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Home - Approfondimenti - Interviste - Lamborghini Bologna, ecco come può funzionare una buona alternanza scuola-lavoro

Lamborghini Bologna, ecco come può funzionare una buona alternanza scuola-lavoro

di Alessia Pontoriero
24 Novembre 2017
in Interviste

Sul tema della contestata alternanza – lavoro, abbiamo intervistato Michele Bulgarelli, segretario della Fiom di Bologna, e artefice di un accordo innovativo che potrebbe indicare una strada risolutiva ed ‘esportabile’’.

 

Bulgarelli, di cosa tratta l’accordo sull’alternanza scuola lavoro con la Lamborghini?

In Lamborghini esiste già il Desi, Dual education system Italy, il primo modello di formazione duale introdotto in Italia con un accordo sindacale del luglio 2014, un primo accordo in cui si prova a importare il rapporto tra scuola e lavoro dal modello tedesco, essendo le due aziende, Lamborghini e Ducati, di proprietà del gruppo Audi-Volkswagen. Il progetto Desi ha comportato la realizzazione di ambienti separati, una vera e propria palazzina ad hoc in Automobili Lamborghini e dei laboratori preparati dai reparti produttivi in Ducati, in cui vengono ospitati gli studenti che nel 2014 per il primo biennio sono stati reclutati attraverso un bando pubblico. Ora abbiamo coinvolto la 4° e la 5° superiore di alcune scuole professionali di Bologna. Era un progetto che c’era già e che fu inaugurato anche dall’allora ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini e che funzionava con un modello di alternanza scuola molto diverso dal modello della Buona Scuola perchè assolutamente protetto. Ovvero, lo studente non va nel reparto produttivo da solo rimane la maggior parte del tempo nei suoi laboratori e quindi non c’è il rischio della sostituzione del lavoratore

 

Cosa fanno, in concreto, gli studenti in alternanza scuola-lavoro alla Lamborghini?

Imparano la parte pratica, ma hanno anche aule in cui si effettuano lezioni frontali. Hanno dei tutor adeguatamente formati. Le aziende hanno assunto del personale appositamente per formare gli studenti. L’azienda ha messo in campo un grande investimento messo a disposizione dalla Fondazione lavoratori Volkswagen: ci sono macchinari, materiali, tutor tutto quello che è necessario.

 

Come siete arrivati a questo accordo?

Con l’alternanza scuola lavoro ci sono circa una ventina studenti oggi che transitano in azienda, e quindi, noi del sindacato, ci siamo detti: perchè non fare un accordo che estenda i principi introdotti nel Desi? Cioè: lo studente non è mai un lavoratore, ha diritto a tutor adeguatamente formati e qualificati, ha diritto a incontrare il sindacato nel suo periodo di presenza in azienda. Noi volevamo che avessero questo pacchetto di diritti. Per arrivare all’accordo abbiamo detto: ascoltiamo gli studenti.  Quindi, nell’ambito della commissione tecnica bilaterale “formazione e inquadramento” che questa estate parlava specificatamente di alternanza scuola lavoro, abbiamo deciso di invitare l’Uds – Unione degli studenti. Vorrei precisare che la commissione tecnica è prevista da diversi accordi integrativi tra cui quello dell’8 giugno 2015, che attua per noi il principio di partecipazione introducendo, così, queste commissioni tecniche in cui azienda e sindacato si confrontano su temi specifici a cui possono partecipare anche esperti esterni scelti di comune accordo. Durante questa commissione è venuta la Coordinatrice nazionale Uds e la Responsabile alternanza scuola lavoro e ci hanno detto quali erano le aspettative, secondo loro, degli studenti.  Alla luce di queste proposte le Rsu dell’azienda si sono confrontate producendo una proposta che poi è diventato un accordo che sancisce alcuni principi fondamentali.


Quali?

Lo studente non sostituisce mai un lavoratore in azienda, innanzi tutto. Poi,  la totale gratuità del percorso di alternanza, le coperture assicurative e la consegna dei dispositivi di protezione e la garanzia che sia stata fatta la formazione anti infortunistica. Sancisce anche il principio che lo studente possa esprimere una valutazione sulla propria esperienza di alternanza, valutando se il percorso che ha fatto è attinente alle sue aspettative e ai suoi studi. E ancora, l’accordo sancisce il diritto alla co-progettazione: sia il sindacato di fabbrica  sia i rappresentanti degli studenti,  hanno il diritto di discutere quali dovranno essere i progetti di alternanza scuola lavoro. C’è il diritto degli studenti ad avere momenti di formazione, sia con le Rsu che con il sindacato esterno durante il percorso. C’è il diritto ad avere un tutor secondo un rapporto uno ad uno. Lo studente ha a disposizione un lavoratore esperto che sarà adeguatamente formato in azienda su che cos’è l’alternanza scuola lavoro, perciò non ci può essere il dubbio che lo studente si sostituisca al lavoratore.

 

Da cosa si discosta questo accordo rispetto alle altre forme di alternanza scuola lavoro che si stanno diffondendo e che gli studenti contestano?

Questo accordo, intanto, dimostra che un’alternanza che non rischia di trasformarsi in sfruttamento o in lavoro gratuito e si può fare. Il disastro della Buona Scuola è aver costretto tutti gli studenti di 4° e di 5° a doversi trovare per forza un’azienda. Non c’è il tessuto produttivo in Italia capace di accogliere in modo idoneo tutti gli studenti che ci sono nel paese. Quindi questo accordo dice: si può fare un’alternanaza che non è sfruttamento ma servono una serie di attenzioni e anche di risorse. Le aziende ci devono investire, i tutor devono essere formati e il rapporto con la scuola non deve essere sottovalutato: insomma ci vogliono delle risorse che non tutte le aziende hanno o che decidono di investire. Quindi il primo punto è: l’alternanza si può fare ma a determinate condizione e non ovunque. Secondo punto: quest’accordo afferma il fatto che lo studente è studente. L’alternanza ha prodotto un disastro perchè si è confuso il ruolo dello studente con un mezzo lavoratore, con uno che deve fare la gavetta, uno che fa qualche ora di lavoro in una zona grigia che non è chiaro cosa sia perciò quello che è successo in giro per l’Italia, in questi mesi, ci racconta questo.

