Una scure che incombe sulle pensioni di 730mila dipendenti pubblici che andranno in quiescenza nel 2043, per un totale di 33 miliardi di euro di tagli sugli assegni pensionistici. A lanciare l’allarme è la Cgil assieme alle categorie del pubblico impiego e della scuola, sulla base di un’analisi condotta dall’ufficio politiche previdenziali della stessa confederazione.
Il sindacato guidato da Maurizio Landini, già in occasione della legge di Bilancio 2024, aveva denunciato l’introduzione, da parte del governo, di un “taglio alla quota retributiva delle pensioni dei dipendenti pubblici con meno di 15 anni di contributi al 31 dicembre 1995, colpendo iscritte e iscritti a CPDEL, CPS, CPI e CPUG”.
Il messaggio n.2491 dell’Inps, dello scorso 25 agosto, conferma che a seguito dell’innalzamento del limite di età a 67 anni, stabilito dalla legge di Bilancio 2025, tutte le pensioni anticipate erogate prima di tale età subiranno i tagli alle aliquote di rendimento. Per la Cgil si tratta di “una misura retroattiva, che interviene sull’importo delle pensioni future in violazione dei principi di certezza del diritto e con evidenti profili di incostituzionalità. Per la prima volta, non era mai accaduto neanche con la Legge Monti-Fornero, si interviene sulle posizioni contributive già maturate, con un provvedimento a forte rischio di incostituzionalità”.
Secondo la Cgil il messaggio dell’Inps “lascia aperte gravi criticità. Applica i tagli anche in alcuni casi di cumulo contributivo e non riconosce espressamente le deroghe per chi accede alla pensione di vecchiaia non in costanza di rapporto di lavoro pubblico, nonostante la legge preveda in modo chiaro che le nuove aliquote non si applichino a queste pensioni. In questo modo l’Inps introduce interpretazioni che finiscono per superare la normativa stessa, restringendo diritti che la norma aveva già tutelato”.
“L’ufficio sulle politiche previdenziali ha calcolato gli effetti su diverse anzianità contributive. Per una retribuzione di 30mila euro annui i tagli sulla pensione vanno dal 927 euro a 6.177 euro. Su 50mila euro si va da un mino di 1.545 a 10.296 euro di tagli, mentre su una retribuzione annuale lorda di 70mila si passa da una soglia minima di 2.163 a un massimo di 14.415 euro di tagli. La differenza degli importi varia a seconda dell’anno nel quale è iniziata la contribuzione.
La Cgil parla di un “vero attacco ai dipendenti pubblici”, costretti a subire contratti poveri, pensioni ridotte, tempi di uscita dal lavoro che si allungano fino a nove mesi e il rischio, per chi ha iniziato a lavoro presto, di restare in servizi fino alla maturazione di 48-49 di contributi per non ritrovarsi un assegno pensionistico molto più snello.
A tutto questo, dichiara ancora il sindacato, si aggiunge il “sequestro” del TFR e l’immobilismo del governo sul tema, nonostante il sollecito della Corte Costituzionale a intervenire, con la possibilità, circolata in queste settimane, di far ricorso proprio al TFR per accedere alla pensione anticipata, nonostante questo non sia messo a disposizione dei lavoratori nei tempi dovuti.
Per questo Cgil, Fp e Flc “sono sempre più convinte nel proseguire la vertenza a tutela delle pensioni, anche attraverso un rafforzamento del contenzioso che si sta portando avanti in questi mesi per il taglio alle aliquote di rendimento e per il TFR/TFS, fino alla Corte Costituzionale”.