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Home - Approfondimenti - Interviste - Cipolletta, un patto sociale? Oggi sarebbe inutile, manca la materia di scambio tra le parti

Cipolletta, un patto sociale? Oggi sarebbe inutile, manca la materia di scambio tra le parti

di Nunzia Penelope
10 Maggio 2022
in Interviste
Cipolletta, lo stato imprenditore? Investa per migliorare sanità, scuola e trasporti

Di Niccolò Caranti - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26500218

Da mesi si parla di un nuovo patto sociale, dividendosi tra chi lo vuole, come la Cisl e la Confindustria, e chi non ne vuole sapere, come la Cgil. Del patto si è iniziato a riparlare a settembre scorso, quando sembrava che lo stesso Mario Draghi fosse interessato. Poi la cosa è un po’ caduta in una sorta di limbo. Sta di fatto che nessuno sembra ci stia realmente lavorando, anche se è continua, da più parti, la sollecitazione in questo senso. Innocenzo Cipolletta, economista e manager, nel 1993, come direttore generale di Confindustria, era stato tra gli artefici del Patto Ciampi, esattamente quello che i protagonisti di oggi vorrebbero replicare. Tanto più nell’attuale clima di crisi bellica, seguita alla crisi pandemica, che vede i salari fortemente penalizzati e le parti sociali già in tensione in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. Per cui abbiamo chiesto proprio a Cipolletta se ritiene che un nuovo patto versione 2022 potrebbe risolvere davvero qualcuno dei problemi sul tappeto. Ma la risposta è come minimo scettica: “L’unico patto sociale che è stato realmente realizzato – spiega Cipolletta – è stato proprio quello che firmarono le parti sociali col governo Ciampi nel 93. Ma era basato essenzialmente su uno scambio tra sindacati e imprese. Oggi c’è la disponibilità delle parti sociali a scambiare qualcosa? A me non pare”.

Eppure, la situazione oggi appare molto simile a quella del 1993: crisi economica, tensione sociale, salari bassi, inflazione alta, eccetera. Le materie di cui discutere non mancherebbero.

Nel 1993 la materia di base della discussione era la scala mobile: in cambio della sua abolizione venne costruito un nuovo sistema di relazioni industriali, una riforma della contrattazione e molti altri capitoli relativi alla politica dei redditi e al lavoro. Oggi, ripeto, non vedo su cosa dovrebbe incentrarsi questo scambio. Sindacati e imprese non hanno nulla da mettere sul tavolo, e per contro hanno anche aspettative diverse rispetto a quanto lo Stato può metterci, dagli ammortizzatori sociali al fisco alle pensioni. Ma in ogni caso, anche se fossero in accordo, questo vorrebbe dire un patto a spese di terzi, diciamo, cioè dello Stato

Vero, l’accordo del 1993 consenti consentì la caduta dell’inflazione e la ripresa dell’economia, ma soprattutto garantì a lungo un clima di pace sociale: non sarebbe anche oggi un tema valido, nel momento in cui sindacati e Confindustria sono già in trincea per il rinnovo dei prossimi contratti?

Non c’è dubbio che la pace sociale sia un valore, specie in un momento di crisi, ma un patto sociale non è una dichiarazione di pace. Inoltre ci sono altre differenze sostanziali rispetto a trent’anni fa. All’epoca, c’era la lira, e questo motivava una forte incidenza delle relazioni industriali sulla politica italiana. Con la lira, se si sbagliava a rinnovare un contratto le ripercussioni erano tali che finiva per perderci tutto il paese. Ma oggi la moneta sta a Francoforte, e si sbaglia un contratto è un problema solo per una parte del sistema economico, non incide più su tutto il paese.  Oggi direi che l’unico vero scambio tra le parti si fa a livello di contrattazione aziendale: a livello nazionale non vedo spazi.

Sia i sindacati, sia la Confindustria, chiedono al governo di fare la sua parte, riducendo il cuneo fiscale per sostenere i salari. Nemmeno questo è sufficiente per avviare un patto a tre?

Come dicevo prima, se tutto si traduce nel chiedere al governo di ridurre il carico fiscale, cosa mettono sul piatto le parti sociali? In ogni caso farei attenzione: tagliare il cuneo contributivo, – perché è di questo che si parla, più che di cuneo fiscale – metterebbe a rischio la tenuta del sistema previdenziale, e non mi sembra una grande idea.

Lei recentemente ha suggerito di abbassare il periodo di vigenza dei contratti, rinnovando la parte salariale di anno in anno. Per quale motivo?

Quando nel 1993 rivedemmo il sistema contrattuale, si stabilì per i rinnovi della parte economica una scadenza biennale, e di quattro anni per la parte normativa.

Questa scelta di allora consentiva di evitare rischi di perdita salariale, o al contrario di aumenti eccessivi, nei casi di improvvise variazioni dell’inflazione. Ma io, personalmente, già allora ritenevo avrebbe dato risultati ancora migliori una cadenza annuale dei rinnovi salariali. Gli aggiustamenti di anno in anno avvengono senza traumi, in modo fisiologico, e infatti molti paesi si regolano in questo modo da tempo.