 

Per questo siete scesi in piazza con gli studenti?

Esattamente.

Questo tipo di accordi può essere un’opportunità per avvicinare i giovani al sindacato?

Certamente. Noi  abbiamo sempre mantenuto i legami con le associazioni studentesche ma io vedo anche l’opportunità per gli studenti in un mondo del lavoro che è cambiato molto, ed e’ necessario conoscerlo bene anche prima di entrarci: sapere che cos’è un contratto di lavoro, che cos’è un periodo di prova, che cos’è una dimissione, che cosa ci deve essere scritto su un contratto, l’orario , la sede, la paga oraria. I giovani, anche per come è cambiato il mondo del lavoro e anche per come sono cambiate le famiglie, quando arrivano nel mondo del lavoro non conoscono i loro diritti e rischiano di fare degli errori, per non conoscenza. Quindi è anche una grande opportunità per entrare consapevolmente nel mondo del lavoro.

 

Pensate di mettere in campo altri accordi di questo genere con altre aziende?

Questo accordo è pensato per non rimanere chiuso nell’isola felice di Sant’Agata Bolognese. Un accordo su cui abbiamo lavorato per mesi non lo facciamo solo per coprire 20-25 studenti all’anno. Dal primo giorno l’abbiamo pensato perchè potesse essere un esempio a cui guardare in tutte quelle imprese medio grandi dove c’è un contesto favorevole, dove già oggi l’alternanza non è sinonimo di sfruttamento di lavoro gratuito. La buona scuola è quasi  un esperimento di ingegneria sociale, per far si che oggi gli studenti siano sottoposti al lavoro gratuito in modo che  quando arrivano nel posto di lavoro qualunque cosa vada bene, per cui anche un lavoro precario, una falsa cooperativa, un lavoro interinale,  va tutto bene “addirittura mi pagano”. L’idea quindi è estendere il contratto perchè è una buona pratica. Tante aziende hanno già buone pratiche, ed è il caso di formalizzarle a questo punto. Io studente, io famiglia so che se vado in un’azienda che ha questo accordo sono tranquillo. Io scuola so che se ho una convenzione con un’azienda che ha firmato quell’accordo non rischio di trovarmi in dei disastri che ogni settimana leggiamo sui giornali.

 

Crede che il contesto bolognese abbia favorito questo accordo?

Sicuramente il contesto bolognese, che è fatto di una tradizione di importantissimi accordi aziendali, è la capitale della migliore contrattazione metalmeccanica, e penso che non sia un caso che esprima questa capacità di fare accordi in un mondo in cambiamento.

 

Negli scorsi anni c’era una narrazione molto strumentale che metteva in contrapposizione gli insider e gli outsider, garantiti e non, e quindi vecchie e nuove generazioni. Questo tipo di accordi può essere un modo anche per far incontrare questi due mondi, quello operaio ricco di conquiste e quello più recente?

Non è un caso che Lamborghini e Ducati siano state due aziende apripista sulla riconquista di alcuni diritti aggiuntivi rispetto al jobs act. Li è stata esplicita la divisione tra vecchi e giovani. I vecchi lavoratori hanno ancora l’art.18, i nuovi no. In Ducati e in Lamborghini si è introdotto un pacchetto di diritti aggiuntivi su tre materie: licenziamenti individuali, demansionamento e controllo a distanza,  “indipendentemente dalla data di assunzione”. Perchè per noi la parola d’ordine è riunificazione. Ci sono degli elementi su cui dobbiamo lavorare meglio come esportare la nostra contrattazione al mondo degli appalti, dei subappalti, nella logistica, ai rider di foodora. Il vero problema è come estendere questa contrattazione a quelle che Marta Fana chiama le periferie del mondo del lavoro.

 

La dove non c’è una tradizione operaia che ha già ha vinto delle battaglie..

O dove non c’è il contratto nazionale. Il contratto dell’industria metalmeccanica ti da una base. Avere le assemblee, le rsu, ecc ecc. Il mio cruccio è l’estensione del contratto e la riunificazione del mondo del lavoro fuori dal cancello delle fabbriche metalmeccaniche o dentro, nelle periferie interne come l’esternalizzazioni. Questa divisione tra giovani ed anziani c’è molto più sui giornali che nella realtà concreta della fabbrica. A Bologna 111 accordi aziendali hanno introdotto percorsi di stabilizzazione, limiti al lavoro precario, esclusione di alcune tipologie contrattuali. C’è una diffusa attività contrattuale, il problema è che quel tipo di contrattazione molto diffusa ha parlato solo all’interno del settore metalmeccanico e nelle aziende sindacalizzate. Quindi, di nuovo, c’è una periferia che questo tipo di contrattazione non ce l’ha. Il giovane che entra in Automobili Lamborghini in Ducati moto, nelle aziende del packaging, sa che non è più precario dell’anziano e che ha un percorso di stabilizzazione, di controllo, di sindacalizzazione, di stabilità e di paga equa. Purtroppo non è tutto così il mondo del lavoro. Il cruccio è essere rimasti all’interno delle mura delle nostre aziende.

 

Alessia Pontoriero

Alessia Pontoriero

Alessia Pontoriero

Ex-Redattrice de Il Diario del lavoro

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