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Home - Approfondimenti - Interviste - Rota, nei nostri settori cambiamenti epocali, ma deve innovarsi anche il sindacato

Rota, nei nostri settori cambiamenti epocali, ma deve innovarsi anche il sindacato

di Tommaso Nutarelli
3 Maggio 2018
in Interviste
Rota, nei nostri settori cambiamenti epocali, ma deve innovarsi anche il sindacato

Onofrio Rota è stato da poco eletto segretario generale della Fai, la federazione agroalimentare, industriale e ambientale della Cisl. Succede a Luigi Sbarra, divenuto segretario generale aggiunto del sindacato di Via Po. In questa intervista Rota, che ha guidato finora la Cisl veneta, affronta con il Diario del Lavoro le priorità del sindacato e lo stato di salute delle relazioni industriali nel settore agroalimentare e più’ in generale nel Paese.

Rota, quali sono le azioni che la Fai metterà in campo per affrontare le questioni più urgenti dei vostri settori?

I settori di nostra competenza sono caratterizzati da tanti aspetti virtuosi. Sono stati tra i pochi capaci di reggere anche nel pieno della crisi, e oggi guidano la ripresa. Basta guardare ai dati sulla crescita dell’agroalimentare, oppure ai tanti contratti rinnovati negli ultimi anni. Ciò non vuol dire che non ci siano criticità. Ce ne sono alcune che richiedono di essere affrontate con particolare celerità, mentre su altre occorre muoversi con lucidità e lungimiranza, guardando ai prossimi venti o trent’anni. Noi metteremo in campo un’agenda agroalimentare, industriale e ambientale riformatrice, che leghi le istanze della produttività con quelle della giustizia sociale. Il binario da seguire è composto dal lavoro, che deve essere sostenuto e ben contrattualizzato, e dal sistema pensionistico, che deve dare risposte alle singole specificità settoriali. Nei nostri comparti spesso le mansioni sono usuranti e gravose, e per molte persone il lavoro è sottoposto alla discontinuità, come nel caso dell’agricoltura, con la stagionalità delle produzioni, oppure della pesca, con i periodi di fermo biologico. Questo vuol dire che bisogna intervenire per garantire ammortizzatori sociali specifici e salari più dignitosi. E che sulle pensioni si dovrà agire di conseguenza: se ci sono lavoratrici e lavoratori che svolgono mansioni più usuranti di altre, non si può pretendere di equipararne l’età pensionabile con tutti gli altri. Su questi punti, sono consapevole che servirà un grande sforzo di negoziazione sia con le istituzioni locali e regionali che con quelle nazionali. Ma siamo fiduciosi nelle nostre buone ragioni.

Il caporalato continua a essere una delle piaghe peggiori del comparto agricolo. Con quali strumenti si può combattere il fenomeno, partendo dalla legge 199?

Non dobbiamo mai dimenticare che la legge 199 del 2016 è stata una conquista storica, ed è merito soprattutto della Fai di Luigi Sbarra e della Cisl di Annamaria Furlan se oggi possiamo contare su strumenti normativi che prima non c’erano. Sono aumentate le giornate di lavoro denunciate, e sono aumentate le pene e gli arresti per chi sfrutta donne e uomini nei campi, spesso con metodi violenti e con il sostegno diretto di vere e proprie organizzazioni criminali. Ora bisogna fare un salto di qualità e mettere in campo tutti gli strumenti possibili per ampliare la prevenzione del fenomeno. La nostra ricetta è nota: a partire da quanto previsto nella legge 199, bisogna sostenere concretamente la cabina di regia e la rete del lavoro agricolo di qualità, per premiare le imprese virtuose e penalizzare quelle che non rispettano i contratti e le regole della concorrenza leale. Bisogna investire su un mercato del lavoro più partecipato, che renda più trasparenti i servizi di intermediazione lavorativa. E occorre favorire politiche locali più solide nei confronti del trasporto dei lavoratori, dei presidi medico-sanitari, dell’integrazione dei tanti migranti coinvolti nel fenomeno.

In che modo la Fai intende raccogliere e affrontare le sfide dell’innovazione e della competitività all’interno del contesto di impresa 4.0?

