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Home - Approfondimenti - Interviste - Miceli, nella ”ripartenza” c’e’ la sfida per una società diversa e piu’ innovativa

Miceli, nella ”ripartenza” c’e’ la sfida per una società diversa e piu’ innovativa

di Nunzia Penelope
24 Aprile 2020
in Interviste

L’emergenza pandemia ha dato un nuovo ruolo al sindacato, un ruolo delicato e centrale. Cgil, Cisl e Uil si sono assunte la responsabilità di chiedere, e ottenere, il blocco dell’economia; oggi, si assumono la responsabilità di guidarla nella riapertura, forti di un nuovo Protocollo di sicurezza firmato assieme alle associazioni delle imprese. Un impegno colossale, una vera prova del fuoco che i sindacati dovranno gestire dai prossimi giorni e per i prossimi mesi. Ne abbiamo parlato con Emilio Miceli, segretario confederale della Cgil, giusto al termine della trattativa no stop che ha portato questa mattina alla firma del Protocollo.

 

Miceli, siete pronti a gestire tutto quello che verrà dal momento in cui il governo annuncerà la ripresa delle attività? Cosa vi aspetta, ci aspetta, nel futuro?

Non c’e’ dubbio che in questi due mesi abbiamo avuto un ruolo centrale nella vita e nelle decisioni del paese: ma avremmo preferito di gran lunga non averlo, date le circostanze. Quanto al futuro, una fase di emergenza e’ ovviamente una fase di deroga: si tratta di ridisegnare  i modelli contrattuali, di lavoro, di orari, della vita stessa delle persone.  Noi abbiamo fatto una rete di accordi che rappresentano gli assi portanti del sistema produttivo. Ora, con lo sblocco, ci misuriamo con un’ altra questione, cioè rimettere in moto il paese, considerando i due versanti: quelli aziendali, e quelli dei grandi servizi collettivi. E’ una partita gigantesca, dove ti giochi decenni di consolidamento del sistema dei contratti e dei diritti stessi. Una prova del fuoco inedita, per il sindacato.

Sarete in grado?

Dobbiamo per forza essere in grado.  Dobbiamo riuscire a conciliare le esigenze del paese con quelle del lavoro, senza ridurre i diritti ed evitando di lasciar prevalere la logica che la produzione valga piu’ della vita delle persone. Perche va bene ripartire, ma le aziende non possono pensare che, in una fase in cui il contagio e’ ancora alto, sia possibile il riavvio a tutta manetta. Occorrerà rallentare un po’, e occorrerà essere molto vigili.

 

Occorrerà anche cambiare orari di lavoro, spalmarli su tempi più lunghi, su settimane piu’ lunghe. Questo richiede modifiche all’organizzazione del lavoro, azienda per azienda, caso per caso. Più flessibilità?

E’ chiaro che i margini di flessibilità saranno destinati ad ampliarsi, per far fronte alle diverse esigenze. Per esempio, il lavoro la domenica: noi siamo il sindacato che premeva perche la domenica non fosse lavorativa per alcune categorie, come  il commercio. Oggi invece dobbiamo farci carico del fatto che, se vogliamo il distanziamento, ci dobbiamo misurare con un lavoro spalmato sull’intera settimana. E’ un tema difficile. Un’intera generazione di sindacalisti, forse piu’ generazioni di sindacalisti, dovranno misurarsi con una ‘’palestra’’ pesante.

 

Ma tutto questo sconvolgimento, alla fine, durerà alcuni mesi, poi si potrà tornare alla vita normale come l’abbiamo conosciuta, non crede?

E lei crede davvero che si tornerà come prima? Le faccio qualche esempio. E’ indubbio che in questi due mesi abbiamo sperimentato come alcuni milioni di italiani possano lavorare dalla propria casa con lo smart working. Abbiamo così agganciato un tema che per anni e’ stato solo una nicchia, e che oggi invece vediamo che grande futuro può avere, se declinato nel modo giusto. Nella Pubblica amministrazione, innanzi tutto, ma anche nelle aziende, nell’industria, per tutta quella parte di lavoro, ed e’ moltissima, che non richiede strettamente la presenza.