Invece poi i rinnovi si sono allungati di un altro anno.

All’inizio degli anni Duemila, quando siamo entrati in una fase di bassa inflazione, si è deciso di allungare i rinnovi salariali a tre anni. Ma oggi, con l’inflazione in crescita, nessuno può scommettere su un periodo così lungo. Le stesse imprese non fissano i loro prezzi a tre anni, perché nessuno può prevedere cosa accadrà a distanza di tanti mesi. Per questo credo che un contratto nel quale la parte salariale basata sull’inflazione futura abbia una vigenza di un anno sarebbe più semplice da gestire: anche se si commettesse un errore di calcolo, in difetto o in eccesso, non sarebbe un dramma per nessuno, sapendo che si potrà in breve tempo correggere. Questo renderebbe le attese e le aspettative meno drammatiche, abbasserebbe le tensioni tra le parti.

La contrattazione annuale del salario non finirebbe per interferire con la contrattazione aziendale?

Le imprese che svolgono la contrattazione di secondo livello potrebbero assorbire l’aumento nazionale, e per la altre ci sarebbe comunque l’adeguamento annuale basato sull’inflazione. Oltretutto, la contrattazione aziendale non richiede di essere svolta ogni anno, ha periodicità differenti.

Non c’è il rischio che alla fine scompaiano i due livelli di contrattazione, quelli che i sindacati hanno sempre strenuamente difeso?

Ma non c’è più lo spazio per un doppio livello contrattuale, e lo sanno benissimo anche i sindacati. Un sistema razionale vorrebbe che ci sia una parte normativa, nazionale, e poi la contrattazione di secondo livello.

Resta che oggi, in Italia, c’è un problema enorme di bassi salari da risolvere. Lei è favorevole al salario minimo?

Si, penso sia una necessità, e potrebbe costituire la base per i contratti nazionali. Del resto abbiamo già una sorta di salario minimo, ed è il reddito di cittadinanza: quella cifra già indica una base sotto la quale nessuno accetta più di lavorare. Una base che ovviamente si può alzare, rispetto all’attuale Rdc, e integrare con la contrattazione di secondo livello.

Le pensa che oggi le aziende paghino troppo poco i loro dipendenti?

Si: ci sono diversi tipi di lavori che sono pagati troppo poco. Ma, contrattazione o meno, le aziende dovranno accettare l’idea di aumentare le cifre che sono disposte a pagare, altrimenti faranno sempre più fatica a trovare chi vada a lavorare per loro.

Recentemente alcune imprese, come la Brembo di Alberto Bombassei, hanno deciso di propria iniziativa di integrare le buste paga dei dipendenti con un bonus che li aiuti rispetto agli aumenti dei prezzi. Anche il governo, da parte sua, ha destinato una cifra piuttosto ingente, 7 miliardi, a un bonus da 200 euro destinato a lavoratori e pensionati sotto i 35 mila euro di reddito annuo, come ”aiuto” per il caro bollette. Sono rimedi corretti, secondo lei? E quanto utili?

Con i duecento euro lo Stato garantisce una indennità ai redditi più bassi, per i quali l’aumento delle bollette e dei prezzi è un problema davvero pesante. Quindi sì, trovo che sia corretto intervenire in questo modo. Così come è corretta e giusta l’erogazione del bonus da mille euro decisa da Bombassei: se le imprese sono in grado di farlo, va benissimo.

Confindustria sostiene appunto che le imprese non hanno risorse per aumenti salariali corposi, però.

Infatti non ci si può aspettare che comportamenti simili a quelli di Brembo arrivino dalle imprese che sono più colpite dagli aumenti dei prezzi delle materie prime, o dell’energia: chi fa pane, o chi fa ceramica, non è probabilmente in grado di dare aumenti a nessuno. Quello che però più conta, in questo momento, è che le imprese non alzino i prezzi: e se non c’è l’effetto salari, non c’è nemmeno l’effetto prezzi.

Potrebbe essere la base di un nuovo scambio tra sindacati e imprese? i primi non chiedono aumenti salariali e le seconde si impegnano a tenere fermi i prezzi?

Potrebbe, certo. In questo modo l’aumento dell’inflazione importata diventerebbe un effetto una tantum, e l’anno prossimo potrebbe scendere al 2 o 3%. Sempre più alta di quello a cui ci eravamo abituati negli ultimi decenni, ma sopportabile.

Lei quindi crede che l’inflazione l’anno prossimo potrebbe scendere?

Dipende da diversi fattori. Attualmente in Europa ci sono situazioni molto differenti al riguardo, come per esempio tra l’Italia e la Germania. L’Italia non sembra caratterizzata da un processo inflazionistico e difatti i salari non stanno seguendo i prezzi, anche perché non siamo al massimo della capacità produttive occupate. In Germania invece sembra esserci un elevato grado di utilizzo delle capacità produttive e si potrebbe determinare una spirale prezzi-salari con ricadute sull’inflazione. Molto dipenderà dalle decisioni della Bce, che dovrà scegliere quale delle due diverse situazioni supportare, se la Germania o l’Italia, quindi alzando o non alzando i tassi.

Nunzia Penelope

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