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Home - Approfondimenti - Interviste - Marinucci, Sasol: i chimici non sono come i metalmeccanici

Marinucci, Sasol: i chimici non sono come i metalmeccanici

di Massimo Mascini
4 Giugno 2018
in Interviste

Il settore chimico ha sue regole che sono valse a portare e mantenere la pace sociale nel settore e non sarebbe saggio rinunciarvi per uniformarsi al modello della meccanica. Andrea Marinucci, capo del personale della Sasol, spiega perché i modelli di business dei diversi settori richiedano modelli di relazioni industriali differenti.

Marinucci, come evolvono le relazioni industriali in Italia?

Non sono messe molto bene. Scontano l’adozione da parte delle confederazioni, dei lavoratori come degli imprenditori, di parametri vecchi rispetto alle nuove esigenze delle imprese e dei lavoratori.

Vecchi in che senso?

Sembra continuare ad esserci la pretesa di voler uniformare tutto e tutti. Ed è un errore, perché i settori sono diversi, gli schemi di business sono diversi. Il settore chimico è diverso da quello metalmeccanico non per problemi ideologici ma per diversità di business e di processi produttivi. Le confederazioni sono legate a schemi politici, e inoltre, non avendo un rapporto diretto con le imprese e con i loro problemi reali, sono lente e tardive rispetto all’evolversi dei business ed all’evoluzione dei processi produttivi e conseguentemente alle novità che impattano le persone.

Stanno sbagliando tutto?

Io credo che le relazioni industriali, svolte in una certa maniera, siano un valore aggiunto, per l’azienda e per i lavoratori.

Ma non le piace come sono svolte.

No, giocano ancora troppi fattori ideologici, politici, che immobilizzano il volto e l’efficacia delle relazioni industriali.

L’accordo interconfederale dei primi giorni di marzo non le è piaciuto?

Contiene delle note di positività, peccato che ci abbiano messo anni per farlo. E poi, quando lo si vuole implementare tendono a farlo avendo come benchmark principalmente il settore meccanico, che sarà sì ancora il più numeroso della manifattura italiana, ma certo non l’unico. E comunque ritengo che le Parti Sociali tutte, iniziando da Confindustria da un lato, e Cgil, Cisl e Uil dall’altro farebbero bene a fare uno sforzo al proprio interno per rinnovare la propria mission, adeguandola alle sfide del terzo millennio. Questo anche in relazione all’oggettiva crisi di rappresentanza dei corpi intermedi ed alla sempre più diffusa logica della bontà della disintermediazione

Anche i sindacati?

Se le confederazioni non cambiano si troveranno a rappresentare solo i pensionati e chi un lavoro ce l’ha, lasciando tutto il resto, i giovani, i precari, ecc. alla mercè delle sirene populiste

E la Confindustria?

Ha problemi di rappresentanza efficace al suo interno. Soprattutto quando gli interessi delle industrie manifatturiere entrano in collisione con le aziende del terziario e dei servizi.

Che tipo di collisione?

Un esempio, il costo dell’energia, troppo elevato. La manifattura sente questo peso e Confindustria dovrebbe fare lobby per attenuare i disagi, ma ha al suo interno le aziende che producono energia.

Questo che comporta?

Che la rappresentatività finisce per mediare interessi divergenti all’interno dello stesso sistema. E siccome già con la disintermediazione la rappresentatività ha grossi problemi, se poi la confederazione non riesce a muoversi perché gli interessi di suoi associati sono contrapposti, questo diventa un problema reale.

Lei pensa che le aziende pubbliche dovrebbero uscire da Confindustria?

Non lo dico, ma in qualche maniera occorre affrontare e risolvere questo problema. Magari affrontando in maniera innovativa la governance o in qualche altra maniera. Capisco che una sintesi è difficile, ma il problema esiste e va risolto. Nessuno vuole ricreare l’Asap, e del resto le aziende pubbliche non ci sono più, ma non si può far finta che il problema non esista.  Ricondurre tutto ad uno non è possibile, siamo troppo diversi.

