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Home - Blog - La diga al disfacimento delle istituzioni democratiche sarà prima sociale che politica. Ma le parti sociali battano un colpo

La diga al disfacimento delle istituzioni democratiche sarà prima sociale che politica. Ma le parti sociali battano un colpo

di Gaetano Sateriale
1 Agosto 2018
in Blog
La diga al disfacimento delle istituzioni democratiche sarà prima sociale che politica. Ma le parti sociali battano un colpo

Mi sono chiesto spesso, di fronte ai grandi fatti storici del nostro passato, quanta consapevolezza avessero i contemporanei di quel che stava accadendo. Davanti alla nascita del cosiddetto impero, alla promulgazione delle leggi razziali, alla dichiarazione di guerra contro la Gran Bretagna e la Francia, quante persone intuirono i disastri generali che quelle decisioni avrebbero prodotto? E perché gli altri non se ne accorsero? Non è solo questione di informazione o livello culturale. A volte è una prudenza difensiva: un tentativo di rimuovere il peggio semplicemente ignorandolo. Fingendo di non vedere e non capire, nella speranza di essere protetti dalle sciagure incombenti. O peggio, di trarne vantaggio. Non capita solo ai cittadini comuni. Perché due famiglie ebree benestanti (una reale, l’altra letteraria) si comportano in modo così diverso fra loro: scappando e sopravvivendo i Levi in Argentina e finendo invece nei campi di sterminio gli aristocratici Finzi Contini? Ma la stessa miopia è presente anche in politica: fra chi dovrebbe capire gli eventi prima che accadano. Ed è tristemente famosa la considerazione che si scambiarono Amendola (padre) e Turati subito dopo l’omicidio Matteotti: “Siamo agli ultimi colpi di coda della belva”. Invece passarono altri 21 anni prima che il fascismo venisse definitivamente sconfitto.

In questi mesi mi tormenta un’altra domanda che forse qualcuno fra vent’anni potrebbe rivolgerci (figli o nipoti): “ma voi, quando andò al potere il nuovo fascismo (o il “populismo virtuale”, se preferite) dove eravate con la testa? Perché non avete fatto niente per impedirlo?” E certo la risposta “perché avevano vinto le elezioni” non soddisferebbe nessuno. Se questa preoccupazione è solo mia, non c’è bisogno di proseguire la lettura di questo blog. Altrimenti…

 

In queste settimane stiamo sperimentando un nuovo governo, un nuovo modello di presunta democrazia semi-diretta (o eterodiretta), un nuovo nazionalismo scimmiottato (Italia first), un chiamarsi fuori dall’Europa (demo-plutocratico-giudaica?), un nuovo gioco di alleanze internazionali, assieme alla riesumazione di vecchi razzismi, alla rinascita tollerata delle squadracce, ecc. Non c’è dubbio che il governo pentaleghista è un governo di rottura e di cambiamento. La domanda è: davvero si tratta di una rottura utile all’Italia? Davvero questo cambiamento produrrà benefici per la democrazia e per chi abita e vuole continuare a vivere nel nostro paese? Miglioramenti per chi lavora e chi produce?

Io penso decisamente di no: che sia in corso un peggioramento generale, non solo dei principi e dei valori democratici della convivenza ma anche delle condizioni di lavoro e di vita.

Altra domanda: davvero le sgangherate parole d’ordine lanciate via Twitter e le pochezze operative faranno capire agli elettori di essersi sbagliati, tanto da ritornare a votare in fretta in maniera più equilibrata e positiva?

Anche su questo sono pessimista. Le sbandate ideologiche e propagandistiche si alimentano da sole: la storia insegna, persino la recente bolla berlusconiana, che ci vogliono un paio di decenni per ridimensionare le sbornie populiste al loro effettivo peso.

Ancora: davvero l’atteggiamento disinvolto, per non dire improvvisato, in materia economica e del lavoro farà sì che la crescita sarà più solida, diffusa e sostenibile? E che l’occupazione aumenti in quantità e qualità a partire da un decreto-legge in materia giuslavorista? Bisogna aver studiato davvero poco per pensarlo. Nemmeno i giuslavoristi seri lo credono.

