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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Se il Secolo Democratico è agli sgoccioli

Se il Secolo Democratico è agli sgoccioli

di Maurizio Ricci
22 Maggio 2018
in Poveri e ricchi, Analisi

 Nessuno ha il diritto di mettere in discussione le credenziali democratiche di Luigi Di Majo o Matteo Salvini, il loro attaccamento al sistema parlamentare, all’indipendenza della magistratura, al libero mercato. Magari, la loro interpretazione della democrazia può apparire ai puristi un po’ sbrigativa, la sensibilità ai diritti dell’opposizione meno pervasiva, la tentazione di tagliar corto, saltando regole e aggirando istituzioni giudicate troppo stringenti, ricorrente. Ma di governi quasi altrettanto ansiosi di arrivare comunque al risultato l’Italia ne ha già visti. La differenza, oggi, è nel contesto e nelle tentazioni e nelle scorciatoie che questo offre.

Negli scorsi decenni, l’Italia si è sempre mossa all’interno di un quadro internazionale solido e riconoscibile. Dentro una Unione Europea, orgogliosa custode dei valori democratici. Nell’ambito di organizzazioni internazionali irrobustite da un vasto consenso, dall’Onu al Wto. Sotto l’occhiuta vigilanza del Grande Fratello americano, costante punto di riferimento di qualsiasi grande scelta politica. Difficile rintracciare, oggi, lo stesso panorama. I valori democratici della Ue sono contraddetti, giorno per giorno, dalle politiche di capitali come Varsavia, Budapest (e magari anche Madrid). Onu e Wto vedono svanire progressivamente la loro rilevanza. Nell’interpretazione di Trump, il Grande Fratello americano appare non come una rassicurante figura paterna, ma un fratello maggiore bizzoso, egocentrico e prepotente.

Soprattutto è cambiata la traiettoria della geopolitica mondiale. Big Shift, il Grande Spostamento, l’hanno chiamato alcuni studiosi. Altri, più netti, parlano della fine del Secolo Democratico. Iniziato alla fine dell’800, il secolo democratico starebbe consumandosi ora. Ma non eravamo arrivati alla Fine della Storia e all’affermazione universale del capitalismo democratico? Contrordine: stiamo assistendo invece all’ascesa del capitalismo autoritario (made in China) e della democrazia illiberale (il copyright è dell’ungherese Orbàn). Può essere un fenomeno contingente e transitorio, è presto per dirlo. Ma si appoggia su un Grande Spostamento effettivo e permanente, il rovesciamento dei rapporti di forza dell’economia.

Nella marcia trionfale della democrazia, nella seconda metà del ‘900, un ruolo decisivo l’hanno certamente avuto il fascino della libertà, dei diritti individuali, di una cultura senza freni. Ma anche l’attrazione magnetica della prosperità, del successo economico, di un modello che sembrava inarrestabile. Dalla fine dell’800, l’Occidente capitalista (compresa la recluta Giappone) ha sempre avuto la maggioranza del reddito mondiale. Fino ad oggi: la sua quota è scesa sotto il 50 per cento e, secondo le proiezioni del Fmi, in dieci anni sarà ad un terzo. Al contrario, quelli che le classifiche di Freedom House definiscono paesi “non liberi”, che erano al 12 per cento del reddito mondiale nel 1990, oggi sono al 33 per cento. E, nei prossimi cinque anni, paesi come Russia, Cina, Arabia saudita sorpasseranno le democrazie occidentali. Un ribaltamento avvenuto in meno di un quarto di secolo.

Le statistiche, come sempre, catturano l’occhio, a rischio di confonderlo. Dietro questo sorpasso – a parte la Grande Recessione del 2008, che ancora prolunga i suoi effetti – c’è, naturalmente, lo strabordante boom di un paese che vale, da solo, un quarto della popolazione mondiale, come la Cina, e le oscillazioni del prezzo del petrolio. E, a ben guardare, i redditi pro capite – quelli che la gente percepisce più rapidamente – sono ben diversi. Le risorse e lo stile di vita di un occidentale restano superiori, anche se in mezzo a diseguaglianze crescenti. Ma neanche questo è immutabile: il reddito medio dei 400 milioni di cinesi che vivono lungo le coste è già pari a quello dell’Uruguay.

Più in generale, la potenza economica di questi paesi “non liberi” si proietta a livello internazionale, con investimenti, infrastrutture, aiuti, iniziative politiche, diplomatiche, commerciali che propongono al resto del mondo l’efficacia di un modello alternativo a quello dell’Occidente capitalista, non più dominante, come nel secolo scorso. È una traiettoria segnata o un fenomeno transitorio? È possibile che le democrazie all’occidentale, superata la grande crisi, ritrovino vitalità e recuperino posizioni nell’economia mondiale. Ma sono paesi sempre più vecchi e, a ben guardare, i loro tassi di sviluppo ristagnano da decenni.

Oppure, è possibile che i paesi autoritari ritrovino o imbocchino la strada della democrazia. In fondo, è quello che molti si attendevano: le classi medie cinesi, sempre più solide e decisive, avrebbero preteso anche un’apertura politica e culturale. Finora, però, non è avvenuto e le classi medie si sono accontentate dell’orgoglio nazionale che l’ascesa del loro paese sa alimentare.

Per rubare un termine ai politologi, è una “narrativa” accattivante, con cui si possono anche vincere le elezioni in Occidente. Suggestioni-attrazioni come queste sono nascoste nelle pieghe del discorso nazional-sovranista che abbiamo ascoltato in questi mesi. Gli echi che arrivano da Budapest e da Varsavia, del resto, sono su questa lunghezza d’onda. È il risvolto oscuro del populismo italiano: se il nuovo governo segnerà il passo, potrebbe inseguire Di Maio e Salvini.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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