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Home - Approfondimenti - Interviste - Bradisismo, Paudice (Cgil Napoli e Campania): il problema è come convivere con il fenomeno, la speculazione politica non è una soluzione

Bradisismo, Paudice (Cgil Napoli e Campania): il problema è come convivere con il fenomeno, la speculazione politica non è una soluzione

di Elettra Raffaela Melucci
27 Marzo 2025
in Interviste
Bradisismo, Paudice (Cgil Napoli e Campania): il problema è come convivere con il fenomeno,  la speculazione politica non è una soluzione

La terra torna a tremare nei Campi Flegrei: l’ultima scossa di magnitudo 4.6 del 13 marzo è stata la più forte degli ultimi quarant’anni. La zona sorge su una grande caldera in stato di quiescenza e per questo il bradisismo non è un fenomeno inedito. La preoccupazione della popolazione residente è tanta e a pesare è anche l’immobilismo di governo ed enti locali, che negli anni non hanno predisposto soluzioni che siano andate oltre l’emergenza. Ma quali ripercussioni ha il fenomeno sul tessuto produttivo e sui lavoratori? E quali le possibili soluzioni? Ne parla in questa intervista Raffaele Paudice della segreteria Cgil Napoli e Campania.

Il fenomeno del bradisismo sta avendo pesanti ripercussioni sul tessuto sociale delle zone interessate. Cosa accade per imprese e lavoratori?

Non abbiamo ancora contezza di cosa stia accadendo e per questo, come sindacato, stiamo facendo anche un punto operativo. Dal nostro punto di vista ci sono vari aspetti che preoccupano. Innanzitutto la tenuta delle aziende, alcune delle quali – soprattutto sul territorio di Pozzuoli – sono di grandi dimensioni e potrebbero essere tentati di delocalizzare la produzione a seguito della crisi bradisismica. Il secondo fenomeno che ci preoccupa sono le potenziali ripercussioni in materia di cassa integrazione e richiesta di smart working: la situazione è delicata poiché, banalmente, i lavoratori non riescono a dormire tranquillamente di notte.

Il governo come si sta muovendo?

Non abbiamo riscontrato nessun intervento da parte del governo su questa materia. Il primo intervento, peraltro tardivo, era finalizzato unicamente alle vie di fuga. Questo prefigura un quadro di per sé sbagliato, perché prevede l’evacuazione del territorio. Abbiamo già vissuto altre crisi bradisismiche, come quella degli anni ’80, che si è rivelata una scusa per la speculazione edilizia: svuotare i centri storici e favorire la creazione di nuovi insediamenti. Per questo abbiamo guardato con sospetto a questa azione del governo. Le altre misure hanno riguardato soprattutto gli edifici di carattere pubblico (il Palazzo dell’areonautica, le scuole, le sedi comunali). Sappiamo di questi fondi di cui ha parlato il ministro Musumeci che riguarderebbero anche l’edilizia privata, ma senza alcun approfondimento.

Quindi ci si muove un po’ a tentoni.

E anche tardivamente. Il problema è come convivere con il fenomeno, come mettere in sicurezza le strutture, perché è inimmaginabile un esodo della popolazione dei Campi Flegrei. Il bradisismo non è un fenomeno dell’ultima ora per il territorio. Tirare in ballo l’abusivismo edilizio è una speculazione politica, addossando la colpa alle popolazioni e cercando presunte responsabilità storiche.

Infatti il ministro Musumeci ha accusato le amministrazioni locali e i governi precedenti che hanno permesso un inurbamento massiccio del territorio, nonché un piano regolatore disordinato e a volte abusivo. È il messaggio da far passare in questo momento?

A questo punto il ministro ci dovrebbe dire se anche gli edifici di epoca romana siano abusivi! Sicuramente non bisogna accusare la popolazione, che è disorientata e spaventata. Il punto è che il bradisismo è un problema condiviso: si tratta di un fenomeno ciclico, le ultime scosse si sono avute negli anni Ottanta, ma adesso la popolazione si trova in una dimensione nuova: le persone che hanno tentato di sfondare i cancelli dell’ex base Nato in cerca di un luogo sicuro è sintomatico del fatto che negli anni non è stato predisposto nulla.

Come per calamità naturali e rischi climatici, si è parlato di assicurazioni obbligatorie a carico dei privati in modo da bilanciare il costo del rischio. Qual è la posizione del sindacato rispetto a questa proposta?

Vediamo in questa norma l’ennesimo tentativo di privatizzare anche la prevenzione. L’idea che le calamità naturali siano da mettere nel conto con misure di carattere privatistico sembra l’ennesimo segnale di smantellamento del pubblico e questo è pericoloso. Non a caso, qualche tempo fa, quando il Governo ha messo in campo la pericolosissima norma sull’autonomia differenziata, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha chiesto le competenze sulla Protezione Civile. Questo comporta il rischio che la materia sia diversificata nel Paese, tra zone ricche e zone povere, per cui le regioni che non possono permetterselo mettono in campo l’obbligo assicurativo, mentre le altre predispongono misure meno onerose per la popolazione. L’idea della Protezione Civile in base al censo è sembra assurda, ma a quanto pare è la direzione nella quale si sta andando.

Tra l’altro, previsto inizialmente dalla legge, il rischio bradisismo è stato poi tolto dall’obbligatorietà assicurativa.

Il rischio bradisismico è solo una parte del problema. Il nostro è un Paese sismico, oltre che vulcanico, e non è una scoperta odierna. Proprio a fronte della vulnerabilità geologica del nostro territorio, aggravato dai cambiamenti climatici, dovremmo attrezzarci seriamente con interventi di messa in sicurezza per non farci trovare impreparati davanti al rischio. È una cosa che si dice da anni, ma puntualmente al sopraggiungere di ogni situazione drammatica ci troviamo a ripetere questa cosa come se fosse la prima volta.

