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Home - Blog - Sulla certificazione di genere c’è poco da entusiarmarsi, la vera parità resta ancora un miraggio

Sulla certificazione di genere c’è poco da entusiarmarsi, la vera parità resta ancora un miraggio

di Alessandra Servidori
9 Settembre 2025
in Blog
Unioncamere, imprenditrice under 35, quasi una su tre è donna

Sulla certificazione di genere alcune osservazioni concrete aiutano a capire i limiti oggettivi e a smentire gli entusiasmi stando con i piedi ben piantati per terra. I dati sono obiettivi e a tre anni dall’introduzione della UNI PdR 125:2022, la certificazione per la parità di genere certamente  è uno degli strumenti  che aiuta a far comprendere alle aziende ancora toppo “distratte” cosa serve al sistema delle imprese l’analisi logica della situazione in merito all’organizzazione del lavoro e alla presenza equilibrata di entrambe le forze lavoro.

Il primo report dell’Osservatorio Winning Women Institute, basato sui dati Accredia aggiornati a marzo 2025, offre una fotografia dettagliata sulla penetrazione di questa certificazione tra le imprese italiane, evidenziando trend regionali, settoriali e dimensionali di grande interesse. Siamo certi che chi si  certifica sceglie  di riconoscere il talento senza pregiudizi, di costruire ambienti dove il merito non ha genere e le opportunità si distribuiscono con equità?. È un cammino che ad oggi ha luci e ombre  sull’impatto occupazionale femminile, la competitività e l’innovazione, e cè chi afferma che  le organizzazioni crescono in resilienza, creatività e valore condiviso.

Il merito del Report  dell’Osservatorio Winning Women Institute, realizzato in collaborazione con ForTeam, nel periodo  dal 18 ottobre 2022 al 31 marzo 2025, è quello di consegnarci il numero di imprese che hanno ottenuto la certificazione per la parità di genere, che ha raggiunto una platea di 8.194 organizzazioni, tra cui 84 enti non commerciali, per un totale di oltre 27.800 unità locali distribuite su tutto il territorio nazionale. L’incremento risulta costante, con picchi nei trimestri finali di ciascun anno. Questo è collegato sicuramente  a incentivi pubblici e benefici contributivi, i quali spingono molte imprese a ottenere la certificazione entro la fine dell’anno solare per ottimizzarne i vantaggi fiscali l’anno successivo.

La strategia di “certificazione a fine anno” evidenzia la rilevanza delle politiche di incentivo su scelte aziendali concrete contemporaneamente però anche la fretta di usufruire di risorse a tempo determinato. Ma  non ho trovato in nessun osservatorio pubblico e privato l’impatto concreto e reale sull’occupazione femminile sia delle persone normodotate che  delle persone fragili. E sicuramente lo dobbiamo sapere. Analizzando la dimensione delle aziende certificate UNI/PdR 125:2022 la frammentazione tipica dell’economia italiana riaspetto alle pmi che sono la maggioranza del tessuto produttivo rappresentano il gruppo più numeroso con il 38% del totale (3.014 imprese). Le Medie imprese: 32% (2.519 imprese), le Grandi imprese: 15% (1.195 imprese), hanno un impatto occupazionale predominante che vero è coprono l’83% dei circa 2,15 milioni di lavoratori impiegati nelle imprese certificate , Micro-imprese: 15%, una presenza significativa anche nel segmento più ridotto (1.208). MA in nessuna categoria  non sono state rilevate le ricaduta della certificazione e quindi da quando  sarebbe aumentata l’occupazione, come obiettivo concreto per le donne. Interessante poi l’adozione della UNI PdR 125:2022  che evidenzia un’Italia a macchia di leopardo.

Tre regioni dominano il quadro nazionale in valore assoluto: Lombardia (1.622 imprese, pari al 20% del totale), Lazio (1.445 imprese, pari al 18% del totale), Campania (846 imprese, pari all’11% del totale).Il Trentino Alto Adige Südtirol e la Basilicata, pur avendo numeri assoluti inferiori, presentano una forte incidenza di imprese certificate rispetto alla popolazione aziendale locale. L’analisi settoriale mette in risalto la presenza trasversale della certificazione: costruzioni, manifattura, servizi di attività professionali, scientifiche e tecniche, commercio all’ingrosso e al dettaglio. Aree come Veneto, Piemonte e Marche mostrano una marcata prevalenza manifatturiera tra le imprese certificate, mentre nel Centro-Sud spiccano costruzioni e servizi, con localismi settoriali tra arte e sport (Liguria).Una osservazione è certa  e la si condivide : la diffusione della certificazione UNI PdR 125:2022 dunque non si presenta uniforme: le grandi aziende e le aree metropolitane sono le più reattive, mentre le PMI e i territori meno strutturati dimostrano limiti ancora evidenti. Il percorso, secondo la mia opinione ha consentito sicuramente vantaggi economici per gli Enti di certificazione, le imprese, enti di formazione accreditati hanno venduto il percorso e rilasciato il certificato che le imprese hanno acquistato. Ma pensare che si consolidino ancora con risorse agli enti certificatori, gli enti di formazione, vantaggi contributivi alle imprese che si continui a enfatizzare la certificazione come leva di competitività, oltre che di responsabilità  e reputazionale nell’ambito della responsabilità sociale, è una deformazione culturale e una affermazione opportunistica poiché noi abbiamo dei ritardi  talmente ancestrali da colmare che il cd miraggio della politica paritaria resta ancora lontanissimo.

Non possiamo non ammettere che siamo in affanno costante e solo comprendendo  concretamente che la non presenza femminile nel mercato del lavoro ci costa il 12% di PIL in meno legato all’economia del paese e che solo la piena occupazione femminile ricordiamoci, favorisce anche la crescita demografica, non assolve più nessuno da non intervenire. Non misurare l’effettivo impatto della certificazione di genere sull’occupazione sia delle donne che di tutto il mercato del lavoro è un vulnus sinceramente troppo grande per non smentire che continuare a dare risorse alle imprese, alla formazione, agli enti certificatori (un businnes notevole) e non creare invece  servizi specifici per sostenere la maternità, la paternità ,mettersi solo le medaglie per alcune e poche donne amministratrici delegate o presidenti, non è più concesso.

Possiamo e dobbiamo sviluppare seriamente e concretamente non con una presunta educazione etica la parità retributiva, le risorse per la politica sociale per i servizi consapevoli  sia a livello Europeo che a livello Ocse dobbiamo recuperare competitività, e costruire una rete effettiva di selezionate politiche strutturali in materia di coesione sociale, anche perché essere in cima alla graduatoria come povertà familiare, con i bonus a scadenza non risolviamo nulla.

Alessandra Servidori

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