La terza risposta è quindi più negativa delle altre perché è ormai evidente che i leader al governo non hanno idea di cosa siano le politiche economiche reali e che rapporto ci sia tra sviluppo e occupazione. Pensano che le piccole imprese del Nord possano garantire da sole lo sviluppo dell’intero Paese? Siamo fritti: prepariamoci a una nuova ondata di migrazione interna ed estera e al sottosviluppo cronico delle aree più povere (non solo del Mezzogiorno).

 

C’è un’altra ipotesi, cui spesso l’Italia si è affidata negli ultimi anni, che cioè sia l’Europa con la sua capacità di sviluppo a trainare l’economia e l’occupazione persino da noi. Anche in questo caso penso che ci sbaglieremmo di grosso a contare su questo salvagente d’oltralpe. In autunno si capirà che non abbiamo i conti in ordine e che o il Governo italiano li sistema (rinunciando al “Contratto”) o lo farà la troika. Questa volta sì: indipendentemente da chi ha vinto le elezioni. Con il bel risultato che il Governo dei sovranisti attaccherà ancor di più l’UE mentre ne dovrà adottare le politiche restrittive. Dissociando ancor di più la realtà dalla commedia. 

Allora: “che fare?”

Sul piano politico sono d’accordo con chi dice che non è più il momento dei distinguo a sinistra e tra i progressisti, e che è urgente aggregare tutta l’alternativa democratica e scendere in piazza (e nelle aule parlamentari) per fare finalmente un’opposizione vera e strategica e ripresentarsi a Paese degni di riceverne il consenso.

Ma le forze politiche sono deboli e divise fra loro (da prima della vittoria populista): anzi, è stata la loro pochezza a rendere possibile l’occupazione politica del vuoto di rappresentanza che si era creato. Tocca alle forze civili, sociali ed economiche (laiche e religiose) schierarsi e sostenere una ripresa della politica fondata sui valori costituzionali. Altrimenti sarebbe più difficile anche fare il “proprio mestiere”.

Come in altre fasi critiche della storia del Paese (i tentativi di golpe, gli anni di piombo, le stragi mafiose) la vera diga al disfacimento delle istituzioni democratiche sarà prima sociale che politica. E la politica da questa spinta troverà nuova forza. Anche in questo campo non è più tempo di contrapposizioni e distinguo, ma di piattaforme condivise per il futuro del Paese.

 

Certamente è una buona notizia (come ha scritto nei giorni scorsi il Diario del Lavoro) che Confindustria e sindacati stiano concordando i passaggi applicativi dell’importante (quanto sottovalutato) accordo interconfederale di febbraio. Ma forse non basta più. Confindustria parla di un “Patto per il lavoro”, i sindacati sostengono la necessità di uno sviluppo solido per aumentare quantità e stabilità del lavoro (la Cgil parla da tempo di un “Piano del lavoro”). Su questi temi penso sia urgente tornare per definire e condividere le scelte necessarie per migliorare il Paese in una logica di sostenibilità (economica, sociale, ambientale: come dicono Onu e Asvis). Chiamiamolo col suo nome: un “Patto per l’Italia”. Oggi sembra possibile, oltre che necessario: sarebbe un primo importante passo per rispondere alla inquietante domanda: “ma voi dove eravate?”

Certo, Confindustria e sindacati sono importanti ma non rappresentano tutto il mondo economico e sociale. Da quel primo passo si dovrebbe allargare il confronto agli altri soggetti sociali ed economici per condividere una piattaforma più larga e unitaria. Ma da qui si può partire.

Insomma: sindacati e Confindustria, battete un colpo prima che sia tardi. Non si tratta solo di noi e di voi e delle “relazioni industriali”. In ballo c’è ben altro.

 

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Gaetano Sateriale

Gaetano Sateriale

Sindacalista, ex sindaco

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