Quella dell’innovazione è una sfida fondamentale, da affrontare senza riserve né pregiudizi ideologici. Oggi, la gestione con geolocalizzazione, i monitoraggi dell’aria, dei terreni e dell’irrigazione eseguiti con droni, sensori e satelliti, oppure i sistemi di big data per gestire allevamenti e coltivazioni, sono già una realtà in diverse imprese italiane. E lo saranno sempre di più. Per questo, accanto all’innovazione tecnologica, serve quella del sindacato stesso, che deve sapersi rinnovare per farsi guida delle trasformazioni in corso. Il nostro ruolo sarà fondamentale per includere l’innovazione nelle dinamiche della contrattazione e della bilateralità. Questo permetterà di sostenere una maggiore sicurezza sul lavoro, una crescita della produttività e della qualità, luoghi di lavoro moderni e meno invasivi rispetto all’ambiente e alla salute dei lavoratori. Per farlo c’è bisogno di investire sulla formazione e sull’aggiornamento continuo delle persone, perché non vadano persi posti di lavoro e perché nessuno resti indietro. E un sostegno fondamentale può arrivare anche da un buon sistema pensionistico, che garantisca un ricambio generazionale specialmente nei comparti dove servono, urgentemente, nuove energie e competenze.

Quali soluzioni possono essere messe in campo per garantire la sicurezza dei lavoratori?

La prevenzione deve essere parte integrante della contrattazione e può essere coltivata con un sistema bilaterale rafforzato, in cui trovino spazio la formazione, l’apprendimento, l’attenzione alla persona. Se guardiamo ai nostri comparti, la situazione è molto pesante. In agricoltura l’Inail ha stimato una media di 96 incidenti mortali l’anno, tra il 2012 e il 2015, e 69 casi nel 2016. Mentre sono aumentate di quasi il 63% le malattie professionali. Esiste poi un rapporto sulle “morti verdi” dell’Osservatorio Asaps, che ha contato 178 morti nell’anno scorso e già 28 nel 2018. Più dell’80% degli incidenti riguarda conducenti di mezzi agricoli, e più del 35% con lavoratori che hanno superato i 65 anni di età. Già questi dati rendono bene l’idea di quale sia la situazione, che non è poi molto più rosea negli altri comparti. La Festa del Primo Maggio, quest’anno dedicata ai temi della sicurezza e della salute sul lavoro, è servita per ribadire anche che la tutela di chi lavora va coltivata giorno per giorno con tanta conoscenza, informazione, consapevolezza. Serve una maggiore responsabilità da parte di tutti, a cominciare dalle imprese, che quando spendono per la sicurezza compiono investimenti lungimiranti, il cui valore va ben oltre il profitto economico di breve termine. E poi c’è il ruolo delle  istituzioni che, ad esempio, quando assegnano gli incentivi dovrebbero saperli vincolare, almeno in parte, a investimenti di questo tipo. Tutto questo ci porta a valutare che certamente le attività di controllo e di ispezione sono fondamentali, e vanno orientate in maniera più mirata, ma non bastano. Occorre una nuova cultura della prevenzione. Perché lavorare in sicurezza non è un privilegio o un dono caduto dall’alto. È un diritto e un dovere che realizza la cittadinanza stessa del lavoratore.

Quanto è importante un modello di relazioni industriali consolidato per mantenere in buona salute i settori dell’agroalimentare e dell’ambiente?

Un modello di relazioni industriali forte, capace di mettere insieme il capitale umano e le performance d’impresa, è praticamente indispensabile. Credo fermamente che occorra dare spessore a un percorso comune, con le altre organizzazioni e con le parti datoriali, con obiettivi contrattuali e bilaterali condivisi, capaci di elevare la competitività e la qualità del lavoro, la produttività e le tutele individuali, con un welfare più moderno, vicino alla persona e meno gravoso sulla spesa pubblica. I comparti di nostra competenza sono attraversati da cambiamenti epocali. E non mi riferisco soltanto alle sfide dell’innovazione tecnologica, ma anche, ad esempio, all’internazionalizzazione delle imprese e dei mercati, che specialmente nell’industria alimentare porta a doversi confrontare con parti datoriali sempre più multinazionali, composte da tanti livelli di interlocuzione. Mai come oggi abbiamo bisogno di affrontare questi mutamenti insieme, con relazioni industriali e sindacali partecipative e pragmatiche. Soltanto così saremo in grado di valorizzare veramente, al di là della tanta retorica che circola in Italia, le nostre filiere e le nostre eccellenze, mettendo sempre al centro le ragioni del lavoro ben tutelato, retribuito e aggiornato.

