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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - I 100 giorni di Trump, tra un film horror e i fratelli Marx

I 100 giorni di Trump, tra un film horror e i fratelli Marx

di Maurizio Ricci
14 Aprile 2025
in Poveri e ricchi
Trump firma l’uscita degli Usa dalla Trans-Pacific Partnership

Trump: i 100 giorni. La classica luna di miele dei nuovi presidenti americani sta per scadere, subito dopo Pasqua, e l’avvio del Trump 2 evoca, per un verso, i film horror e, per l’altro, un sequel dei fratelli Marx o anche solo di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ciò che conta davvero è l’assalto alle istituzioni che hanno reso grande la democrazia americana, alle regole, alle convenzioni, ai diritti, al bilanciamento dei poteri fra presidenza e gli altri organi dello Stato, al ruolo e alle responsabilità della superpotenza americana nel mondo: un attacco forsennato, martellante, carico di rabbia e livore, ma né casuale, né cieco. Al contrario, lucido e preordinato: questa è l’eredità che, dichiaratamente e ostinatamente, Donald Trump vuole lasciare  alla storia degli Stati Uniti. Ma, se si guarda piuttosto all’immediato, alle realizzazioni concrete di questi cento giorni, emerge un risvolto, semmai, farsesco: un caos di annunci, improvvisazioni, marce avanti e marce indietro, minacce, ripensamenti, documenti vistati e bollati smentiti da tweet notturni, la costante impressione che, dietro le parole ufficiali, ci sia un ritornello che suona: “perbacco, non ci avevamo pensato”. Dilettanti allo sbaraglio, si direbbe. In un regime parlamentare, difficilmente Trump ne uscirebbe incolume (basta pensare all’effimera avventura di Liz Truss in Gran Bretagna). In un regime presidenziale, no e, anche se la tentazione è di lasciarsi andare a sorrisetti di sufficienza, c’è piuttosto da mettere in conto i disastrosi risultati che, anche nell’immediato, le politiche di Trump possono determinare, in America e nel mondo. Spaventa  il tasso stupefacente di improvvisazione dietro queste politiche: dalle tariffe alle iniziative di pace, queste scelte erano state annunciate da tempo, facevano parte integrante delle indicazioni della campagna elettorale. Possibile che nessuno le abbia studiate e pesate, fino alla mattina dell’annuncio? Vediamo.

Guerra e pace. La guerra a Gaza doveva chiudersi ancor prima che Trump entrasse fisicamente alla Casa Bianca. Cento giorni dopo, l’ultimo ospedale di Gaza è stato appena raso al suolo dalle bombe e siamo qui a fare ancora  la conta di un massacro quotidiano, dove emergono sempre più evidenti le tentazioni di un piano in più di espulsione e pulizia etnica. Finiti gli annunci roboanti e incauti sul futuro di Gaza, Trump ne parla il meno possibile. Ma non è detto che si sia ancora reso conto che la guerra è, da tempo, la condizione indispensabile per assicurare a Netanhyahu l’appoggio della destra radicale: quello è lo spazio per restare al governo e, se Washington non fa la voce grossa, la guerra non può finire, pena la fine politica di Netanhyahu.

Se la guerra a Gaza doveva finire il giorno prima dell’insediamento, quella in Ucraina, secondo le parole di Trump, doveva finire il giorno dopo. Tre mesi più tardi, stiamo ad aspettare l’inizio dell’offensiva russa di primavera e le bombe di Mosca sulle città ucraine sono riuscite a far perdere le staffe anche all’inviato di Trump: “Putin ha superato ogni limite di decenza”. Una scoperta che lascia il tempo che trova, visto che, anche qui, non è detto che Trump si sia ancora reso conto che Putin lo ha messo in trappola, fra la promessa della pace e il costo politico di abbandonare l’Ucraina al suo destino, e che Mosca conta di risolvere quel dilemma di Trump con una vittoria militare sul campo che sgombri ogni remora.

Miti e commerci. Avendo ereditato da Biden una inflazione in calo, una economia in crescita, una disoccupazione scomparsa, Trump sta riuscendo a rovesciare tutti i trend positivi, picconando di passaggio anche l’egemonia mondiale del dollaro e i canali di finanziamento dell’imponente debito pubblico americano.

E’ il risultato della raffica di dazi che il presidente, contro il parere di quasi tutti gli economisti conosciuti, ha deciso di imporre al resto del mondo. Attenzione: di dazi e tariffe Trump parla da sempre, sono la cifra dichiarata della sua politica economica, anzi, secondo le dichiarazioni della campagna elettorale, la chiave di volta, insieme, di una rinascita economica, di un taglio delle tasse e del risanamento della finanza pubblica. Nessuno, tuttavia, sembra essersi preso la briga di studiare come metterla in pratica. Il meccanismo universale delle tariffe è stato messo in piedi qualche ora prima dell’annuncio. Chiamato a spiegarlo, la Casa Bianca se ne è uscita con una complicata formula piena delle classiche lettere greche dei manuali di economia. Gli economisti veri non hanno tardato a far sapere che le lettere greche si elidevan l’una con l’altra e che il meccanismo delle tariffe – elaborato, probabilmente, ricorrendo in tutta fretta a ChatGPT e all’intelligenza artificiale – era semplicemente dipendente dal deficit commerciale. Con tanti saluti al poverissimo Lesotho, che ha la sfortuna di esportare diamanti.

Il seguito è degno di “Hellzapoppin’” e del cinema demenziale, con dazi annunciati alla sera, eliminati alla mattina, modificati nel pomeriggio, minacciati la sera dopo. Il risultato è un caos, in cui è francamente difficile per chiunque capire se e quale dazio una merce qualsiasi debba pagare. Tanto più che si tratta di una giungla inesplorata, visto che Trump continua ad annunciare ogni giorno nuove e diverse tariffe. E questa era la misura principe dell’intero programma economico di Trump.

Ciao ciao New York. L’erosione e lo smantellamento di diritti e garanzie sta diventando la cifra della politica interna dell’amministrazione americana, con una serie interminabile di abusi grandi e piccoli: immigrati deportati per sbaglio in oscure prigioni e lì abbandonati, gente arrestata per strada senza mandato, università e studi legali ricattati. Il paradossale risultato è stato di far sparire anche il fascino del viaggio in America, un must – sembrava – per grandi e piccoli. A marzo, il numero di turisti stranieri entrati in America è diminuito del 17 per cento, rispetto ad un anno fa, del 25-30 per cento da Francia, Germania, Spagna (dall’Italia, no). Come in Russia e in Cina da sempre, anche negli Usa è meglio andare senza il telefonino e i compromettenti messaggi  che potrebbe contenere.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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