E sulle relazioni industriali?

È corretto che il livello confederale dia linee guida, nelle quali ciascun settore possa muoversi in modo funzionale alla propria realtà ed alle proprie imprese. Già l’accordo del 1993 e poi il contratto della chimica del 1994 stabilivano che il contratto nazionale per la parte retributiva doveva gestire l’inflazione e la parte variabile della retribuzione doveva essere gestita dal livello aziendale e legata ai risultati economici delle aziende

Questo non va bene?

Sì, ma attenzione che il teorizzare, come si è spesso sentito in passato, che il contratto nazionale deve occuparsi solo della parte normativa, oppure che debba esistere un contratto nazionale unico per tutti i settori, significa far ricadere sulle aziende più conflittualità e maggiori costi. Perché, almeno nella chimica, dal 1993 e da quando esiste il modello chimico, la stragrande maggioranza delle aziende non hanno più ricevuto una piattaforma rivendicativa aziendale.

Con vantaggi evidenti per le aziende?

Io ho veramente dimezzato la conflittualità in azienda e ho più certezza dei costi. Dire che il contratto nazionale non serve più e che tutto va gestito in azienda o ad un fantomatico livello territoriale, secondo me significa andare dietro a spinte che possono interessare le piccole imprese, che non hanno un modello di relazioni industriali, non certo a una media o grande azienda.

Insomma, non volete essere omologati alla meccanica.

……..è una vecchia storia questa….dura da decenni…..la realtà è che i settori sono diversi, come già detto, per modello di business, di processi produttivi e, conseguentemente di modelli di relazioni industriali.

Lei mi parla di un sistema di relazioni industriali nazionale, di categoria. Ma nelle aziende il dialogo funziona davvero?

Sì, è proprio così. Nella chimica il sistema del dialogo funziona. Ed è talmente entrato nel dna degli attori sociali che anche se cambiano gli uomini, i nuovi subito si adeguano. Dialogo, che non è la partecipazione ai consigli di amministrazione, ma cercarsi e parlarsi prima che sorgano i problemi, far conoscere le aziende e i loro problemi, per cui quando un problema sorge almeno si parla la stessa lingua.

Nessun problema?

Se proprio vogliamo cercare un problema potrei dire che si sta perdendo la qualità degli attori sociali nei territori. Le Rsu riflettono la società in cui sono immersi, la loro qualità è un po’ più bassa rispetto a qualche anno fa. Questo fa sì che i livelli nazionali facciano fatica a trasmettere e controllare le decisioni prese. Ne ho visti di accordi siglati al livello nazionale e poi gettati al macero perché i sindacalisti locali non gradivano accordi firmati a Roma.

Problemi solo dei sindacati?

Certo che no. Le Aziende hanno oggettivamente disinvestito, negli ultimi anni, sulla presenza di forti competenze di relazioni industriali nell’ambito delle Direzioni Risorse Umane. A volte vedo, specie in colleghi un po’ giovani, una certa tendenza alla superficialità. C’è una tendenza ad accontentarsi del risultato a breve, senza preoccuparsi troppo delle ricadute a medio/lungo di certi comportamenti. La coerenza comportamentale nei confronti delle controparti sta diventando un optional. E non è un bene.

Non dimentichiamoci che la pace sociale di cui ha goduto il settore negli ultimi decenni è stato il frutto di una quotidiana applicazione del modello di relazione. Disinvestire nelle competenze di relazioni industriali e sindacali potrebbe comportare qualche rischio in tal senso.

E questo vale anche per gli amici del sindacato.

E non a caso, nella chimica si sta investendo molto nella formazione degli attori sociali, anche grazie a specifiche scelte contrattuali.

Massimo Mascini

Tags: ChimiciIndustriaContrattazione
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