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Home - Primo Piano - Metalmeccanici, in sciopero a luglio per la politica industriale

Metalmeccanici, in sciopero a luglio per la politica industriale

di Fernando Liuzzi
15 Giugno 2023
in La nota
Metalmeccanici, in sciopero a luglio per la politica industriale

La notizia è secca: i tre maggiori sindacati dei metalmeccanici, e cioè Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, hanno proclamato uno sciopero nazionale di quattro ore; sciopero che sarà articolato su base regionale. Per essere precisi, venerdì 7 luglio sono chiamate a scioperare le tute blù delle regioni del Centro-Nord, ovvero dalla Toscana in su, mentre lunedì 10 luglio toccherà a quelle delle regioni del Centro-Sud, ovvero dal Lazio in giù (isole comprese).

Lo hanno annunciato oggi, a Roma, i segretari generali delle tre organizzazioni, e cioè, rispettivamente, Roberto Benaglia, Michele De Palma e Rocco Palombella (vedi foto), in una conferenza stampa appositamente convocata nella storica sede condivisa al n. 36 di corso Trieste.

Ai cronisti presenti, e a quelli collegati da remoto, i dirigenti sindacali hanno così potuto spiegare che l’iniziativa di lotta, intitolata alla “centralità del lavoro metalmeccanico”, è stata lanciata avendo di mira quattro obiettivi. Si tratta, infatti, di uno sciopero “per l’occupazione, per gli investimenti, per la transizione sostenibile, per risolvere le crisi aperte”.

A mettere insieme il nome dei metalmeccanici, categoria nota per la sua combattività, e l’entità delle ore di sciopero proclamate, quattro, un osservatore poco attento potrebbe avere l’impressione che l’iniziativa di lotta oggi annunciata sia un’iniziativa assunta in tono minore. Ma non è così. E ciò per due motivi.

Innanzitutto perché, come ha ricordato Rocco Palombella (Uilm), in apertura della conferenza stampa, negli ultimi anni, ovvero a partire dall’esplosione della pandemia, le iniziative di lotta nella categoria si sono rarefatte. Lo sciopero nazionale più recente risale al novembre del 2020, e si trattò di uno sciopero proclamato a sostegno delle posizioni sindacali rispetto alla trattativa allora in corso per il rinnovo del Contratto nazionale (quello che fu poi definito nel febbraio del 2021). Mentre, per ciò che riguarda il ricorrente problema delle crisi aziendali, Fim, Fiom e Uilm organizzarono una manifestazione nazionale a Roma, in piazza del Popolo, nel giugno del 2020. Ma, data l’allora devastante fase pandemica, si tratto, praticamente, di un’iniziativa simbolica.

Lo sciopero articolato del 7 e 10 luglio costituisce, invece, una vera e propria iniziativa di lotta, a carattere nazionale, che viene a interrompere un lungo periodo di tregua. E infatti, Michele De Palma (Fiom), lo ha definito come “uno sciopero di avvertimento”. Mentre nel documento unitario che sta alla base dello sciopero, e che è stato reso noto oggi, Fim, Fiom e Uilm scrivono che “presìdi, manifestazioni e discussioni collettive serviranno a lanciare un grido nel Paese: l’industria metalmeccanica in Italia è a rischio”.

Un’esagerazione? Purtroppo no. E ciò da due punti di vista. Premesso che l’Italia costituisce ancora la seconda potenza manifatturiera d’Europa, e che l’industria metalmeccanica costituisce ancora il nerbo della nostra industria manifatturiera, vi sono ormai diversi segnali d’allarme che non possono essere trascurati. Roberto Benaglia (Fim-Cisl) ha ricordato, ad esempio, i dati diffusi dall’Istat il 9 giugno scorso. Dati secondo i quali, ad aprile, nel nostro Paese è stato registrato, per il quarto mese consecutivo, un calo della produzione industriale. Calo che, rispetto all’aprile del 2022, ha raggiunto un preoccupante -7,2%. Così come ha ricordato poi che, sempre secondo l’Istat, il fossato  che divide il Sud dal Nord del Paese si sta allargando.

Nell’ambito di questi fenomeni generali che riguardano l’insieme della nostra vita economica, o l’insieme del nostro settore manifatturiero, ci sono poi quelli relativi al settore metalmeccanico, come le difficoltà segnalate da Federmeccanica alla fine di maggio, nella sua più recente indagine congiunturale.

Ma non basta. Perché è vero che, come ha segnalato lo stesso Benaglia, la nostra industria metalmeccanica costituisce una realtà diversificata, in cui sono presenti realtà caratterizzate da andamenti differenti. Ma è anche vero che diversi sub-settori hanno al proprio interno storie aziendali sempre più problematiche. E ciò che è peggio è che si tratta anche delle maggiori imprese attive nel nostro Paese. Basta fare due nomi: ex Ilva, ormai da tempo Acciaierie d’Italia, per ciò che riguarda la siderurgia, e Stellantis, per ciò che riguarda l’automotive.

Solo in siderurgia, si parla di 20mila posti a rischio, perché qui, alle talvolta incomprensibili vicende dell’ex Ilva, si aggiungono quelle dell’ex Lucchini di Piombino (JSW Steel Italy) e della ex Alcoa di Portovesme (SiderAlloys).

Mentre, per quanto riguarda Stellantis, nonostante che, è ancora scritto nel citato documento, si sia registrato “un leggero aumento della produzione di auto con 400mila vetture prodotte in un anno”, si è ancora “ben lontani dal livello produttivo di 1,5 milioni di auto” che costituiscono la capacità produttiva installata. Per conseguenza, “stiamo registrando un trend in calo costante negli ultimi 20 anni, con conseguenze sull’occupazione”. Per non parlare delle prospettive sempre più preoccupanti che riguardano il comparto della componentistica auto, ancora in gran parte legato all’esistenza del motore endotermico.

Al di là di aziende e settori, per i sindacati sono poi decisive le macrotendenze che caratterizzano questa fase della storia dell’industria, ovvero le transizioni “ecologica, energetica e tecnologica”. Ognuna delle quali “deve essere socialmente sostenibile”.

Che fare, dunque? Per i sindacati dei metalmeccanici, le singole imprese sono in difficoltà di fronte all’attuale accavallarsi di problematiche, che vanno dalla carenza di componenti essenziali, al permanere di spinte inflattive, alle necessarie trasformazioni organizzative e produttive imposte dalle transizioni sopra richiamate.

Con lo sciopero oggi annunciato, i sindacati dei metalmeccanici non chiedono quindi al Governo una singola misura specifica a carattere salvifico, ma una svolta che punti a impostare la costruzione di ciò che manca davvero nel nostro Paese: una politica industriale intesa nel senso più largo. Una politica che, innanzitutto, si proponga di coinvolgere non solo i sindacati, ma l’insieme delle parti sociali, in una serie di tavoli di confronto attorno a cui sia possibili discutere di diversi argomenti fra loro interconnessi. Argomenti che vanno dalle politiche di settore, a una nuova visione della formazione professionale, alla necessità di affrontare, da un lato, la questione dell’auspicata crescita dimensionale delle nostre imprese, e, dall’altro, quella della necessità di rendere il nostro Paese più attrattivo per gli investimenti esteri

Per Fim, Fiom e Uilm, “le lavoratrici e i lavoratori possono e debbono essere protagonisti di questo processo”. Lo sciopero oggi annunciato si propone quindi di “spingere il Governo ad agire, per costruire le basi di un vero confronto e per rilanciare il futuro del settore metalmeccanico”.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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