Da parte dell’ANAPA (Associazione Nazionale Agenti Professionisti di Assicurazione) è arrivata la proposta di introdurre un contributo obbligatorio che tutti gli assicurati poi dovrebbero pagare in ottica di solidarietà collettiva. Il governatore De Luca, invece, ha chiesto di sospendere i mutui e introdurre agevolazioni fiscali per i cittadini del territorio. Sono tutti i cerotti su una ferita più profonda?

Esatto. Questa è da sempre un’emergenza strutturale del nostro Paese. Noi potremmo raccontare la nostra Storia politica attraverso i terremoti e i drammi che sono succeduti – per esempio il terremoto di Messina, del Friuli, dell’Irpinia. Non è un caso che questi eventi naturali siano sempre diventati casi politici ed è per questo che ci troviamo ancora davanti a idee di questo tipo, degli interventi spot come con il Covid. Nel caso del bradisismo, sapevamo tutti che sarebbe arrivata un’altra fase di instabilità.

Sul versante della tutela dei lavoratori che potrebbero vedersi sospendere dall’attività a seguito delle scosse, è possibile utilizzare ammortizzatori sociali?

Teoricamente sì, ma il problema è che anche su questo fronte non abbiamo avuto una risposta chiara. Rispetto a questa contingenza, per quanto sia permesso l’utilizzo di ammortizzatori sociali, se la situazione dovesse acuirsi non abbiamo strumenti specifici.

In che modo può intervenire la contrattazione collettiva?

Innanzitutto la nostra preoccupazione non investe solo le grandi imprese, ma anche le piccole attività commerciali, imprenditori, artigiani. È un problema molto serio su cui si riflette anche il calo del turismo. Uno strumento, come già detto, è lo smartworking, un’innovazione fondamentale del Covid che però è stata perlopiù dimenticata e che oggi potrebbe essere fondamentale, per esempio, al momento della messa in sicurezza delle strutture.

Tra l’altro nel 2021 gli ammortizzatori sociali erano stati estesi anche alle piccole imprese proprio per cercare di far fronte all’emergenza.

Il Covid è stato uno straordinario “stress test” del nostro sistema economico: ci ha mostrato che, come così è stato riformato negli ultimi anni dal Jobs Act in poi, gli strumenti normativi non erano più sufficienti rispetto alle emergenze. In questo senso è stato provvidenziale il ridisegno avvenuto durante il periodo del Covid e che ancora oggi ci aiuta da parecchi punti di vista grazie alla flessibilità di alcuni strumenti. Ma è chiaro che non bastano più, come dimostrano le crisi di carattere industriale come quella del settore moda per cui il governo ha dovuto predisporre una decretazione straordinaria. Il tema di un riordino degli ammortizzatori sociali permane, soprattutto in alcuni settori e determinati territori.

E gli enti locali come si stanno comportando?

Di fronte all’emergenza è facile dare delle risposte spot, ma è di fronte a un problema strutturale come quello del bradisismo che viene fuori l’inconsistenza non solo del governo, ma anche delle autorità locali. La città metropolitana di Napoli, infatti, è completamente assente in questo ragionamento, considerando che la questione riguarda anche una parte importante della città stessa.

Durante l’ultimo Consiglio comunale che si è tenuto qualche giorno prima della scossa più forte, il problema sembra fosse più la percezione del terremoto da parte della popolazione che non cercare delle soluzioni concrete, come se il bradisismo fosse un problema psicologico.

Lei ha fatto riferimento all’autonomia differenziata. In che modo inciderebbe sulla gestione di situazioni emergenziali?

Nei fatti, il regionalismo post Titolo V è già una realtà e sta creando situazioni in cui molte competenze sono in capo alle regioni che però non sono attrezzate per questo tipo di emergenze. L’autonomia differenziata permette alle regioni di scegliere delle materie di competenza a danno dello Stato centrale. Non mi sembra un caso che di fronte alle calamità che hanno investito l’Emilia-Romagna, per esempio, il primo a chiedere un pezzo di autonomia sulla Protezione Civile sia stato il governatore del Veneto. Questa è una prospettiva allarmante. Autonomia significa togliere spese allo Stato e delegarle alle risorse regionali, ma le regioni fanno già dolorose scelte sugli investimenti rispetto alle poche risorse che hanno, oppure i Comuni che molto spesso non hanno proprio risorse.

Nelle parole di Musumeci si può comunque rintracciare un fondo di verità per quanto riguarda una catena di responsabilità sui piani regolatori?

Sì. Come Cgil, insieme ad altre associazioni, abbiamo contestato l’ultima legge di riordino urbanistico della Regione Campania proprio in questo senso, perché aumenta la possibilità di costruire abitazioni e di riconversioni d’uso di edifici e superfici. Sulla questione abusivismo siamo stati chiarissimi: tutto il Paese è a rischio idrogeologico, l’abusivismo è un pericolo ovunque. Ma la denuncia non può essere fatta a corrente alternata, deve essere fatta una battaglia di chiarezza.

Su questo scambio di accuse tra governo e regione, quando incide l’approssimarsi delle elezioni locali?

Stiamo entrando in una fase delicata della campagna elettorale che riguarda gli enti locali, così come il governo che è in perenne campagna elettorale. Ma se la lotta all’abusivismo viene portata avanti con coerenza, noi di certo la sosterremo.

Elettra Raffaela Melucci

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