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Home - Approfondimenti - Analisi - Perché serve una svolta concettuale nell’impianto delle politiche industriali

Perché serve una svolta concettuale nell’impianto delle politiche industriali

di Simone Oggionni
14 Luglio 2025
in Analisi
Metalmeccanici, Federmeccanica e Assistal: adesione allo sciopero al 20%. E sulla trattativa interrotta da novembre: ”non siamo stati noi a rompere, ma chi ha scelto il conflitto”

“Le rotte del futuro. Re-industrializzare l’Italia e l’Europa”, è il titolo della Conferenza nazionale sulle politiche industriali organizzata dal Pd, che si è tenuta a Roma l’11 e il12 luglio. Alla Conferenza è stato presentato il Libro Verde del Pd sulle Politiche industriali. Per il prossimo autunno, è prevista una nuova tappa del percorso avviato con la conferenza romana e finalizzato a mettere a punto e consolidare “un’agenda industriale” che “sia davvero all’altezza delle sfide delle transizioni e dell’obiettivo della reindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa”.  Pubblichiamo di seguito un contributo di Simone Oggionni, storico dell’economia all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Forum Industria del Pd, che assieme ad Andrea Orlando ha lavorato alla stesura del Libro Verde.

Da troppi anni mancano nel nostro Paese vere politiche industriali. Manca un’idea strutturata, un solido impianto teorico e di conseguenza operativo, un disegno strategico dentro cui collocare anche le risposte ai problemi contingenti. Non c’è a destra, ovviamente, dove si continua a pensare che fare politica industriale voglia dire distribuire incentivi a pioggia, decontribuzioni, interventi spot, misure tampone a valle delle crisi, e a volte nemmeno quelle, come dimostra drammaticamente la vicenda della chimica Eni-Versalis.

Ma la mia impressione è che anche a sinistra sia necessario rimettersi in cammino, provando a esprimere maggiore coraggio e maggiore capacità di visione.

Se guardiamo al problema con la lente dei processi lunghi, possiamo dire che la stagione iniziata con la svolta neoliberale tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta si è chiusa sul piano storico, ma non è stata ancora del tutto archiviata sul piano politico, cioè sul piano soggettivo. Il lungo trentennio dominato dalla stabilità dei prezzi come unica vera priorità macroeconomica, dalle diverse politiche di deregolamentazione, dalla compressione dei salari e quindi del peso del lavoro all’interno delle nostre democrazie, ha fatto franare una parte consistente della nostra cultura economica e dunque ha indebolito la nostra cultura politica. In quell’indebolimento, sotto il peso di quella frana, a pagare il prezzo più alto è stata innanzitutto la politica industriale, che ha perso via via legittimità e spazio. Ridotta a funzione accessoria, subordinata alla competitività, confinata — salvo alcune eccezioni che è giusto ricordare nell’esperienza di governo delle forze democratiche e progressiste — a interventi orizzontali e senza una reale ambizione né redistribuiva né trasformativa. Le privatizzazioni, come si sono compiute e come sono immaginate, praticate, rivendicate, sono la dimostrazione più clamorosa di questo impianto. Si è dunque archiviata una tradizione importante, che aveva caratterizzato per decenni l’approccio delle forze progressiste: quella della programmazione economica. Con essa, si è progressivamente smarrita un’idea peculiare, virtuosa, potenzialmente innovativa del rapporto tra Stato e mercato.

Tuttavia, utilizzando ancora la lente dei processi di lunga durata, gli shock globali dell’ultimo decennio, dal decoupling tra USA e Cina alla pandemia, dalle guerre alla crisi globale delle catene del valore, dalle tensioni legate alla sicurezza tecnologica a quelle legate agli approvvigionamenti energetici, cambiano le carte in tavola. Rimettono in moto la storia. Cioè accelerano, e hanno già accelerato, un processo di revisione strategica nelle politiche economiche dei più grandi player mondiali. In direzioni diverse e senz’altro contraddittorie, e talune ovviamente pericolose. Ma riattivando — questo è un dato strutturale che dobbiamo avere la capacità di riconoscere — la domanda e l’offerta di nuove strategie industriali. Gli Stati Uniti, la Cina muovono i propri apparati industriali e i propri think tank. Mario Draghi lo ha detto con una chiarezza adamantina: oggi la competizione della quale occuparsi non è quella tra imprese, ma quella tra sistemi.

La conseguenza di questi dati di fatto è che tocca a noi attrezzarsi e capire come posizioniamo il nostro sistema europeo. Si apre dal mio punto di vista uno spazio vero, per una nuova politica industriale orientata alla sicurezza, a un nuovo multilateralismo razionale, alla difesa della capacità produttiva, con l’obiettivo di saldare un nuovo blocco sociale, alternativo alle destre mondiali, a partire da un grande progetto e processo di reindustrializzazione, come è indicato nel Libro Verde sulle Politiche industriali del Pd che ho e abbiamo elaborato.

È stato detto che questo spazio si occupa se sappiamo dimostrare che le transizioni possono essere una grande opportunità per il lavoro e per la crescita. Ciò significa che il tema fondamentale è quello del governo dei processi. Cioè precisamente quello di una politica industriale selettiva, programmata, ordinata, concertata all’interno di un nuovo patto tra Stato e imprese fondato sulla responsabilità e sulla sostenibilità. A livello europeo, perché non c’è alternativa all’Europa se vogliamo fare economie di scala, avere voce in capitolo nella partita delle materie prime critiche, costruire una politica energetica autonoma. E anche a livello nazionale, dove serve una proposta precisa e articolata sia nelle scelte verticali delle filiere sia nella articolazione di una nuova governance forte e integrata che potrebbe partire dallo sviluppo di Invitalia e di CDP, da una nuova Agenzia per il trasferimento tecnologico e la ricerca applicata, da un soggetto di coordinamento della presenza pubblica nelle imprese partecipate, oggi clamorosamente frammentata. Tutto questo, ovviamente, offrendo un’idea di prospettiva, di trasformazione, mettendo in campo un modello europeo di sviluppo, di lavoro, di relazioni industriali, la proposta di un nuovo modo di regolazione del capitalismo europeo.

Chiaramente la politica industriale non si costruisce in vitro ma nel vivo dei processi sociali e nel confronto con le parti sociali. L’idea che muove la conferenza programmatica sulle politiche industriali è che il Libro Verde si trasformi in Libro Bianco e poi in programma di governo attraverso un lavoro di ascolto e di relazione molto ampio, coinvolgendo strutturalmente nei prossimi mesi la spina dorsale produttiva del nostro Paese: la grande manifattura, l’industria di base, e poi il tessuto delle piccole e medie imprese, la grande rete dell’innovazione, dell’industria creativa, il mondo della ricerca e dell’Università.

Non è un lavoro tecnico, quello che ci attende. È un lavoro politico. Noi non esistiamo, la sinistra italiana non può esistere senza stare — anima e corpo — dentro questo mondo e nei suoi territori. Se non parla la lingua del lavoro, dell’industria, se non riflette le sue culture, e non riflette sulle sue culture, offrendo un’ipotesi alternativa, di cambiamento, se non dialoga con le sue paure, le sue fragilità e anche con il suo grande potenziale. Avviare questo percorso vuol dire, a proposito di navigazione, ritrovare la rotta.

Simone Oggionni (storico dell’economia, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Forum Industria Pd)

Simone Oggionni

Simone Oggionni

storico dell’economia, Università degli Studi di Roma Tor Vergata

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