 

Lo smart working probabilmente trarrà nuova linfa da questa esperienza. Ma che altro di questi mesi pensa che ci porteremo dietro?

Alcuni cambiamenti saranno duraturi e strutturali. I trasporti, che diverranno sempre più personali e meno collettivi. Penso a piccole auto, biciclette, monopattini. Una mobilità diversa, si cambieranno le abitudini.  Altro esempio, l’ecommerce: non solo gli utenti, ma anche i negozi, punteranno sempre più a comprare  e vendere online. La cena a domicilio diverrà abitudine consolidata. Insomma: non sono un ‘’nuovista’’, ma penso che non tutto sarà legato all’emergenza. Ci sono cose che ci hanno costretto in questi mesi a confrontarci con l’innovazione, a prenderci confidenza, e che potranno essere proiettate nel futuro, a prescindere dall’emergenza.

 

Quindi pensa che alla fine ci sarà anche una, diciamo, eredità positiva, in questa terrificante esperienza?

Non si può vedere nulla di positivo in quello che e’ accaduto e sta accadendo. Ma la situazione ci sta costringendo a misurarci con un deficit di innovazione che il paese aveva, con il digital divide, con le infrastrutture della rete che vanno potenziate, eccetera. Il paese intero, non solo il sindacato è stato costretto a misurarsi con tutto questo. E oggi, probabilmente, si può immaginare, nel futuro, di spostare parte degli investimenti su settori nuovi.

 

Per il sindacato questa necessità di innovazione in cosa si concretizza?

Il sindacato si sta misurando oggi, per la prima volta nella sua storia, con una grande mole di accordi ma senza avere a disposizione quello strumento di partecipazione che per noi era tradizionale dai tempi di Di Vittorio, cioè le assemblee con i lavoratori. Convocavi l’assemblea, arrivavano 50, o 500, o 5000 lavoratori, parlavi, esponevi, ascoltavi. Ora dobbiamo trovare un sistema diverso per proporci alle stesse 50, 500 o 5000 mila persone: che però saranno distanti. Dovremo inventarci nuovi spazi di partecipazione.

 

Che rapporto avete avuto con le aziende, in questi mesi? A vederla dall’esterno, si direbbe di condivisione, più che di scontro. E’ cosi’?

Le aziende sono un mondo variegato, come tutti i mondi. Posso dire però che nel momento in cui eravamo tutti partecipi di un evento straordinario come il blocco dell’economia, a tutti  tremavano i polsi nello stesso modo.  Non era mai successo che un atto di governo, dopo la consultazione con i sindacati, decidesse di fermare l’economia. La cosa che mi ha confortato,  e’ stato constatare che il sistema paese ha capito che si doveva bere l’amaro calice. E che tutte le componenti – imprese, sindacato, politica –ne hanno preso atto. Ciascuno ha fatto il suo dovere. Il governo ha trovato le risorse necessarie per aprire un grande paracadute che tenesse dentro se non tutto il paese, almeno il più possibile; le imprese, da parte loro, hanno accettato, dopo il blocco dell’economia,  anche quello dei licenziamenti. Grazie a tutto questo, il paese ha retto.

 

Oggi, alla vigilia della ripresa, della ritrovata libertà, sia pure a piccole tappe, a pezzetti, che bilancio trae da questa esperienza?

Una cosa che ci ha mostrato il virus e’ quanto rapidamente può cambiare la società. Abbiamo portato avanti la pellicola di molti frame. Il nuovo film ci fa vedere più avanti, i rapporti con le imprese, la partecipazione, la comunicazione tra le persone. L’emergenza ci ha mostrato il trailer di come cambieremo. Di come potremo cambiare. Si e’ aperta una finestra su un mondo nuovo. Abbiamo vissuto nella società della condivisione, ora dovremo costruire quella del distanziamento. Ma  il paese ha dato una prova di grandissima, e probabilmente inattesa, insospettabile, maturità. E questo è il patrimonio importante che ci resta, che ci sarà prezioso anche in futuro.

 

Nunzia Penelope

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