista, almeno la direzione del proprio sguardo. Laddove con Industria 4.0 si intende parlare della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”, ovvero di quella rivoluzione derivante dall’incrocio tra lo sviluppo autonomo delle tecnologie digitali e la loro applicazione alle precedenti tecnologie produttive. Incrocio che, nell’industria metalmeccanica in senso ampio intesa, risulta come particolarmente pervasivo.

Nei mesi scorsi, come è noto, soprattutto Federmeccanica, nel fronte imprenditoriale, e la Fim-Cisl, nel fronte sindacale, hanno battuto molto sull’importanza delle conseguenze dei processi innovativi oggi in corso nel mondo della produzione. E già nel 2016 hanno trovato un forse insperato ascolto nel nuovo ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Il quale, con indubbia rapidità, è riuscito a varare il suo piano denominato, appunto, Industria 4.0. Un piano che, secondo Dal Poz, non può essere considerato solo alla stregua di una nuova legge Sabatini, ovvero di una normativa volta a incentivare gli investimenti in nuovi macchinari, perché è qualcosa di più: se ben comprendiamo, uno strumento volto a promuovere un salto di paradigma delle nostre imprese.

Calenda, che insieme al presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, è stato l’ospite d’onore della giornata, si è trovato quindi perfettamente a suo agio avendo l’occasione, quando è stato chiamato a salire sul palco, di poter fare un intervento di taglio consapevolmente industrialista. Intervento in cui ha potuto affermare che “senza l’industria non c’è welfare” e che “senza welfare non c’è società”. E ha potuto poi spingere la sua analisi fino a osservare che, con la quarta rivoluzione industriale, si assiste a un “avvicinamento”, per non dire a una “sovrapposizione”, fra industria e servizi che cambia completamente il quadro entro cui siamo stati a lungo abituati a ragionare. E che proprio perciò, in un’epoca in cui tutti si sentono schiacciati da cambiamenti anche troppo rapidi, bisogna recuperare dei “pensieri lunghi”, ovvero degli scenari di non breve periodo entro cui impostare politica economia e politica industriale.

In quest’ambito, ha poi concluso, il nostro piano Industria 4.0 e il “vostro contratto” sono due elementi che stanno insieme anche perché entrambi sono costruiti, appunto, in una logica che si sforza di andare oltre il breve periodo.

L’Italia è un paese “fragile”, aveva detto, nel suo saluto inaugurale, il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Fragile, aveva specificato, da un punto di vista “sociale, economico e politico”. E in questa analisi crediamo ci sia indubbiamente del vero. A fine giornata si è però ricavata l’impressione che questo incontro reggiano abbia messo in luce che mentre il dibattito politico si avvita, a volte, su questioni obiettivamente secondarie, nel paese reale, di cui l’industria metalmeccanica non è piccola parte, siano in corso processi produttivi, e quindi anche culturali e, perché no, sentimentali, di profondo cambiamento. Processi che tendono a far superare vecchie contrapposizioni e a crearne, forse di nuove. Nel senso, ad esempio, che il conflitto fra imprese e lavoratori tende a stemperarsi nella ricerca di nuove intese che sono motivate da interessi condivisi. Quelli del mondo della produzione manifatturiera (servizi annessi compresi) sottoposta alla competizione globale.

Ancora una volta, anche se in termini diversi e, per certi aspetti, inusuali, il mondo dei metalmeccanici appare, insomma, foriero di cambiamenti profondi nelle relazioni industriali esistenti nel nostro paese. O quanto meno, questa, ancora nelle parole di Dal Poz, è l’ambizione di Federmeccanica: essere fra i “protagonisti del cambiamento italiano”.

Un’ultima notazione. Per anni, l’assemblea generale di Federmeccanica è stata tenuta sempre nella stessa location, ovvero a Milano, presso la sede dell’Assolombarda in via Pantani. Da alcuni anni, invece, è itinerante. Storchi ha ricordato, ad esempio, le assemblee tenute in luoghi prestigiosi come il Palazzo Ducale di Genova, la Mole Vanvitelliana di Ancona o il teatro Petruzzelli di Bari. Per l’anno prossimo, ha annunciato Dal Poz, l’obiettivo è quello di tenere l’assemblea “in una delle nostre fabbriche”. E anche questo, forse, è un segno dei tempi.

@Fernando_Liuzzi

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