Quali saranno i rapporti della Fai-Cisl con la Flai e la Uila?

Non credo sia giusto che un sindacato rinunci alla propria identità. La nostra, è quella di una federazione gelosa della propria autonomia dalla politica, fondata sui valori della solidarietà e della giustizia sociale, sulla tutela del diritto all’assistenza e alla previdenza contro ogni forma di paternalismo. Detto questo, è chiaro la nostra federazione, in quanto Fai e in quanto Cisl, non prescinde mai, per vocazione, dalla costante ricerca dell’unità e del dialogo. I risultati si ottengono prima, e meglio, se fai delle proposte che sono frutto di sintesi e di un consenso condiviso con la maggioranza possibile delle persone che rappresenti. Anche per questo intendo esercitare il mio nuovo ruolo continuando a coltivare buone relazioni con gli altri sindacati. Servono spirito di collaborazione e capacità di confronto. Altrimenti, per come la vedo io, fai un altro mestiere. Ci sarebbe da aggiungere, poi, che chi prescinde da questi valori facilita più che mai il compito dei profeti della disintermediazione, che di questi tempi non sono pochi. E che possono fare molto male al mondo del lavoro.

Come valuta l’accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, e quali sono i benefici che potrà apportare?

L’accordo è una bussola per orientarsi nelle trasformazioni in corso. È un faro che fa luce su come costruire “abiti su misura” rispetto alle esigenze reali di lavoratori, imprese e territori. Il settore agroalimentare è stato, in questo, un esempio virtuoso, con contrattazioni di secondo livello e territoriali in grado di elevare la competitività e i salari. Ora sono stati rafforzati gli strumenti della contrattazione e quelli della bilateralità, ed è stata indicata la via per ampliare la partecipazione dei lavoratori e rendere più moderne le relazioni industriali nel nostro Paese. Dal punto di vista più generale, direi che il nuovo modello contrattuale è stato anche un segnale forte per rilanciare il ruolo dei corpi sociali e ribadire l’importanza del dialogo nelle scelte politiche ed economiche.

Che cosa si aspetta dal prossimo Governo per i settori dell’agroalimentare e dell’ambiente?

Che provveda seriamente a combattere il dumping sociale, una pratica che avvelena molti comparti dell’economia italiana. Quando la ricerca del profitto e della competitività fanno leva sui bassi salari e sui bassi costi, più che sulla qualità delle produzioni e del lavoro, la crescita diventa pura illusione, perché si arricchiscono in pochi e per poco tempo. La politica dovrebbe invece affrontare, coraggiosamente, le necessità del mondo del lavoro, e per farlo dovrebbe abbandonare la demagogia e il populismo e dimostrare si saper fare, confrontandosi costantemente sui problemi reali. Quando la politica ha saputo ascoltare le organizzazioni sindacali, incalzata dalle nostre mobilitazioni e dall’evidenza dei suoi fallimenti, non sono mancati i buoni risultati. Penso al caporalato, ma anche ai voucher agricoli o all’ape social. Dico che dovremmo continuare su quella strada, ad esempio guardando ai criteri pensionistici anche per altre categorie di lavoratori, alle prese con mansioni gravose ed usuranti. E poi insistere sull’esercizio della bilateralità e sui rinnovi contrattuali. A proposito di rinnovi, trovo singolare che la nostra classe dirigente accusi continuamente il dissesto idrogeologico e decanti la bellezza del nostro paesaggio, senza avere la capacità di aprire un tavolo di trattativa per il contratto dei forestali, scaduto da sei anni. È una cosa indecente. Parliamo di lavoratori e lavoratrici che ogni giorno operano per la messa in sicurezza di boschi e foreste, per sanare il verde del nostro paesaggio e sostenere la salute del nostro habitat naturale. Al loro lavoro si lega anche un indotto straordinario, che è quello di una crescita multifunzionale, in cui la valorizzazione del patrimonio forestale e paesaggistico si muove in sinergia con le filiere energetiche, turistiche, enogastronomiche. Meritano più rispetto.

Tommaso Nutarelli

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